Piante parasole: tende verdi con piante annuali

Piante parasole? Perché no? Possono crescere in fretta per refrigerarci l’estate, ed essere tolte d’inverno, quando vogliamo che il sole entri nelle stanze.

Le idee semplici sono sempre quelle più soddisfacenti. Se abbiamo qualche finestra senza scuri e le tende interne proteggono dalla luce ma non dal calore…ecco qui, una manciata di semi, qualche settimana di attesa e avremo quello che ci serve. Non ricamate né stampate, però commestibili e non mi sembra poco.

Quest’anno ho pensato che lo spinacio di malabar ( Basella alba) meritasse un “avvicinamento alla cucina”. Ha foglie molto carnose oltre che molto buone, cuociono in un attimo e sono buone anche crude per cui, se a mezzogiorno non ho ancora un’idea del contorno per il pranzo, voglio averlo a portata di mano.  Per questo motivo ho piantato due semi in un vaso per un davanzaletto sul terrazzo.

utile e dilettevole

Ammetto così, spudoratamente e con vergogna, che l’intento iniziale era  culinario e non artistico. Ho annaffiato abbastanza distrattamente questi semi fino  a quando, con l’arrivo del gran caldo di luglio abbiamo cominciato a prendere il caffè sul terrazzo. Noi quei 20 minuti di colazione li chiamiamo le nostre ferie, non imposta se magari sono le sei del mattino… c’ è fresco, tutto verde e ci prepara meravigliosamente alle fatiche del giorno.

Facendo colazione esploro meglio con gli occhi tutti gli angoletti del terrazzo, a volte, ahimè, mi fisso anche su quel che ci sarebbe da fare e non ho fatto ma, lo spinacio che sembrava “fermino” all’altezza della finestra, appena sotto la stuoia arrotolata, una mattina…era una pianta parasole che mi fissava dalla ringhiera del piano di sopra!!! E’ salita dietro la stuoia e si è sposata con la zucchina di albenga che sta cercando di entrare in casa. Altro esperimento di quest’anno… ho seminato la zucchina in un vasone davanti alla porta della cucina, ufficialmente per osservare il volo delle api sui fiori…e poi  mangiarli (lo so, mi ripeto ma l’idea del cibo è una costante!)

evolversi rapido della vegetazione

zucca di albenga
zucca di albenga

la zucca è cresciuta benissimo, ha ricoperto tutta la parete, si è ancorata alla ringhiera della finestra di sopra

zucchino di albenga, vigorosissimo
zucchino di albenga, vigorosissimo

purtroppo non avevo calcolato che la parte “vecchia” della pianta si spoglia molto velocemente. Oggi, la parte alta è bellissima, e la parte sotto ha un aspetto giallo spelacchiato che non si può guardare…pazienza!

La ringhiera vista da dentro è splendida e il profumo dei fiori merita la tolleranza per un “sotto” non elegantissimo

zucchino di albenga da dietro i vetri
zucchino di albenga da dietro i vetri

Ps: con lo spinacio-tenda  sarò pure esonerata dal dover lavare i vetri per tutta l’estate, non si vedono e non si sporcano, oppure sembrano puliti perché  non si vedono? comunque un lavoro in meno da fare, e anche questo non è   male.

tende vegetali
tende vegetali

sicuramente piante parasole ovunque la prossima primavera!!!

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Orbea variegata, puzzolentissima asclepiadacea sudafricana


Orbea variegata, asclepiadacea sudafricana che proprio tutti conoscono

qui incontro una nuova difficoltà da blogger (ahha hha h hah  blogger a me?) che non avevo ancora affrontato: parolacce o non parolacce? ma poi: merda è una parolaccia?

Vediamo come evitare di scriverlo strada facendo. Orbea variegata, ex Stapelia variegata, è una pianta di quelle che passano inosservate, fusticini verdi che, anno dopo anno, si stringono nel vaso, in attesa di essere notate e rinvasate. “Fusticini verdi” non è nemmeno esatto, perché a seconda della locazione che ha, potrebbe virare dal verde al rosso paonazzo, lo stesso che hanno i biondi a Riccione il 15 agosto.

Orbea variegata, i fusti in ombra sono verdi e quelli più esposti sono…paonazzi
Orbea variegata, i fusti in ombra sono verdi e quelli più esposti sono…paonazzi

come farsi notare

Tutto l’anno se ne sta lì, buttata tra le altre piante, quasi sempre dietro le altre piante, per questo aspetto sciattino, niente spine, niente foglie, solo qualche protuberanza molle lungo i fusti… poi un giorno, tra luglio e agosto, passando vicini allo scaffale o al muretto delle piante grasse, ecco che penseremo: il gatto del vicino l’ha fatta di nuovo, oppure: chi è morto là sotto?

E’ lei, la regina delle puzzole, ossia l’erba merda, come la definì una maestrina, che mai e poi mai avrei sospettato conoscesse quella parola. Sporge il bocciolo dal bordo del vaso, in sordina che nemmeno te ne accorgi, poi apre i cinque petali tigrati e si appoggia aderente al vaso, come una decorazione di ceramica. Bella soda, con uno spessore di tutto rispetto, mica come certi petali molli che sventolano al minimo colpo d’aria…

Orbea variegata, si lancia fuori e aderisce al vaso.
Orbea variegata, si lancia fuori e aderisce al vaso.

tecniche di riproduzione a imbroglio

Sta lì, immobile anche nella bufera e sprigiona un odore irresistibile per i mosconi, che accorrono a frotte a deporre le loro uova, su un così perfetto…abbaglio! Furba lei! Se attirasse farfalle queste deporrebbero bruchi che la mangerebbero, invece le uova di moscone non posso danneggiarla, non è carne!!! Dopo qualche giorno dalla schiusa, loro muoiono di fame e lei, ben impollinata prepara il frutto.

non è un frutto di Orbea variegata, perché in questo momento non ne ho ma le asclepiadee hanno frutti molto simili
non è un frutto di Orbea variegata, perché in questo momento non ne ho ma le asclepiadee hanno frutti molto simili

naturalmente nemmeno i semi potevano essere semi qualsiasi, questi sono volanti, sono muniti di un gran ciuffo di peli che il vento porta lontano. Se desiderate seminarli occorre monitorare attentamente il baccello, o incappucciarlo con un tulle. Se si apre quando siete distratti è impossibile fermare il volo

Asclepiadacea semi, attaccati al loro aquilone di peli possono viaggiare su un alito di vento
Asclepiadacea semi: attaccati al loro aquilone di peli, possono viaggiare su un alito di vento

so che queste ultime foto sono molto grandi, ma sono così geniali questi escamotage che non possiamo perderceli per una foto troppo piccola!!

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Stapelia olivacea: l’importanza dei libri

Stapelia olivacea…fino a prova contraria! Le monografie sono indispensabili.

Compro ormai pochissime piante, per 3 motivi:

  1. con una piccola attività come la mia riesco a spuntare solo prezzi esosi… all’ingrosso e  non sono per niente competitiva, i produttori fanno prezzi buoni solo ai grandi venditori.
  2. per questione di spazio, la mia è una grande collezione in una piccola serra in cui riproduco le mia piante.
  3. perché mi sono imposta di tenere solo quello che posso curare bene. La terza sembra una considerazione scontata? Vi assicuro che non lo è. Per me, collezionista compulsiva “limitarmi” è difficilissimo.

…quindi acquisto solo cose straordinarie (per lo meno ai miei occhi). Ho migliaia di piante in coltivazione ma c’è sempre qualcosa per cui valga la pena di stringersi un po’ e ricavare un posticino. Di norma lascio i cartellini che sono sulle piante perché i coltivatori da cui mi rifornisco sono moooolto in gamba. Qualche volta però, il caso è eclatante!

Stapelia olivacea, ma anche no

ex Stapelia olivacea
ex Stapelia olivacea, anche se non ha il nome è proprio bella!!!!

questa Stapelia olivacea farlocca è un acquisto di due anni  fa, ora, alla luce di un nuovo libro monografia sulle asclepiadaceae risulta essere…altro. Il problema è che io ho riprodotto per un anno la suddetta pianta e l’ho venduta con questo nome, facendo in prima persona la figura …del cioccolatino, coi miei clienti! (chissà se cioccolatino nel senso di fessacchiotto si dice solo a Parma)

inoltre quando mi sono regalata la monografia sulle asclepiadee ho cercato di risparmiare…(tempi duri!!!) e ho comprato quella che costava solo una settantina di euro (scusate se è poco) per cui questa pianta non c’è. Santo cielo e pensare che con soli 130 euri (passatemi la i visto che l’euro singolare ha così poco potere d’acquisto) avrei potuto prendere il volume supertuttologo di questa famiglia di piante e avrei svelato l’arcano!!!

Purtroppo catalogare piante solo con internet è  impossibile, sfogliando pagine e pagine si trova tutto e il suo contrario per cui metto in conto di comprare l’altro libro, non posso convivere con la curiosità del chi è costei!!! Appena la trovo vi aggiorno sulla sua identità, se invece voi la conoscete già, spero vogliate condividere l’informazione 🙂

ipotesi:

Potrebbe essere una Stapelia schinzii var. angolensis ma non ne sono certa e per non prendere l’abitudine a fare il “cioccolatino” aspetto di avere un testo con una foto più chiara

per la cronaca, la vera Stapelia olivacea è questa

stapelia olivacea
stapelia olivacea

 

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Ciclamini selvatici, una bella sorpresa

Ciclamini selvatici: piante semplici, rustiche, umili

Fa un caldo afoso da branchie. L’orto produce di tutto da conservare, le aromatiche hanno bisogno di acqua ogni mattina, i semenzai devono essere almeno “guardati” due volte al giorno, le grasse…aspettano sempre e sono pazienti, ma almeno una volta a settimana devono bere. Aggiungo poi, alle grasse, due nebulizzazioni settimanali, perché mi pare che l’effetto rugiada le faccia stare bene al mondo. Insomma una quantità di lavoro che, per quanto appassionante, un poco logora per via del caldone.

Si aggiunge al tutto il dover controllare le erbacce dell’area cortilizia che, malgrado la siccità emulano lo Yucatan, chiudono i sentieri o si arrampicano ovunque. Niente diserbante…un casino!! Bene, a tutto questo si aggiunge la voce di un’amica che lamenta la scarsità di articoli sul blog…aiutoooo ma… quando… come…posso farcela?

Veniamo al dunque, oggi: piegata in due, lottando con la malefica edera che vuole tutto per sé, sudo e sbuffo, strizzo ciccia nel girovita, sogno un monolocale contornato d’asfalto e….meraviglia!!! Sotto una manciata d’edera strappata cosa trovo?

ciclamini selvatici, semi
ciclamini selvatici, capsule piene di semi!!!

semi di ciclamini selvatici!!!

capsulette viola scuro piene di semini che sono maturati sotto tutto questo casino, al fresco del diserbo mancato di cui mi sentivo in colpa! ho messo a dimora tre bulbi di ciclamino quando ancora non avevo capelli grigi, ben sedici anni fa. Ora ne è pieno il prato, si sono disseminati ovunque, non solo dove il terreno declina ma anche più in alto, dove certo non li ha portati l’acqua. Chi devo ringraziare per questa bella semina? Forse qualche uccellino che trasforma il cibo in piante? Forse lo gnomo Alfio che abita nel platano? Non so,  comunque qualcuno lo ha fatto e ne sono grata.

ciclamini selvatici 1
ciclamini selvatici, la fioritura annuncia la fine dell’estate
ciclamini selvatici 1
ciclamini selvatici, capsula immatura o navicella ?

 

ciclamini selvatici 3
i ciclamini selvatici ci meravigliano ad ogni stadio vegetativo

concludo mostrando la casa del signor Gnomo Alfio grande esperto di semine

residenza del signor Gnomo Alfio
residenza del signor Gnomo Alfio nel platano di mezzo al n ∞   di via Castellaro  a Bannone

 

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Classificazione delle nostre piante grasse: è indispensabile?

Classificazione: come collezionista forse ho sviluppato un’idea contorta della sua importanza.

Sapere il nome della pianta, almeno a che famiglia appartiene ci aiuta a capire come curarla e a parlarne, o a trovarla nei cataloghi. Non sapere la classificazione esatta, fa della pianta una pianta di serie b?

Per me collezionista, per un lungo periodo è stato così.  Perché, secondo me, toglieva valore all’insieme di piante che avevo, perfettamente (?) cartellinate. Compravo comunque le piante che mi piacevano, ma cercavo di “inquadrarle” in un nome, senza rendermi conto che a volte è proprio impossibile.

 

vediamo di capire come si fa la classificazione di una pianta:

Nella classificazione, l’ideale sarebbe indicare:FAMIGLIA, GENERE, SPECIE, SOTTOSPECIE, VARIETA’, CULTIVAR, CLONE. Di solito si indicano solo Famiglia (con lettera maiuscola), specie, varietà.
La specie è la più piccola unità, cioè gruppo di piante, distinguibile da altri gruppi per dei caratteri trasmissibili per eredità, i cui individui sono tra loro fertili.
Le specie tra loro affini sono riunite in Generi, che a loro volta si raggruppano in
Famiglie.
Le specie si dividono poi in sottospecie, cioè gruppi di piante o di popolazioni che presentano caratteri distintivi propri, non nettamente separati da altri.
Le cultivar (CV) sono varietà coltivate non ottenute da seme ma da propagazione agamica (di solito con innesti, talee, ecc.). Moltissime piante ornamentali e da frutto sono cultivar.
Il clone è un intero gruppo di individui ottenuti agamicamente (talea, micropropoagazione, ecc.) da una sola pianta; tutti gli individui sono perciò identici.
 per classificare correttamente una pianta occorre sapere di lei tutte queste notizie!

A me la cartellinatura è servita principalmente…per imparare.

La cartellinatura “in proprio” è un buon passatempo, oltre che un buon modo di informarsi sulle piante. A forza di cercare e guardare, si imparerà a riconoscere almeno la famiglia, non bisogna però pretendere troppo dal fai da te. Per essere precisi occorre contare il numero delle spine, delle coste, aspettare di vedere i fiori. Molto meglio lasciar cartellinare chi ha raccolto i semi e ha messo in produzione la pianta. Ci sono inoltre parametri variabili, per cui la stessa pianta coltivata al sole o all’ombra, concimata con azoto oppure no, avrà aspetto e colore completamente diversi. Tutto questo lavoro si faceva sui libri…quando ero giovane. (questa frase non mi piace, ma non so come sostituirla ohibò)

Poi nelle collezioni, è arrivato internet, come un ciclone.

tutti, preparati e non, possiamo scrivere, pubblicare, informare e disinformare! Credo che la classificazione  ne abbia sofferto molto.

Recentemente ho avuto la gradita visita di un gruppo di grandi coltivatori rivieraschi, meno male che sono passati senza appuntamento, altrimenti avrei somatizzato una imbarazzante febbre da cavallo! Bene, questo per arrivare a parlare di un paradosso mediatico che sta accadendo.

I coltivatori di cui vi dicevo, si sono spinti fin qui, in una serra grande come il loro sgabuzzino delle scope, per comprare esemplari di “Adromischus millaboschi” da mettere in produzione. Vi assicuro che non ho un senso dell’umorismo così sviluppato da aver inventato questa  storia!

“Adromischus millaboschi” e gigapirla

Un gigapirla (termine rubato alla mia cara amica Luciana) sta vendendo su ebay un “Adromischus millaboschi”, quindi… classificato col mio nome! Costui ha rubato la foto da questo blog e non ha nemmeno capito che quello era il nome del blog, non della pianta!!! Ci sarebbe da ridere ma preferisco fare una riflessione seria: quanti collezionisti di Adromischus avranno comprato questa pianta, pensando di arricchire la loro collezione? Qualcuno avrà la possibilità di esternare al gigapirla le sue rimostranze? Penseranno che IO abbia messo in vendita questa cosa?

questi sono i miei Adromischus,

http://millaboschi.com/428-2/

se io avessi avuto la capacità e la conoscenza per dare il mio nome a una nuova specie forse la venderei direttamente no?

Si tratta di una truffa, questo è certo, ma internet sembra aver sdoganato le minitruffe! Anche il vendere  fatto online da privati, dicendo che sono “piantine che non mi stanno in casa“, è concorrenza sleale. Viene fatto senza il cappio dell’IVA sui prezzi, senza controlli fitosanitari e, spesso, senza conoscenze nel settore.

prendiamo atto che tutto cambia!

Tutto cambia,  anch’io compro dove spendo meno.  Però, per favore, ricordiamoci di chiedere istruzioni per il mantenimento della pianta, alla persona da cui compriamo, non al vivaista di fiducia. Cerchiamo di non mandare foto di piante malate e domande per la cura, e la cartellinatura,  al vivaista  via whatsApp, perché lui non c’entra con gli acquisti fatti altrove. Dopo il terzo messaggio potrebbe essere colpito da un attacco di itterizia e virare a un giallo verde, che non è clorosi, perché quella lui sa come curarla. Ricordiamoci che i messaggi notturni, se è vero che  non fanno perdere tempo al nostro vivaista, è anche vero che gli tolgono il sonno e gli procurano sicuramente l’ittero sopra descritto, oltre a una gran voglia di imparare parolacce in tutte le lingue.

todo cambia e noi ci si adatta

https://youtu.be/0khKL3tTOTs

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Allium x proliferum: cipolla che cammina, cipolla egiziana

Allium x proliferum, alliacea che…cammina

Non sarebbe magnifico avere una cipolla perenne in vaso? Magari un gustoso bulbo da mangiare fresco senza estirparlo mai? Eccolo qui!

Il bulbo principale di Allium x proliferum, si lascia a dimora tutto l’anno, resiste a -10°. Si moltiplica anche alla base ma, principalmente, sulle cime.

Proprio sulle cime prenderemo il nostro raccolto, senza perdere la pianta madre.

gravidaza trasparente della cipolla che cammina?
gravidanza trasparente della cipolla che cammina?

ebbene si: sulle cime!!!

“che cammina” significa che, una volta maturi, i bulbi nuovi “in testa” allo stelo cavo, saranno troppo pesanti per essere retti e… cappotteranno.

cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima
cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima

Come adolescenti da seguire, la pianta madre li nutrirà ancora, fino a quando avranno affondato radici nella terra, poi “l’ombelico” seccherà e potranno dire di avere camminato, spostandosi a una distanza pari alla lunghezza dello stelo. Io insisto nel dire che non è male per un essere senza gambe no?

Allium xproliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro pre…andare avanti!
Allium x proliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro per…andare avanti!

L’Allium x proliferum ha un buon sapore di cipolla. Il bulbo preso dalla pianta e cucinato subito, ha una dolcezza ben diversa dalle sue compagne, che hanno fatto tanta strada prima di arrivare sul tavolo. E’ buono cucinato, ma anche crudo, in insalata, specialmente con pomodori biondi o rossi e rucola.

coltivazione semplicissima

Allium x proliferum si coltiva in terreno leggero, concimando con acqua di bollitura delle verdure, o con lupini. Gradisce la mezz’ombra, ma resiste anche al sole tutto il giorno, annaffiando in abbondanza. Si riproduce evitando di mangiare tutti i bulbi apicali. Basta interrarli fino a metà, invece di condirli 🙂 . Non dimenticate di bagnarla qualche volta anche durante l’inverno, perché il gelo asciuga moltissimo la terra e nei piccoli vasi c’è poca riserva di umidità.

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abbiamo figlie della pianta citata in questo articolo e moltissime altre, disponibili per la vendita, in serra e online tutto l’anno.

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Bomboniere: posa in opera di idee semplici

Bomboniere quasi fai da te, con piante bellissime, senza bisogno di grande abilità manuale.

Bomboniere per occasioni speciali? Di norma chi non ha molta manualità, consulta un mese intero di pinterest e siti vari, sogna, fa i conti col proprio tempo, e poi…si affida a un negozio specializzato.

io,  che trovo più semplice rinvasare cactus di grandi dimensioni, che fare un fiocco simmetrico, ho vissuto l’approccio alla bomboniera, come una sfida. Mi piacciono molto le sfide,  tirano fuori il meglio, qualche volta azzerano la stanchezza, e danno una bella energia.

bomboniere semplicissime
bomboniere semplicissime

 

La bomboniera è un vero e proprio regalo

Penso che le bomboniere debbano rappresentarci. Sono un regalo vero e proprio, alle persone che sono degne dei nostri pensieri, per ringraziarle della loro presenza nella nostra vita.

Devono rappresentarCi, nel senso vero, quindi non devono esprime le nostre possibilità economiche, ma la nostra fantasia, e le nostre affettuosità. Se amiamo l’oggettistica, ha senso regalare un “oggetto bomboniera”, ma se siamo appassionati di piante, dobbiamo fare in modo, che le nostre “bomboniere vive”, (così le ha definite il bimbo che le ha volute per la cresima), abbiano una buonissima aspettativa di vita. Una pianta stecchita, magari perché ha sassolini incollati sulla superficie, (messi per essere ben trasportabile), sarà un brutto ricordo della nostra festa.

le bomboniere del bimbo che vuole regalare qualcosa di vivo.
le bomboniere del bimbo che ha voluto regalare qualcosa di vivo.

In che modo le daremo ai nostri ospiti?

Decidiamo in che modo “consegnarle” agli ospiti, e da lì partiamo con il modo più consono di confezionamento. Se si decide di metterle come segnaposto, meglio confezionarle  nella scatolina trasparente, è molto brutto vedere terriccio sulla tovaglia. Per quanto siano fatte bene, ci sarà sempre qualcuno che, giocandoci,  riuscirà a rovesciarne un po’. Avete mai visto le persone che intanto che parlano, ravanano ogni cosa sul tavolo??? Quelli sono uno spauracchio per le nostre piante. Se si decide per la scatolina trasparente, dovremo tenere presente che andranno confezionate, perfettamente asciutte, poche ore prima della cerimonia, perché il respiro delle piante farà appannare il contenitore. Il coperchio andrà chiuso proprio un attimo  prima di andare in scena!

Se invece le piante saranno appoggiate su un tavolo, magari vicine alla tanto di moda sweet table, o alla confettata, potremo lasciarle libere. Sarebbe buona cosa fare il buco di scolo nel vaso, per cui, per evitare fuoriuscite di terra o sabbia, è bene mettere un foglietto di carta sul fondo. Con qualche annaffiatura la carta si scioglierà, e saremo certi che non sporcano. Per il vetro il foro di scolo non si può fare, ma “a vista”  regoleremo le annaffiature.

Coltiviamo le vostre piante

via libera dunque alla scelta delle piante, alla dimensione e alla forma dei vasi. Ci sono ragazzi che stanno facendo i loro vasi in creta, intanto che noi coltiviamo le loro “piante matrimoniali”, che saranno pronte a fine agosto.

Se venite in anticipo, e scegliete piante che possiamo riprodurre per voi, spuntate prezzi migliori!! Una deliziosa bimba, qualche hanno fa, piantò da sola le talee da foglia in autunno, e in primavera, per la cresima, offrì piante nate dal suo lavoro, confezionate magistralmente dalla mamma (splendida Rebecca!!!).

tutte le piante sono belle

…però ne converrete che alcune sono così tanto “comuni” da non catturare più la nostra attenzione. Per questo l’ideale sarebbe mettere insieme un gruppo di piante poco viste, che si accordino per colore e dimensione, creando stupore.

mettendo molte varietà di piante, si toglie all’insieme l’idea di “fatto in serie”, e si lascia ai destinatari lo sfizio di scegliere.

Per preparare queste bomboniere non occorre manualità,

INGREDIENTI INDISPENSABILI: BELLE PIANTE,  contenitori graziosi e… attenzioni affettuose nel confezionarle.

bomboniera biscottiera
bomboniera biscottiera

può essere un’idea carina preparare anche un centrotavola in armonia con le bomboniere, completa l’insieme!

se avete visto qualche oggetto strano che  vorreste usare per le bomboniere possiamo inventarci qualcosa insieme, naturalmente qualcosa di unico, che vi rappresenti!

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so che la scritta “svanita” sopra le foto è fastidiosa, ma va fatta per evitare di vedere le proprie cose messe in vendita da cialtroni del web, che sfilano quattrini in cambio di NULLA!!!

 

 

 

 

Nigella sativa:fanciullaccia scapigliata, ufo in giardino

Nigella sativa: tinge d’azzurro spettinato i nostri giardini e di nero il  pane casereccio.

Nigella sativa ha nomignoli fantasiosi, nigella spettinata, nigella di damasco, fanciullaccia. Questo probabilmente significa che, tempo fa, nei nostri territori  era ben più diffusa. E’ pianta di provenienza asiatica, i suoi luoghi preferiti sono gli incolti. Forse per questo cresce benissimo nel nostro giardino a mano d’opera…mancante.

Il fusto arriva a un’altezza intorno ai cinquanta centimetri. Se non deve competere con nessuno per arrivare alla luce, o in terreni poveri,  rimane più bassa. Le foglie sono suddivise in lacinie sottilissime, proprio questo aspetto di capelli, le ha fruttato il nomignolo di spettinata, a volte le lacinie si parano davanti alla “faccia” del fiore, come un ciuffo ribelle davanti a un bel viso.

I fiori delle piante in terreno fertile sono larghi fino a tre centimetri, ben lontani uno dall’altro, quasi a volersi valorizzare sul verde intenso.  Il colore va dal quasi bianco all’azzurro carico. Non è insolito vedere fiori di diverse tonalità sullo stesso stelo, non mi sembra siano dovute alla “diversa età dei fiori”, ma alla fantasia creativa della pianta.

Nigella sativa molte tonalità sulla stessa pianta
Nigella sativa molte tonalità sulla stessa pianta

guardando questa foto ingrandita mi rendo conto dell’urgenza di comprare una macchina fotografica, scusate

scusatemi anche per  l’assenza ma le piante in questo periodo hanno richiesto una presenza costante,  ho fatto foto e preso appunti, riferirò tutto…in differita!

perché coltivare Nigella?

Coltivare questa splendida pianta ha senso per la spettacolare fioritura, per la rusticità che ci permette di farla naturalizzare in giardino dopo un’unica semina, e, ultimo ma non ultimo, per la gioia del palato.

Chi si cimenta in pani caserecci, torte salate e quanto di meglio detta la fantasia da forno, dovrebbe provare, sulle proprie specialità, una buona spolverata di semi di fanciullaccia. Squisiti interi o leggermente pestati. Si raccolgono quando la navicella è completamente secca. Si chiama capsula ventricida,  ma non è un nome che mi piace.

Nigella sativa ,capsula ventricida
Nigella sativa ,capsula ventricida piena di semi

Nasce l’anno successivo dai semi che ci sono sfuggiti, anche in mezzo alla ghiaia. Ne abbiamo in cortile alte 8 cm col fiore.

Nigella sativa di 8 cm in fiore
Nigella sativa di 8 cm in fiore. (foto orrenda ma…senza occhiali!!! devo trovare un riferimento standard per mostrare le dimensioni.)

 

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Bowiea volubilis, cresce e arrampica anche 15 cm al giorno

Bowiea volubilis. Dopo l’inverno a riposo, la partenza è sprint: arrampica anche 15 centimetri al giorno.

Bowiea volubilis è una delle bulbose più resistenti che coltiviamo. Poco esigente in fatto di temperatura, (ce la fa anche a 2°). Dopo l’inverno a riposo, cioè senza vegetazione, parte a razzo.

 Bowiea volubilis, la partenza!
Bowiea volubilis, la partenza!

Appena le giornate si allungano, riparte in vegetazione. Caccia fustini sottili, di quelli che diresti basti un alito di vento per coricarli…e invece no!!! “tasta” con qualche senso che non so, le piante vicine, sembra che le annusi ma…qui lo dico e qui lo nego, non mi azzardo ad affermarlo (si sa mai che qualcuno chiami la neurodeliri) e abbraccia quelle che le piacciono.

Bowiea volubili, sta annusando?
Bowiea volubili, sta annusando?

In serra sale rapidissima, abbarbicata al Myrtillocactus, che è il gigante del bancale in cui lei vive. In questo modo arriva fin quasi al soffitto, fiorisce, fruttifica, e, da quella posizione privilegiata, lascia cadere semi che nasceranno anche nei bancali vicini. Anche un tantino opportunista forse…

Famiglia liliacee, Sudafrica

E’ una liliacea africana, ha fusti sottilissimi, molto ramificati, che portano foglie anch’esse sottilissime, quasi indistinguibili  dai fusti. I fiori sono verdi, copiosissimi, larghi circa un centimetro, composti da sei tepali separati fino alla base. I frutti sono capsule che a maturazione sono marroncine, i semi sono neri.

Germinano meglio se cadono da soli, dove gli pare. Sembra uno scherzo,  molte piante preferiscono il “fai da te”, alla semina “con cautela” che faccio io. Una sorta di sta su da dosso, non verbalizzato ma reale.

Vive bene in terriccio da cactus, ben drenato, poco concimato. Consiglio per i neofiti: quando in autunno la vegetazione ingiallisce, non scambiatelo come un segnale di sete, occorre sospendere l’annaffiatura e lasciarla andare a riposo. Si riprende a bagnare quando il getto primaverile alto qualche centimetro ci segnalerà che “è sveglia”.

Bowiea volubilis, aspetto autunnale
Bowiea volubilis, aspetto autunnale

Non ho trovato notizie sull’uso di questi bellissimi bulbi, grossi fino a 20 centimetri, belli turgidi. Sono certa che a qualcosa servono, però ancora non lo so….la ricerca continua!!!

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Pesto al basilico (ricetta scherzosa)

Pesto al basilico (ricetta scherzosa)  leggera o pesante?

Piove. Si sente sui coppi il ritmo dei germogli dei campi e degli orti. In cucina, davanti al camino, coltivo un filo di malinconia, sicuramente dovuto alla scarsa intensità luminosa. Il sole è troppo lontano, dietro lo schermo spesso di queste nuvole basse. Carta e penna, un vecchio ricettario da ricopiare. Carta giallastra con inchiostro sbavato, qualche lettera che va scomparendo, come inchiostro simpatico, in ritardo di anni.

 

PESTO AL BASILICO

Tempo di preparazione: due mesi (se fa caldo)

Tempo di lavorazione: circa due ore.

Tempo di digestione: diverso da persona a persona, dalle 8 alle 24 ore.

 

Riempire un vaso grande con terriccio buono. Trovare il cartoccio dei semi di basilico nella scatola, sullo scaffale del ripostiglio. C’è scritto Ocimum basilicum perché essendo un’erba reale mi pareva di offenderlo a scrivere solo lo stranome in dialetto. Ce ne vuole un pizzico grande e, mi raccomando, seminare da destra verso sinistra e con la luna crescente, mica buttato a spaglio basta che sia, magari con una luna qualunque.

Io lo vado a seminare dietro casa, anche quando a casa non c’è nessuno. Questo perché sono una persona educata e proprio non mi va di farmi sentire a dire certe cose. Lo so, certe parole non andrebbero proprio dette ma…se proprio si deve, mi adatto. Il basilico ha una tradizione sua, vecchia più dell’antica Grecia, non sarò certo io a mettermi di traverso e spezzarla.

Prendere il pizzicone di basilico e, proprio mentre si comincia la semina, è indispensabile proferire le invettive peggiori di cui siete capaci. Preparatele prima, se proprio non ci siete avvezze. Potete anche pensare a qualcuno che non sia il basilico per ispirarvi, ma gridatele forte, con tutta la vostra voce, in modo che il seme si svegli e germogli, per timore che torniate a dirgli le porcherie che ha appena sentite.

Coprite l’insultato con un leggero strato di terra, annaffiate bene e aspettate. Non è necessario che rimaniate lì, lui sa tutto su geotropismo positivo e negativo per cui, le radici andranno giù e i fusti verranno su, anche se non ci siete.

Quando la pianta sarà alta circa trenta centimetri prendetene una quarantina di foglie e, con un canovaccio umido, pulitele bene senza ammaccarle.

Inebriatevi pure col profumo, che tanto col naso non rubate sapore.

Mettetele in un mortaio, aggiungete un pizzico di sale grosso, 3 cucchiai di pignoli (li chiamerò pinoli quando le pigne saranno diventate pine), tre spicchi d’aglio e…adesso si che lo dovete ammaccare. Pestatelo con movimento rotatorio da sinistra a destra, non il contrario che prende sapore a rovescio. Aggiungete un po’ di pecorino, un po’ di parmigiano e un filo d’olio.

Cucinatelo la sera, se volete essere certe che i vostri ospiti pensino a voi tutta la notte.

 

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Danni del gelo tardivo, quando ci si lamenta sbagliando il motivo.

Danni del gelo tardivo, ossia, cerchiamo un motivo superficiale per lamentarci.

Mi dispiace molto (e quindi mi lagno) che non esista più il mestiere della prefica. Sarebbe proprio un lavoretto adatto a me. Il 2017 è un’annata anomala, e questa affermazione va bene, cambiando la data, per tutti gli anni che viviamo. Succede sempre qualcosa che non ricordiamo sia già successo: più caldo, più freddo, il vento…

I giornalisti elencano gli shock e i più più….che poi, se finisci di leggere l’articolo, il “mai successo” del meteo,  si riferisce al massimo a un periodo di 50 anni. Sono tanti rispetto all’età di questa grande tartaruga che ci sorregge? Sono solo una caccholina nell’infinito!

2017: primavera anticipata, caldissima, e poi, dopo Pasqua, il ritorno alla normalità.

La temperatura è scesa di circa 12° la notte e anche di giorno, all’ombra fa un freddo cane. Si continua però a ustionarsi in pieno sole. Le piante avevano un gran bisogno di uscire dalla serra, le hoya erano cotte a puntino dal gran calore di marzo (!!!) e quella che chiamo “serra fredda”, ha tirato fuori la sua vera anima di garage, rischiando di far eziolare le piante.

La verità nuda e cruda è che, con strutture da dilettanti, la gestione di ogni piccola bizza stagionale, comporta grandi attenzioni e fatica! Le mega serre con aperture automatiche, se ne fregano delle quisquilie stagionali, noi no. Abbiamo portato all’aperto le piante, che ne avevano un gran bisogno, e poi le abbiamo riportate al calduccio. “Fare e disfare è sempre lavorare” diceva la nonna, che probabilmente aveva un’età e una forma fisica, che le permettevano solo di fare lavori a maglia, con rassegnazione e noia mortale.

Danni rimediabili

Ho qualche foglia di Kalanchoe cotta dal gelo, siamo arrivati a zero gradi di notte, per una settimana. Il Plectranthus coleoides (falso incenso) ha seccato completamente i germogli nuovi, come le viti e le patate.

Per quello che riguarda la vite, mi sembra che possa ricacciare fiori. Ritengo molto più grave essere costretta a comprare acqua minerale perché l’acqua del rubinetto sa di cloro da fare schifo.

un po’ di poesia?

Penso che sarebbe stupendo accendere i fuochi per riscaldare la vigna come stanno facendo a Belluno. Posso solo immaginare la bellezza di filari nel fumo, illuminati dai falò.  Sarà meraviglioso come la nebbia nei vigneti? Sembra strisciare tra le andane e tentare di alzarsi,  senza riuscirci, trattenuta e strappata tra i fili di ferro e le foglie.

Immagino non sia tutta poesia l’accensione dei falò, deve essere una bella fatica, e mi viene in mente la canzone di Graziani:

Illuso, romantico e fesso – lui mi rispose – i fuochi di cui stai parlando sono fari puntati sul campo dei trattori che stanno trebbiando.

Politiche agricole dissennate

Comunque, tornando al lamentio, direi di tirare qualche conclusione. Si è strinata qualche foglia, probabilmente ci saranno danni, ma se non si vive di produzione vitivinicola, occorrerà ammettere che la crisi pesante dell’agricoltura ha  motivi diversi dalla “stagione”.  I contadini hanno sempre superato con coraggio le intemperie, tirato la cinghia e aspettato l’anno successivo per avere un nuovo raccolto. Però se le politiche agricole dissennate  li tengono appesi per i piedi…resistere è un tantino più difficile.

Non sono danni del gelo tardivo!

Spero che nessuna azienda che già stava in bilico, debba chiudere, sarebbe citata come responsabile questa leggera “brinata” e …non lo è !!!  La grandine arriva un anno ma poi, statisticamente, per un po’ ci lascia in pace, le importazioni selvagge di porcherie fuori controllo, invece, rovinano ogni nostro buon raccolto, da molti anni, ed ecco che mi viene voglia di lamentarmi a gran voce…sarei stata un’ottima piangitrice!

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se vuoi lagnarti anche tu facendo presente difficoltà “agricole” c’è spazio!

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Myrtillocactus geometrizans. Generosa pianta messicana con frutti commestibili

Myrtillocactus geometrizans può essere raccontato in molti modi, decantando le sue qualità e la sua robustezza ma preferisco raccontare perché la mia pianta si chiama Quasimodo.

Myrtillocactus geometrizans, con me da 35 anni. alto circa 3 metri e mezzo
Myrtillocactus geometrizans, con me da 35 anni. alto circa 4 metri e mezzo

Myrtillocactus geometrizans, 35 anni fa, era per me un sogno. Trovandola su un libro di piante grasse, mi colpì l’azzurro intenso del suo fusto, che era  corretto a tavolino, ma non potevo saperlo. Evidentemente chi aveva forzato quell’azzurro era innamorato dell’azzurrocereus che ha  davvero il colore così intenso.

Noi collezionisti, si sa, siamo innamorati di tutte le piante ma in modo particolare di quelle che non riusciamo a trovare. Nelle mie ricerche mi imbattei in esemplari molto “segnati”. Per la sua costituzione si punge facilmente durante i trasporti e, ad ogni puntura, corrisponderà per sempre  un anello calloso biancastro, che è la cicatrice.

Ero molto giovane, ancora credevo che le rughe e le cicatrici fossero difetti, e soprattutto, che fossero corredo solo degli altri. Quando finalmente trovai l’esemplare  che stavo cercando, ci guardammo e fu amore. Era perfetto!! Proprio come lo volevo.  Fu incartato benissimo e infilato tra i sedili, perché dentro il baule  “non stava in piedi”. Strano, un vaso grande, con una pianta proporzionata, deve stare in piedi, anche quando c’è il vento…

piccoli difetti

Solo quando scaricai Quasimodo dall’auto e lo appoggiai a terra vidi che era gobbo. Molto, anzi moltissimo. Era una pianta ricavata facendo radicare  un ramo esterno, quelli che di solito non si tagliano per fare talee perché sono curvi, quasi a palla. Non fui delusa, l’innamoramento è ben impermeabile a questi piccoli difetti. Semplicemente gli cambiai il vaso con uno più pesante, cercando di raddrizzarlo un poco, piantandolo un po’ “di traverso”, per renderlo più stabile.

piccoli imbrogli

La venditrice era stata ben abile a posizionarlo in modo che io non mi accorgessi del problema, eravamo predestinati. Cominciò subito a buttare rami e rametti. Con arte istintiva, crebbe  bilanciando il peso dei nuovi rami al meglio. Possedeva l’orgoglio della compensazione che tanto ho fatto mio. Nel grande vaso arrivò all’altezza di circa un metro e mezzo, senza mai fiorire. Nè io né lui immaginavamo che saremmo arrivati ad avere una serra tutta nostra!

grandi soddisfazioni

Quando la vita ci regalò l’opportunità della serra e di grandi bancali per mettere radici, lui era il numero due per altezza dei miei esemplari. La più grande era l’Euphorbia eritrea, segaligna e rigidissima. Poi lui, tondeggiante e imprevedibile. Appoggiato sul bancale sgranchì le radici e cominciò a fiorire e fruttificare di felicità. A distanza di 14 anni è arrivato a 4 metri e mezzo di altezza. Quando riempie la serra del suo profumo delizioso, mi ricorda di sollevare lo sguardo, per non perdere la fioritura, lassù, ormai vicina al telo del soffitto.  I frutti sono simili ai mirtilli, sulle bancarelle a Città del Mexico si chiamano carambullos.

Myrtillocactus geometrizans in fiore
Myrtillocactus geometrizans in fiore
Myrtillocactus geometrizans frutto
Myrtillocactus geometrizans frutto

Fra tanti ricordi forse potrebbero servire un po’ di ragguagli botanici

Myrtillocactus geometrizans è una cactacea messicana, verdeazzurra nelle puntate giovani, verde nelle parti più vecchie. Tronco con  5/6 coste, areole con almeno 5 spine radiali brevi e una centrale, lunga fino a 3 centimetri. Forma un breve tronco e poi decine di rami. In alcuni testi si legge alto fra i 3 e i 5 metri, io credo vada anche oltre. Fiori bianchi profumatissimi, frutti rosso bluastri.

Pianta vigorosissima, spesso usata come portinnesto. Da coltivare in terreno per cactacee o terreno da orto con aggiunta di sabbia o di materiale inerte. Noi la coltiviamo a 7° C, suppongo che asciutta resista a temperature inferiori ma non voglio rischiare, siamo amici di vecchia data.

Myrtillocactus geometrizans fiore e frutto
Myrtillocactus geometrizans fiore e frutto

 

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Euphorbia characias e lathyris: splendide anche senza irrigazione

Euphorbia characias, in fiore a fine inverno, lussureggiante tutto l’anno negli angoli asciutti del giardino. Euphorbia lathyris, l’antitalpa (?).

Da pochi giorni è arrivata  la bolletta dell’acqua, ancora sotto shock ho pensato di suggerirvi alcune piante che non pesano sul bilancio idrico. Le Euphorbia characias stanno esplodendo di fiori, in un angolo che non ho mai raggiunto con la gomma dell’irrigazione. Fatica e spesa zero!

Inseguendo la  chimera di un giardino a manutenzione bassissima (lo zero ideale non oso nemmeno sperarlo), mi sono imbattuta in queste deliziose invadenti creature. Questo è un angolo abbastanza riparato dalla grandine, ma anche dalla pioggia. Stiamo uscendo da uno degli inverni più asciutti che ricordiamo. Niente neve e nemmeno acqua. Solo gelo, che asciuga ulteriormente il terreno.

Abbiamo avuto qualche nebbia, forse è bastata, oppure le euforbie hanno estratto dal terreno il necessario con le radici lunghissime. Se ne stanno lì,  appoggiate al vecchio muro, con lo stelo infilato al limite del battuto del cortile, in piena fioritura, foglie turgide come se fosse piovuto ieri.

Euphorbia characias ssp wulfenii, splendida fioritura di fine marzo
Euphorbia characias ssp wulfenii, splendida fioritura di fine marzo

un incontro fortunato

Coltiviamo all’aperto, da almeno 20 anni Euphorbia characias black pearl, Euphorbia characias ssp Wulfenii e Euphorbia lathyris. In tutto questo tempo hanno sparso semi ovunque e si sono acclimatate al punto che decidono loro dove mettere su casa. Molto apprezzate le fessure degli autobloccanti fermati a sabbia.

L’abbondante fioritura prepara semi e figli già formati, sugli steli più vecchi. Girovagando in rete ho letto che Euphorbia characias è biennale, tesi che non posso sposare perché ne ho una che ha almeno 5 anni, però qualcuna effettivamente ha vita breve, dopo due o tre anni secca completamente, sostituita da figlie nate vicinissime. Estirpare la pianta secca è davvero difficile, le radici sono profondissime. Io lascio fare al tempo. La nuova vegetazione copre il moncone secco della vecchia pianta e… così sia, come in natura.

prima di tutto il giardino deve essere luogo di relax

Rimango dell’idea che il piacere del giardino, non debba essere rovinato dalla voglia di perfezione. Occorrono anche momenti all’aperto  a  pancia all’aria, altrimenti a cosa serve tanto lavoro? Euphorbia characias necessita di una sola manutenzione all’anno, per eliminare i vecchi steli, niente altro. Facendola nel momento giusto, possiamo eliminare il vecchio, recuperando le nuove piantine sull’apice.

Se abbiamo piantine in esubero facciamone regali. Invece di correre al supermercato per comprare “un pensierino” perché facciamo visita a qualcuno o andiamo a cena da amici, portiamo un nostro vasetto. E’ un gesto antico, di quando ci si scambiavano “getti” di tutte le piante, fra parenti e amici. E’ un dono gentile, pensato, ecologico e affettuoso.

Euphorbia characias infiorescenza con plantule
Euphorbia characias infiorescenza con plantule

Ricordate che Euphorbia characias e lathyris, come tutte le Euphorbie, hanno una linfa particolare, un lattice irritante per le mucose e per gli occhi. Un po’ di riguardo dunque nel maneggiarle. Gli animali di solito sanno istintivamente di non poterla toccare. Di tutti i nostri cani e gatti, nessuno ha mai provato a masticarla.

il posto giusto

A seconda dello spazio che avete a disposizione potete scegliere la pianta più adatta. Euphorbia characias black pearl arriva a un’altezza massima di un metro,  non ne ho mai avute più grandi di 80 centimetri. Ben altra stazza quella di Euphorbia ssp wulfenii, più alta di me (si, ok non sono un gigante) supera il metro e settanta e si espande altrettanto.

Molto simile ma più contenuta la famosa Euphorbia lathyris, detta catalpa, o pianta antitalpe. Fogliame simile ma ramo unico, non accestito, poco ramificato, fioritura estiva.

Euphorbia lathyris
Euphorbia lathyris

Lathyris è biennale, il secondo anno ramifica, fiorisce e poi muore, spargendo in giro centinaia di semi. Per quello che riguarda la sua capacità di allontanare le talpe posso darvi due versioni. Nella prima, molto sentita e letta,  vi assicurerò che repelle le talpe, ve ne venderò il numero giusto di esemplari dopo attenta misurazione del vostro orto, e cercherò di inventarmi una buona scusa per quando tornerete a dirmi che non funziona.

La seconda versione invece è meno favolistica: piantatela dove non ci sono talpe altrimenti rischierete di vederla capottarsi perché ci sono passate sotto. Nel mio orto e in giardino è così. Forse le mie talpe non hanno un grande olfatto? Non saprei, ma in fondo grandi danni non ne fanno. Se non si usa letame fresco, non troveranno molti vermi da mangiare e rimarranno in numero tollerabile.

 

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seminare officinali e aromatiche : seminare per passione

Seminare officinali e aromatiche: fare la propria piccola parte in questo mondo così grande

Dopo anni di curiosità e ricerche, quattro anni fa abbiamo cominciato a seminare officinali, aggiungendo questa novità alla produzione di cactus e succulente. L’anno scorso abbiamo seminato una cinquantina di varietà tra officinali e aromatiche. Uno “sforzo” notevole, sia di lavoro che di ricerca. Occorre studiare l’uso e la coltivazione, procurare i semi e passare intere giornate a contarli, coprirli il giusto, cartellinarli, bagnarli simulando la pioggia, e aspettare.

 

Sempre si viene ripagati da tutto questo lavoro, quando le piante sbucano dalla terra, ci si sente un po’ dio, magari con lettera minuscola, ma sempre dio. Noi, abbiamo deciso di seminare, leggermente prima della temperatura ideale per le semine. Quindi di anticiparlo questo dio, che in pianura padana scalda un po’ tardi, rispetto alla riviera. La scelta di seminare in serra fredda è rispettosa dell’ambiente, non si brucia gasolio, e produce piante ben ambientate alla vita all’aperto, non fragiline ma toste :).

Un fiasco sonoro!

Questa scelta di naturalità, ci permette di avere piante pronte alla vendita a fine aprile, non prima, anzi, per qualcuna anche metà maggio. Cioè, quando tutti hanno già comprato le piante aromatiche, provenienti da serre riscaldate (per lo più olandesi), oppure da vivai liguri. Tutti abbiamo fretta! prima di giovedì grasso abbiamo a disposizione le uova di Pasqua, il 27 dicembre ci sono dolci di carnevale  nei banconi, primule prima di Natale, rose e fragole  tutto l’anno! Non viene spontaneo chiedersi quanto ci costa, in termini ecologici, questo snaturare le produzioni. Vediamo e compriamo, ipnotizzati dagli scaffali.

Per nostra fortuna, le piante aromatiche vendute dal supermercato a febbraio, a maggio sono già morte, questo ci ha permesso di recuperare almeno i soldi dei semi! Queste piante morte però non hanno un valore solo in euro. Per produrle fuori stagione, respireremo gli inquinanti del riscaldamento, del trasporto, dello smaltimento…un costo decisamente molto alto.

Tornando al nostro piccolo impianto di officinali, fu un fiasco sonoro! di quelli che, se fossimo stati su un palcoscenico, avrebbe fatto rimbombare di fischi la strada fuori dal teatro! vassoi e vassoi di Tomatillo, ruta, ceci, basilici speziati e violetti, salvie ananas e mente cervine, ci guardavano come dive in decadenza, senza che nessuno le degnasse di un minimo interesse. A fine agosto, visto l’andazzo, cominciai a regalare agli ospiti del b&B, anche l’origano cubano, che vedevo vendere nelle fiere, a 7 euro il vasetto. Per tutto il resto, la cucina si trasformò in un laboratorio a ciclo continuo. In campagna non si butta via niente.

Come in ogni normale attività, valutammo a tavolino cosa non aveva funzionato. Facile capirlo: come si fa ad essere competitivi e visibili in campagna? Perchè mai le persone dovrebbero venire fin qui? Abbiamo cose, che sono, apparentemente uguali, se non esteticamente “più brutte”, a quelle che possono comodamente far cadere nel carrello della spesa? Con un’occhiata veloce (come veloce deve essere la spesa dopo il lavoro), non si riesce  a vedere che l’offerta di piante riguarda sempre  le stesse cose, un numero strabordante in quantità, ma poverissimo di varietà.

Tanacetum balsamita, erba di san Pietro
Tanacetum balsamita, erba di san Pietro

Bisognerebbe essere giovani, magari anche abbastanza forti per fare i mercati, per farsi vedere e rivedere, per spiegare le differenze fra la produzione di piante in modo industriale e quella agricola. Siamo in un’età di mezzo, non abbastanza vecchi per andare in pensione (e deporre la voglia di lavorare?) e non abbastanza giovani per tutto questo.

Decisioni difficili…

Così decidemmo di non seminare più. Fu una scelta accompagnata da molti sospiri. L’idea di coltivare le piante in uso prima della nostra nascita, quelle che sono nei campi e non conosciamo più, ci riempiva di frizzante curiosità. Però decidemmo di rinunciare. Era inverno, sembrava possibile. Quando poi arrivò la fine di febbraio…ci sembrò di non celebrare la primavera, di essere contadini inutili. Con marzo  il sangue cominciò a sentire la linfa muoversi (come l’orticaria che fiorisce quando le piante cominciano ad andare in umore).

…e la forza di cambiare idea

la prima settimana di marzo ho cominciato le semine. Abbiamo procurato alveoli di polistirolo da 96 cellette, poco ingombranti e leggeri. Continuiamo a seminare officinali, qui,  a 20 km dalla città, in un’azienda non visibile dalla strada. Per dirla con un francesismo è come “pisciare controvento”. Ecco, è esattamente quello che stiamo facendo, con tutta la passione possibile!!! Mi farebbe stare male lasciar perdere i semi che ho, di gettare la spugna…non se ne parla. Le piante stanno cominciando a germogliare, io continuo a stare tutto il giorno con le mani nella terra e a studiare la sera, perché nessun giorno sia “sprecato”. Faccio la mia parte meglio che posso. In questo mondo grandissimo, una parte molto piccola, ma seminare officinali e coltivare succulente…è la mia!

cosa cambierebbe se ognuno facesse la sua parte?

Anche non comprare prodotti  fuori stagione può essere la nostra battaglia pacifica per un mondo migliore. Facciamo solo un esempio: rose ovunque, tutto l’anno, a  prezzi stracciati. Siamo consapevoli che quelle rose stanno inquinando la poca acqua disponibile in grandi territori africani? Vengono irrorate con pesticidi terribili che, al di fuori di ogni norma,  avvelenano le persone che ci lavorano in mezzo o che vivono in quei luoghi. Vengono coltivate fuori Europa per il costo manodopera bassissimo e senza sindacati, e per l’assenza di regole d’uso per prodotti chimici. Davvero il nostro buon umore è legato a quel mazzolino di similfiori a cui hanno fatto bere inchiostro, per creare tinte attraenti? Davvero non possiamo fare di meglio con quei pochi euro?

Le nostre officinali e aromatiche saranno in vendita anche quest’anno,  a primavera e non prima 🙂  in via Castellaro 45 a Bannone di Traversetolo, prime colline di Parma.  La gita “aromatica” può essere arricchita con visita ai castelli, Torrecchiara e Montechiarugolo sono i più vicini. Chiuso il lunedì, siamo aperti anche la domenica tutto il giorno, a 2 km dal mercato di Traversetolo (mercato storico della domenica mattina). Se progettate il viaggio per arrivare qui, vi consigliamo di telefonare, alle aziende a conduzione familiare basta dover fare una commissione urgente per dover chiudere qualche ora. 🙂

 

 

 

 

 

 

Lithops: sassi viventi, coltivazione e collezionismo

Lithops, mesembriantemacea africana, mimetica fino ad essere quasi invisibile.

Lithops deriva dal greco: lithos, sasso e ops, aspetto. Pianta sasso  è perfettamente descrittivo. Per tutto l’anno i sassi viventi vegetano o restano dormienti, perfettamente nascosti fra i sassi “veri”. Sarà la fioritura a renderli splendidamente visibili.

Queste meravigliose piante sono composte da una sola coppia di foglie saldate fra di loro. Sono altamente specializzate, oltre che nel mimetismo, nel vivere al risparmio. Popolano di meraviglia i subdeserti africani, per cui, poca acqua e temperature al limite della sopravvivenza, sono all’ordine del giorno.  Limitano l’apertura degli stomi e si coprono con uno strato ceroso per traspirare al minimo.

Non possono permettersi di veder evaporare i pochi liquidi assorbiti con tanta fatica, per questo hanno addirittura trasformato la consistenza della linfa, rendendola meno liquida.Quando la stagione è davvero ardente, raggrinziscono le foglie, dando l’impressione di sprofondare nel terreno sabbioso. Lasciano in superficie solo le finestrelle traslucide da cui entra la luce necessaria alla fotosintesi.

A seconda della loro provenienza le lithops (femminile se riferito alla pianta, maschile se riferito a “sassi viventi”) fioriranno in periodi diversi, da fine agosto al pieno inverno. L’areale di provenienza è molto vasto!  I fiori sono bianchi o gialli, vengono impollinati da mosche, api o scarafaggi.

 

Dopo la fecondazione il fiore si trasforma in capsule da seme, perfettamente suddivisa  in cellette. Anche queste cellette sono un meccanismo di sopravvivenza eccezionale. Occorrono circa sei mesi perché i semi siano maturi e questo è quanto serve  per aspettare la stagione delle piogge. Una volta maturi, basterà una sola goccia di pioggia per aprire qualche celletta e lasciar traboccare i semi insieme all’acqua. Non tutte si aprono, l’acqua potrebbe essere poca e non ci si può permettere di disperdere tutte le speranze di vita. La prudente riserva verrà rilasciata in più piogge, ottimizzando i tentativi.

Lithops capsule da seme
Lithops capsule da seme

Noi coltiviamo le Lithops in terriccio molto sabbioso, li abbiamo tenuti anche in sabbia pura e sono stati benissimo.

Trovo che siano piante di semplicissima manutenzione, anche se sento spesso clienti scoraggiati dire: mi muoiono sempre.

Ho capito due cose in questi 35 anni di innamoramento:1° serve terriccio ghiaioso, sabbioso, non concimato   2° MAI annaffiare nel periodo in cui le vecchie foglie si “aprono” e sta uscendo il nuovo corpo. MAI SIGNIFICA MAI, NON QUALCHE VOLTA E NON POCO!!!  🙂     in questa fase la pianta si nutre delle vecchie foglie, basta una pioggia o un’annaffiatura abbondante per trasformarla in una masserella molliccia nel giro di una notte.

La riproduzione si fa quasi sempre da seme.

Le piante molto vecchie possono arrivare ad avere due o tre corpi, ma sarebbe assurdo dividerli dopo tanta fatica per accestire. Se perfettamente asciutti reggono temperature invernali vicine allo zero.

Volutamente non ho elencato nomi di Lithops da collezionare, un elenco non rende l’idea. Ognuna di loro merita una chiacchierata e un servizio fotografico personale che faremo presto.

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Annaffiare le piante grasse: diamo il via alla stagione delle piogge

Le giornate si allungano, a marzo si ricomincia ad annaffiare, l’operazione che decide della loro salute e bellezza.

Annaffiare finalmente!!! Le piante sono molto disidratate, anche se meno di come sarebbero in natura, le nebbie padane riescono a entrare anche in serra e tonificano un po’. Molte  hanno perso parte delle radici capillari e hanno raggrinzito l’epidermide. Abbiamo imitato meglio che potevamo la stagione asciutta, hanno “sentito” attraverso il gran secco, che non era tempo di vegetare. Si deve fare questo perché a metà pomeriggio d’inverno è già buio e anche il resto della giornata ha luce fioca, non  adatta alla vegetazione senza luce artificiale.

Cosa si dovrebbe fare? (predicare bene e…)

Sarebbe buona cosa separare le piante a vegetazione estiva e invernale, i cactus dalle succulente, le asiatiche dalle americane e via così. Caso per caso, arriveremmo ad avere una serra ordinata,  suddivisa in cellette in cui coltivare: ricadenti da sole,  rampicanti da sole ecc. ecc. Questo sarebbe il massimo per una coltivazione “da laboratorio” in cui nebulizzare acqua arricchita, a ognuna il giusto per lei,  su substrato inutile. Mi sono accorta che sto descrivendo la coltivazione industriale che non fa per me.

…  fare quello che ci dà soddisfazione!

La nostra serra ha un che di selvaggio, rampicanti che afferrano le ricadenti e se le sposano x vivere erette, piante da ombra che si nascondono dietro le alte, per proteggersi dal sole; invadenti coraggiose che migrano di vaso in vaso allungando stoloni, dove piace a loro. Germogliano semi, sparsi qua e là nei bancali dove sono caduti da soli. Abbiamo piante che dovremo potare perché spingono il soffitto, all’altezza di 6 metri, per sporgersi verso il cielo.  Questo è quanto di più lontano possa esistere da una coltivazione “ordinata”. Il caos organizzato che si sono costruite, è il risultato di 35 anni di coltivazione amatoriale, appassionata.  Spesso, in questa giungla, dimentico che questo è anche il mio mestiere!

“L’annaffiare” da cui siamo partiti, da noi  si fa “guardando in faccia” le piante, una per una.  Arriva il doccino!!! Qualcuna avrà bisogno solo di un rapido spruzzo, effetto rugiada, qualcuna  andrà bagnata benissimo, quelle appese riceveranno doppia doccia, perché in alto fa più caldo e i vasi contengono poca terra. Una sorta di bagno-pasto calibrato a mano, magari, perché no, anche parlandosi e ascoltandosi. Una coltivazione amorosa.

 

Si comincia ad annaffiare gradatamente, dando alle piante il tempo di ricostruire l’apparato di radici capillari idoneo a nutrirsi attraverso l’acqua. Quando tutto è in piena vegetazione, si può procedere con annaffiature più abbondanti e, (solo quando serve davvero) con le concimazioni. Qualcuna, ad esempio le haworthia, arriva raggrinzitissima a primavera, però non le bagnamo per non creare umidità alle euphorbie. Da noi ci si adatta 🙂

con amore

Mi accorgo rileggendo, che questo, più che un articolo informativo,  è una lettera d’amore. Queste piante mi hanno accompagnato negli alti e bassi della vita, mi hanno aspettato quando non riuscivo a curarle, incoraggiato quanto ne avevo bisogno. Sono state generose e amorose,  mi hanno insegnato che non importa quanto lunga sia stata la siccità e impervio il terreno,  sempre si può tornare a fiorire.

 

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Rhipsalis pilocarpa, cactacea che non sembra una cactacea

Rhipsalis pilocarpa, l’aspetto è quello di una cicciotta morbida, ma è una cactacea.

A fine inverno fioriscono le Rhipsalis pilocarpa e la serra si riempie di profumo, fin troppo dolce. Il “troppo” è spesso una caratteristica delle cactacee, troppe spine, fiori fin troppo vistosi, troppo amanti della siccità per sopravvivere a cure normali.Forse sono così interessanti proprio per i loro eccessi. Si amano o si odiano, difficile trovare qualcuno a cui piacciano…un po’.

Rhipsalis pilocarpa si presenta come un cespuglio di fusti cilindrici, penduli, coperti di spine così morbide da sembrare peli. E’ meravigliosa coltivata in cesti appesi. I fusti sono lunghi fino a 80 centimetri, piacevolmente disordinati.  In natura crescono sulle diramazioni di grandi alberi, da questo possiamo intuire che non amano il sole e che gradiscono terriccio di foglie decomposte.

generosa, profumatissima fioritura di fine inverno
generosa, profumatissima fioritura di fine inverno

Tutti i testi che ho, indicano come temperatura minima, almeno +10° e massima non più di 30°, in serra le coltivo a temperature estreme da +5° a 43°, non danno segno di sofferenze. L’ambiente è molto secco, forse tollerano per questo motivo temperature così basse e così alte. Richiedono qualche concimazione in più rispetto alle altre cactacee, tendono a virare al giallo se le si trascura. Hanno bisogno di  annaffiature estive settimanali.  D’inverno, in appartamento, possono accontentarsi di annaffiature quindicinali o addirittura mensili, al coltivatore il compito di capire quando la pianta a sete, non ci sono regole fisse.  Vivere appesi sopra a un termosifone oppure in un androne freddo, crea esigenze diverse.

In serra le bagnamo poco, meno di una volta al mese. Non lo facciamo per sadismo ma per non creare umidità alle  piante coinquiline, che hanno bisogno di secco. Arrivano alla fine dell’inverno un poco appassite ma pronte alla fioritura e generose di bellezza e profumo, come tutte le grasse.

Usiamo terriccio ben drenante, la nostra “ricetta” standard, con un’ aggiunta di segatura.

http://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

Non so quanto sia scientifica questa tecnica. L’idea viene dal  “non si butta via niente” campagnolo. Vedendo i mucchi dorati della segatura sotto la sega bindello nell’aia, ho pensato che a qualcosa di bellissimo dovevano pur servire. Passandoci dentro le dita si sente che è materiale vivo e che  desidera altra vita. Chi meglio delle epiphyte per trasformarlo in fiore?

i rami messi a radicare fioriscono, forse per ringraziare di un contenitore così "messicano"
i rami messi a radicare fioriscono anche senza radici, forse per il piacere di un contenitore così “messicano”

In natura le Rhipsalis vivono come ospiti, non parassiti, sui castelli di rami dei grandi alberi. Vegetano  associate a bromeliacee, orchidee e felci, nelle foreste tropicali, in Messico, Antille,Brasile, Bolivia, Paraguay e Argentina. Qualche specie si trova anche in Madagascar, forse qualche uccello migratore le ha aiutate a colonizzare un nuovo  continente, milioni di anni fa, quando i continenti erano più vicini?

In serra e online potete acquistare le nostre Rhipsalis pilocarpa,  e tante altre Rhipsalis,  tutto l’anno. (Sospendiamo le spedizioni solo nei periodi di gelo).

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Agave americana: coltivazione e curiosità

Agave americana, rigida come una scultura. Imponente protagonista di giardini siccitosi in clima mite, o di grandi vasi da ricoverare, in zone gelive.

All’Agave americana l’origine è rimasta nel nome, ma tutte le agavi sono di origine americana, del “vecchio” e “nuovo” Mexico.  Pare che il nome agave derivi dal greco agaous, che significa magnifico. Che il nome sia descrittivo è la norma, questo  è  addirittura un elogio!

Agave americana è ben distribuita nel mondo, naturalizzata nelle zone dove il clima lo ha permesso. Teme il gelo. A Parma, quasi ovunque, resistono e si fanno belle per qualche anno e poi, basta un inverno un poco più rigido, e se ne vanno, cotte dal gelo (arriviamo anche a -15). In qualche posizione particolarmente felice riescono a  sopravvivere all’aperto. A pochi chilometri da qui, in provincia di Reggio, vicino al castello di Rossena, una bella colonia prospera in piena terra da molti anni. Forse complice il terreno roccioso e scosceso che sgronda l’acqua rapidamente, forse il gesso delle rocce riflette e mantiene il calore.

L’Agave americana è la regina delle agavi, la più nota e la più grande,  con i suoi 3 metri di diametro, (la pumila è la più piccola, con 10 cm di diametro). Le foglie sono verde azzurro, le spine sono nere, corte e ricurve, quelle lungo i margini delle foglie, lunga e dritta quella terminale.

Tirando verso il centro della pianta questa lunga spina, si ottiene un ago con filo attaccato, pronto per fare cuciture di riparazione, non certo raffinate, ma sicuramente molto utili a chi restava fuori nei campi per settimane. Questa pratica, ce l’ha mostrata una ragazza a Teotihuacan,  noi lo avevamo già visto fare da un ragazzo siciliano che aveva il nonno pastore. Che ci si aggiusti il mantello di sisal in Mexico, o di lana in Sicilia…funziona.  Il mondo è sorprendentemente piccolo e gli stessi trucchi si manifestano ovunque. (Dalla parente stretta Agave sisalana, si ottiene il sisal, robusto e immarcescibile, buon sangue non mente!)

Un altro uso curioso che ci mostrò la ragazza di Teothiuacan , (questa davvero una novità, per noi)   fu il ricavare un foglio trasparente pronto a sostituire la carta, semplicemente spellando una foglia.

Agave americana per scrivere
Agave americana per scrivere

A beneficio dei turisti, o forse per movimentare qualche festa, la ragazza ci mostrò anche un’agave a cui era stato scalzato lo stelo florale. Con un mestolo creato giusto per l’uso, raccoglievano l’essudato che grondava dalla ferita,  riempiendo la rosetta basale. La pianta continuava a pompare linfa verso lo stelo che non c’era più. Questa linfa una volta fermentata diventa pulche, in europa meno famoso della tequila, ma  altrettanto popolare in Messico. Viene servito nelle pulquerie ed è  a buon mercato.

La coltivazione dell’Agave americana è quanto di più semplice si possa provare. Occorre terriccio per cactacee, oppure terriccio sabbioso, oppure…quel che c’è. Troppo robusta per riuscire ad ucciderla, crescerà benissimo se rinvasata a tempo debito, oppure adatterà la sua dimensione e la produzione di getti laterali, al contenitore che le daremo; quando si dice “far con quel che c’è” si parla di lei.

Interessanti anche le varianti Agave americana mediopicta e Agave americana variegata, che aggiungono al bel verde  una striatura color crema al centro  della foglia, la mediopicta, e gialla sul bordo esterno la variegata.


Agave americana è monocarpica, per cui fiorirà una sola volta e poi lascerà spazio alle figlie, nate come getti laterali. Come ultimo dono alla vita maturerà semi all’apice dello stelo. Quando sarà tutto pronto, lo stelo si romperà con un semplice colpo di vento e cadrà portandoli lontano dalla pianta madre almeno 5 metri. Tanto è alto lo stelo. In questo modo la pianta colonizza altro suolo e la vita continua.

in vivaio offriamo tutto l’anno un vasto assortimento di agavacee di varie dimensioni

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Crassula ovata: pianta dei soldi, dell’amicizia, di giada

Crassula ovata, nella tradizione popolare la pianta dei soldi.

Crassula ovata ha fama di pianta che “porta bene”. Non solo per le erbe ad uso medicinale, si è osservata la forma e se ne è fatto  uso per curare l’organo a cui somigliano. Abbiamo trovato la forma addirittura per la fortuna, quale meglio delle monete? Pianta dell’amicizia perché si moltiplica con grande facilità, a favore di amici e conoscenti. Di giada per il colore.

Crassula ovata è, fra le crassulacee, la più popolare, e senza dubbio la più resistente. Unico problema insuperabile è il gelo, per tutto il resto si ingegna a sopravvivere. Ama la mezz’ombra. Se la posizioneremo all’ombra tutto il giorno si farà più scura e più bella, però esprimerà il suo disagio smettendo di fiorire. Se la collocheremo in pieno sole diventerà tutta rossa, virerà dal verde al giallo ma non ne morirà e fiorirà ugualmente. Se invece avrà il sole la mattina o nel tardo pomeriggio ci regalerà grandi fioriture invernali e sfoggerà il suo bel verde…giada.

Crassula ovata in fiore
Crassula ovata in fiore

Il suo periodo di riposo è  la nostra estate. Osservandola bene noteremo che verso giugno diventerà un pochino avvizzita, fermerà la crescita e per qualche settimana berrà poca acqua. Non cerchiamo  di aiutarla, dandole più acqua o peggio, rinvasandola o concimandola, sta solo facendo una pausa. Dall’inizio di settembre tornerà a vegetare e, a fine ottobre, su ogni apice, tra le due ultime foglie appaiate della nuova crescita, scopriremo un capolino di boccioli.

In dicembre cominceranno ad aprirsi i fiori a stella, bianchi, delicati. Una volta secchi, non ne vogliono sapere di staccarsi dalla pianta. Rimangono intatti, ancora belli fino a Pasqua. Se poi la porteremo all’esterno il vento o la pioggia li staccheranno.  Per chi ha voglia di un centrotavola romantico sarà sufficiente staccare delicatamente i fiori ormai secchi ma ancora perfetti e metterli a galleggiare in un piccolo contenitore, perché no,  con qualche candela.

Specialmente d’inverno la pianta tende a “pulirsi” lasciando cadere foglie e interi apici, dopo aver lasciato seccare porzioni di ramo. Ho letto che lo farebbe in condizioni di siccità estrema. Nella mia idea romantica invece, penso che sia il suo modo di riprodursi. In natura, durante la siccità diverse piante lasciano morire gli apici, che sono la parte più tenera, più bisognosa d’acqua e meno “utile” alla vita della pianta. Nel caso della crassula invece, le punte cadono dopo avere preparato le radici, perfettamente turgide.

Crassula ovata apice con radici pronto a staccarsi dalla pianta madre
Crassula ovata apice con radici pronto a staccarsi dalla pianta madre

A tutti gli effetti sono nuove piante, non certo parti di cui la pianta si è liberata per spirito di sopravvivenza. In questo modo la pianta si sposta, colonizza il terreno vicino alla pianta madre. Trattandosi di apici, cadranno nel perimetro circostante la chioma, non sotto, la pianta madre, questo è un particolare importante. Le piante figlie avranno la luce necessaria, non saranno “soffocate” dalla madre.

Crassula ovata è una crassulacea africana, ha bisogno di terriccio ben drenante, di concimazioni rare e poco azotate. Ha fiori riuniti in un dicasio, su un peduncolo di 3/4 centimetri. Fiori bianco rosati con antere violette. Si coltivano diversi ibridi, tutti con caratteristici tronchi, più o meno grandi,  molto carnosi.

Oltre a Crassula ovata di varie dimensioni, abbiamo disponibili alla vendita: Crassula ovata “variegata”, Crassula ovata “blue bird” (a fiore rosa),  Crassula ovata “gollum” (detta anche hobbit) e molte, anzi moltissime altre crassule di cui parleremo nei prossimi articoli.

 

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Astrophytum: piante stella, cadute da chissà quale parte del cielo

Astrophytum, quale nome migliore  per descriverli? Pianta stella.

gli Astrophytum sono cactacee, che sembrano cadute da chissà quale parte del cielo. Geometrie perfette, esigenze minime e fioriture in tonalità calde di giallo o giallo a gola rossa.

Sono piante messicane, con o senza spine, con ciuffetti di peli bianchi o senza.

Sono quasi tutti di semplice coltivazione, hanno bisogno di tanto sole e di un periodo invernale a temperatura bassa per preparare le abbondantissime fioriture estive. Sono piante autosterili per cui…abbiamo una buona scusa per coltivarli a coppie. Si ibridano molto facilmente, questo ha dato il via a un collezionismo “alternativo”, che non riguarda le piante in purezza ma le piante “costruite” in laboratorio. Interessanti le tante “variabili” che riguardano il numero di coste, la puntinatura, la spinatura e, ultima moda, i “bozzi vari”. Forse comincerò ad interessarmi a queste novità bitorzolute quando la natura avrà smesso di meravigliarmi.

Gli Astrophytum sono piante bellissime, molto variabili con l’età, come noi. I semenzai hanno il fascino della perfezione miniaturizzata. Gli adulti  non sono più  perfetti ma soggetti unici, molto diversi uno dall’altro. Gli esemplari vecchi sono rocce contorte, veri capolavori.

Per chi si volesse cimentare nella semina dei cactus, gli Astrophytum sono le piante ideali per cominciare. D’estate, dal bellissimo fiore fecondato, si sviluppa il frutto che matura in sole due settimane. Quando è pronto si spacca e mostra i semi, abbastanza grandi, nero-bruni.  Si possono seminare subito e nascono in fretta.

Dalla semina, per qualche mese, è consigliabile irrigare da sotto, riempiendo il sottovaso e buttando l’acqua in eccesso dopo qualche ora. Bagnando dall’alto si rischia di destabilizzare la pianta o addirittura di estirparla perché all’inizio ha una sola radice delicata, quindi poco ancoraggio.

L’unico che dà qualche problema di coltivazione è l’Astrophytum asterias che perde facilmente le radici durante l’inverso, se tenuto asciuttissimo, ma può marcire se inumidito. L’Astrophytum asterias ad oggi è in cites 1 per cui non di facile reperibilità. Nel caso lo trovassimo in vendita accertiamoci che sia accompagnato da legale autorizzazione rilasciata dagli organi competenti. Qualche anno fa si trovavano piante grandi che, dopo essere state allevate (non coltivate ma proprio allevate) su portainnesto, venivano rese franche e vendute a caro prezzo. Questo per sopperire alla naturale lentezza della pianta. Non abbiamo tempo di aspettare i suoi comodi!!!

L’elenco cites 1 contiene specie a rischio di estinzione. Facendone oggetto di desiderio, noi collezionisti,  alimentiamo un mercato illegale. Sarebbe bello che ci limitassimo  a guardare le piante, oppure a fare safari fotografici, negli orti botanici che si adoperano per conservare e riprodurre le specie a rischio.

Gli Astrophytum amano il sole ma occorre un minimo di attenzione al momento dell’uscita primaverile. Se messi direttamente al sole, dopo il  ricovero invernale, si ustionano facilmente. Non potendo cospargerli di crema solare…proteggiamoli con un leggero tulle per i primi giorni, oppure lasciamoli ambientare per un po’ dove prendono sole solo al mattino o verso sera.

Va benissimo il terriccio normale da cactus ben drenante, senza bilancino 🙂 di cui abbiamo parlato qui:

http://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

 

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Haemanthus albiflos, Amaryllidacea sudafricana

Haemanthus albiflos, ecco un’altra pianta cara alle nostre nonne.

Per Haemanthus albiflos questo essere “pianta delle vecchie case” può essere un vantaggio oppure no. Le piante molto viste non vengono più coltivate su larga scala e spariscono dai banchi di vendita per un po’. La ricerca della novità è una legge di mercato.

Haemanthus albiflos è una succulenta della famiglia dell’amaryllis. E’ composta da un bulbo succulentissimo e da foglie distiche, leggermente pelose, sia sulla pagina che lungo i bordi, lunghe fino a 30 cm, robuste ma non rigide. Produce scapi fiorali lunghi una ventina di cm su cui spuntano ciuffi di fiori bianchi, a ombrella, con lunghe antere gialle. Una volta impollinati, i fiori (e tutto la scapo) si piegano verso terra e maturano frutti arancio rossastri, contenenti un solo seme. Sono frutti molto decorativi  se si pensa che per ogni ombrella, ne può avere fino a dieci.

Quest’anno un bruco di cavolaia (sicuramente bulimico) ha mangiato tutte le antere ma almeno 4 frutti per ogni ombrella ce l’hanno fatta a maturare! Così testardi meritano una chance.

E’ una pianta generosa e robustissima. La mia pianta è stata più volte abbandonata a sé stessa, è rimasta nel medesimo vaso per almeno 5 anni, allargandosi e fiorendo ugualmente. Credo che le piante sappiano aspettarci e capiscano le nostre emergenze. A proposito di emergenze, la mia ha trascorso un inverno in una casa non riscaldata, dove sicuramente si è sfiorato lo zero termico, ed è ancora qui, a ricordarmi con la sua tenacia e la sua generosità, la persona che la accudiva prima di me.

Non ho mai provato la semina, questo sarà il primo tentativo, vi aggiornerò sui risultati. La moltiplico staccando i bulbi laterali quando sono già abbastanza grandi da avere radici proprie.

haemanthus albiflos bulbi
haemanthus albiflos bulbi

La coltivo a mezz’ombra, annaffiandola una volta a settimana durante l’estate e una volta al mese d’inverno. Ama il terriccio da grasse, molto drenante.  Fiorisce in autunno, conserva i frutti fino a primavera.  Non perde mai le foglie, come ci si aspetterebbe da una amaryllidacea. Seccano quelle alla base, una alla volta, man mano che produce quelle nuove.

Abbiamo piante di Haemanthus albiflos  disponibili tutto l’anno in serra e on-line (naturalmente non spediamo nei periodi di gelo)

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Eziolatura, filatura, deformazione delle piante piante grasse

l’Eziolatura o “filatura”, è la deformazione della pianta dovuta a un cattivo equilibrio luce-acqua

Eziolatura: deformazione chiamata anche “filatura” delle piante grasse (e delle piante in generale).

Un grave problema, che si riscontra quando ancora non siamo perfettamente in sintonia con le nostre piante, è l’eziolatura, detta volgarmente “filatura”. Con questo termine si descrivono cactacee semisferiche che cominciano ad alzarsi, prendendo  forma colonnare; le colonnari, invece, si stringono sulla punta crescendo come “strozzate” da un legaccio invisibile e  girano la parte chiara, (sottile) verso la luce. Naturalmente il fenomeno può riguardare anche  le succulente. In questo caso i rami si allungano, diventano esilissimi, decolorati rispetto alla crescita precedente, le foglie di distanziano in modo anomalo.

L’eziolatura è dovuta a uno squilibrio luce-acqua, questo non significa necessariamente che la nostra casa non sia luminosa.  I nostri inverni  sono lunghi e bui; annaffiandole, o ricoverandole bagnate, stimoleremo la crescita in condizioni avverse e fileranno.Come se questo non bastasse, anche le nuove spine diventeranno completamente diverse da quelle precedenti, corte e molli, se non addirittura assenti.

Attenti a non confondere eziolaturafototropismo naturale della pianta.

Nel primo caso la pianta si deforma producendo velocemente una punta sottile che va verso la luce, perdendo il suo aspetto naturale; nel fototropismo invece,  le cellule del lato in ombra, si allungano lentamente per esporre meglio tutto il corpo, (nella sua forma normale),  verso la fonte di luce.

In pianura padana, in zona di gelate, ogni anno occorre traslocare le piante al riparo. Trovo utile segnare con un indelebile un lato del vaso, per poter riposizionare la pianta, anno dopo anno, girata verso lo stesso punto cardinale. In questo modo sceglierà il suo modo ideale di esporsi al sole. Mi sembra un gesto affettuoso verso  creature vive che ci fanno tanta compagnia.

Immagino sia difficile vivere in un ambiente molto lontano da quello naturale, diversa esposizione solare, diverse latitudine e longitudine, altezza sul mare. Le piante grasse sono molto generose, si accontentano, e come noi, si adattano. Però dobbiamo aiutarle a riconoscere le stagioni, attraverso una corretta annaffiatura e gestione della temperatura. Dobbiamo, mediante l’annaffiatura ben gestita,  bloccare la loro crescita e regalare loro una stagione di riposo, che corrisponda alla nostra stagione meno luminosa.

Se siamo all’inizio della nostra collezione, e quindi ancora un pochino ingenui e molto ottimisti, scambieremo questa crescita repentina per un successo. Non lo è. Qualche volta non ho avuto cuore di dirlo a clienti entusiasti, che  descrivevano crescite miracolose: tanto così in un mese!!! Stavano prendendo fiducia nel loro pollice verde, sono stata zitta.

Le piante grasse sono lente, e tali devono rimanere, per restare fedeli a sé stesse.  Per mantenere le cactacee perfettamente semisferiche, senza diventare “a pera”, o colonnari, senza strozzature, dobbiamo metterle in piena luce d’estate, possibilmente all’aperto, e poi… prepararci all’inverno. Sarebbe più giusto dire prepararle all’inverno, però siamo noi a dover entrare nell’ottica che il troppo accudimento è dannoso.
Dovremmo nasconderci l’annaffiatoio e:                                                              1°smettere di essere ansiosi al primo “appassimento”
2°accettare  una leggera disidratazione invernale
3°capire che  il “gonfiore”  non è sempre sano.

Per mantenere la forma primitiva delle piante, occorre farle asciugare perfettamente, PRIMA del ricovero invernale. Noi che abbiamo la fortuna di vivere in un paese nebbioso, (la nebbia è uno spettacolo da visionari), ci preoccupiamo di spostare le piante in luoghi riparati, (anche la nebbia bagna e bisogna evitare che le piante ne siano esposte), senza annaffiare, già da metà ottobre. Solo col terriccio perfettamente asciutto da qualche settimana, la pianta capisce che è ora di riposare.

L’eziolatura è un danno irreversibile.

Questo non significa che dovremo buttare le piante deformi; sarà molto piacevole guardare, a distanza di anni, quanta strada abbiamo fatto insieme alle nostre piante. Le nostre inesperienze ormai risolte saranno  lì, portate in memoria dai nostri vecchi esemplari, che non saranno al meglio per canoni da perfezionisti, ma…chi lo è?  Possiamo forse chiamare Piante con la P maiuscola i poveri esemplari perfetti, coltivati in fretta, concimando a dismisura? Sono esteticamente perfetti, perché sono coltivati in modo artificiale, lontani dalle difficoltà della vita, però, quando arrivano a casa nostra, all’aria aperta, sono fragilissimi  e inadatti a vegetare senza artifizi.

Dopo tutto questo parlare rimane solo un suggerimento da scrivere: se proprio non possiamo evitare di prenderci cura esageratamente, se è più forte di noi il dover annaffiare, non resta che… ricalibrare la dimensione dell’annaffiatoio 🙂

maggior responsabile dell'eziolatura
maggior responsabile dell’eziolatura

 

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semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.

I semprevivi, Sempervivum tectorum, danno il meglio sotto la brina.

semprevivi sempervivum tectorum
semprevivi sempervivum tectorum

si ricoprono di cristalli e ci fanno riflettere sul  modo di dire “sembra finto”.

E’ il finto che deve essere fatto così bene da sembrare vero, non il contrario.

Sempervivum tectorum ha foglie lanceolate, molto carnose, ciliate, lunghe fino a 8  centimetri. Le minuscole ciglia sul margine delle foglie, trattengono la nebbia e, se la temperatura scende, diventano magiche.

E’ la pianta che, per tradizione, viveva sui tetti del forno e del gabinetto, delle case di campagna.
Da una singola rosetta appoggiata sui coppi, (senza artifizi, solo appoggiata!) prende vita una colonia inarrestabile che, in poco tempo, ricopre ogni centimetro disponibile. Poi si sporge dal tetto con lunghi stoloni, a cercare nuovi spazi. Se proprio non c’è più posto, trascorso un periodo ragionevole, per dar tempo al vento di provare a farla traslocare “a spinta”, lo stolone secca, e la rosetta parte alla ventura, cadendo…dove capita.

Sempervivum: nel vero senso del termine, mette radici ovunque cada. Se non cade sulla terra, basterà una crepa nel cemento, una pietraia, per ripartire con una nuova colonia, alla conquista del mondo. Le rosette cambiano colore e consistenza a seconda dell’esposizione solare e del fondo di coltivazione. Se in pieno sole, sui tetti, in estate le foglie sono rossicce e sottili. Disidratate se piove poco e costrette a bere solo rugiada, gonfie se le le aiutiamo con qualche annaffiatura.

Nella maggior parte delle case contadine non si coltivava niente “solo” per bellezza. Non perché mancasse il buongusto, ma perché mancava il tempo, e per via dell’acqua da attingere col secchio, dal pozzo. Il Sempervivum tectorum aveva tanti usi pratici e tanti magici. Il nome popolare, “erba dei calli”, ci racconta che veniva usato per esfoliare gli occhi di pernice e i duroni. Ci sono notizie anche di rimedi per curare mal di denti, sordità, bruciature.  Ma non esiste pianta a cui non sia attribuita anche una capacità magica. Sempervivum è una rosetta bassa, semplice semplice, morbida, senza difese, eppure…era considerato il parafulmine della casa!  Sembra poco? Mescolata con altri ingredienti era l’erba magica per preparare l’arcano, ossia la pomata che, spalmata sulle mani, le rendeva invulnerabili, capaci di afferrare anche il ferro rovente. Un perfetto isolante! Su questo direi che ci toccherà fidarci ciecamente del vecchio testo da cui ho preso la notizia.

Ma in tema di isolamento verde (che fa tanto tendenza),  Sempervivum tectorum, può funzionare come isolante coltivandola sul tetto? Ovvio che un tappetone verde spesso dieci/quindici centimetri, non può non funzionare. Diventa un groviglio di radici carnose, intrecciate alle proprie foglie secche e alla polvere. Isolante lo è di sicuro. Mi domando se sia un discorso valido o un’idea romantica.

Le piante riconquistano i loro spazi, colonizzando le macerie, ripopolando le cave dismesse, per nostra fortuna, ricostruiscono quello che noi distruggiamo. Però, l’idea romantica, di solito non è quello che intendiamo per “avere un tetto sicuro sopra la testa”. Credo sia difficile pensare a un tetto senza infiltrazioni con tante radici sopra, a meno che non si sia disposti a predisporre con guaine la copertura, come si fa per i giardini pensili veri e propri. Inoltre, in caso di nevicate “eccezionali”, la massa ruvida delle rosette, sarebbe un grosso problema per il mancato scivolamento della neve e quindi per il peso complessivo.

Ho virgolettato la parola “eccezionali” perché la ritengo abusata. Non mi sembra corretto  definire eccezionali eventi che si ripetono, anche solo due o tre volte, in un secolo. La nostra vita è eccezionalmente breve rispetto alle ere climatiche della terra, cento anni sono solo un attimo per lei. Tutto questo per dire che occorre essere prudenti nelle nostre costruzioni a lungo termine, e che ricoprire i tetti del pollaio o della casetta del cane è già sufficiente per sentirci green, senza rischiare di rovinare il tetto dell’intera casa (se non progettato per giardino pensile).

Mi viene anche un po’ di tristezza quando vedo in tv le coltivazioni  fatte sui grattacieli.  Pensate a quanto materiale di isolamento stendono su quei tetti: dura poco e andrà ad inquinare appena scaduto. (Una volta portato in discarica possiamo anche dimenticarlo, ma non è finita lì). Inoltre, quanto terriccio  porteranno lassù? Per coltivare verdure in un substrato di 15 centimetri appoggiato su argilla espansa, (così era il progetto mostrato in quell’occasione), occorrerà pompare acqua e concime continuamente.  Quanta energia si sprecherà per il trasporto di materiale, che è terriccio universale non TERRA, (c’ è una bella differenza), e per pompare acqua? Tutto questo intanto che, su terreni meravigliosi, si stendono chilometri di pannelli solari, che dovrebbero stare sui tetti, o in luoghi disagiati per l’agricoltura, e si demotivano i giovani a restare o tornare in campagna! C’è davvero bisogno di coltivare sui tetti?

Mi è toccato pure di vedere in una trasmissione sull’agricoltura ( ohibò), la coltivazione di un mini orto in vaso. Si seminava su substrato di terriccio universale e….pannolone per bambini! Non conosco i tempi di smaltimento del pannolone, però so che ci sono comuni che premiano le mamme virtuose che usano quelli di cotone lavabile, per cui…qualche dubbio sulla salubrità è legittimo.

I Sempervivum tectorum appartengono alla famiglia CRASSULACEE. Esistono molte varietà naturali di sempervivum, che sono autoctone  su Pirenei, Alpi,   Appennini e nel nord dei Balcani. Dedicherò un ulteriore articolo alle tante varietà ibride che meritano attenzione, per la loro bellezza e per la loro caparbietà nelle condizioni più disagiate.

I fiori sono estivi,  rosa opaco, sbocciano a mazzolini su un unico stelo, alto da 20 a 40 centimetri. Di solito hanno 13 petali appuntiti,  il frutto è un follicolo. La pianta è monocarpica per cui, dopo la fioritura, muore. Naturalmente le rosette che fioriscono, e quindi muoiono, sono sempre le più vecchie, una piccola percentuale sul tutto.  Vengono trasformate in humus all’interno della grande colonia,  in pochissimo tempo spariranno, coperte da nuova vegetazione.

L’unica manutenzione annuale, necessaria solo se siete molto precisi, è l’asportazione degli scapi fiorali secchi. Cosa che farà il vento per voi, se avrete pazienza di aspettarlo. In questo modo verranno portati “in giro”, nei vortici d’aria, anche i semi, insieme alla vecchia vegetazione. Andranno a colonizzare altrove dimostrando che anche le piante “camminano”.

Non è un fiore vistosissimo se lo si guarda “a terra”, cioè dall’alto al basso. Ha un che di magico se lo si guarda sui tetti, da sotto in su. C’è un che di miracoloso in quelle sagome che si stagliano contro il cielo, ancorate e nutrite solo dalla polvere che si ferma tra i coppi. Così gioiose e grate da riuscire perfino a fiorire…dal nulla.

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Guacamole: chiudi gli occhi e assapora… sei in Messico

Guacamole: seguiamo la ricetta classica messicana e serviamolo con tortillas, totopos, stria e piadina romagnola, su una tovaglia coloratissima.

Guacamole, un pretesto gustoso per sentirsi in Messico.

guacamole a Coyacan
guacamole a Coyacán

Amo dei giovani, gli embrioni di progetti che custodiscono. I viaggi che faranno, i sogni che realizzeranno, o che culleranno per sempre. Amo dei vecchi i loro ricordi, le luci delle immagini che hanno visto e ancora brillano nei loro occhi.

…e poi ci siamo noi, che da ragazzi non abbiamo  viaggiato, non ancora vecchi abbastanza per smettere di sognare (succederà mai?) e non abbastanza giovani per partire, lasciando a casa i brutti pensieri. Abitanti di un’età di mezzo, che non è più forte, e non è ancora debole.

Novembre è stato, per alcuni anni, il nostro “mese del viaggio”. Il viaggio non poteva essere altro che “al Messico”, per amore delle piante, per i colori o forse per atavica memoria. Per questo, da novembre, inizia la malinconia e la caccia all’atmosfera. Ripesco il tappeto messicano, rigorosamente a righe, di colori improponibili, che funzionano a meraviglia come catarifrangenti, nel grigio di bassa collina padana. Indosso gli orecchini comprati alla barranca del cobre e preparo guacamole. Non si evoca bene nulla, senza passare dalla cucina.

Il cibo per ricordare

La mia ricetta del guacamole è semplicissima, fresca e “luminosa”, come il mercato dove l’ho assaggiata la prima volta a Coyacán.

Coyacán a novembre
Coyacán a novembre

Ci misero sul tavolo un piatto di cartone, infilato in un sacchetto da congelatore. In questo modo, il piatto usa e getta, può essere riutilizzato all’infinito, senza lavarlo, semplicemente sostituendo il sacchetto.  Sul banco, davanti a noi, una fila  di terrine piene di salse colorate. In mezzo al deserto di presenze di metà novembre, una signora anziana scaldava sorridendo tacos e tortillas. Fra le terrine, qualche fiore in un barattolo  di latta, disposto senza arte, con gentilezza semplice.

guacamole e fiori gentili a Coyacán
guacamole e fiori gentili a Coyacán

 

C’è anche un “altro” Messico da vedere, fatto di zone hotelere e lusso sfrenato, ma non è nelle nostre corde e, passandoci dentro ogni tanto, ci siamo sentiti turisti, nel senso consumistico-dispregiativo del termine, osservati senza sorriso, trattati a distanza, come inquinatori e guardoni senza empatia, a cui spillare soldi con disprezzo.

ricetta:

Guacamole:
2 avocado maturi (passando il cucchiaio la polpa deve staccarsi bene dalla buccia)

uno spicchio di aglio

uno scalogno e una piccola cipolla (è molto interessante vedere che in Messico non si limitano all’uso di una cipolla, miscelano diverse varietà, arricchendo così il bouquet di profumi e sapori)

10 pomodorini datterini o simili, privati della pelle

4 foglie di coriandolo

cumino, pepe,  un peperoncino (se non è destinato a bambini, ma è buono anche senza)

un lime (o mezzo limone ben maturo)

tritare finemente aglio, cipolla, peperoncino, scalogno e coriandolo, aggiungete i pomodorini tritati grossolanamente e il succo di lime.

Pestate… anzi, “spiaccicate” gli avocado, insieme alla buccia grattugiata del lime. Io uso un’ apposita terrina a “maialino” che ho comprato a Puerto Escondido. Ha il fondo zigrinato, proprio per ridurre la polpa dell’avocado in crema, senza tagliuzzarlo, come farebbero il robot da cucina o il coltello.

Miscelate tutto con cura e lasciate riposare in frigorifero per almeno un’ora, meglio un giorno. Tradizione richiede che la midollona dell’avocado venga nascosta nel guacamole, per rallentarne l’ossidazione.

guacamole messicano
guacamole messicano

 

buen provecho  W   Mexico!!!

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Panettone Vegan Motta: nuova produzione dal 2017

Motta che sfotte i vegani? non ci credo! sicuramente si stratta della preparazione al lancio di una linea vegana

Motta  dice: “avremmo potuto aggiungere bacche di goji…seitan…” no, ragazzi, non scherziamo, il seitan sostituisce la carne, non lo abbinate al panettone!

Lo stesso Motta di “tartufon, c’est bon?”, “du gust is megl che uan?” “c’è Gigi? e la cremeria?”  Questi hanno una squadra di pubblicitari fantastica, non hanno fatto una giggionata, c’è sotto qualcosa…

Sfottere i vegani per il gusto di farlo? uh, non capisco: i vegan sono il 5% della popolazione italiana e sono in aumento. Una minoranza da sacrificare per esaltare la “tradizionalità” del prodotto? Io avrei fatto questo calcolo. 5% vegan, con almeno 5/6 amici cari ciascuno a cui dispiace sentire lo sfottò?  Ci sta, e mancano ancora le mamme, le zie e le nonne, diventano tanti, ne avrà tenuto conto la Motta?

Mia zia per esempio, per questo natale, non ha inanellato nel carrello nemmeno un Motta per i suoi regali, e neanche un Alemagna e un Bauli, niente Buitoni e La valle degli orti, lo sa che sono la stessa cosa, e se prima continuava a comprarli perché c’è lo stabilimento  a Parma, adesso è davvero arrabbiata. E la questione della cessione alla nestlé della parte gelati non le era proprio piaciuta. Era una bella storia quella del fornaio pasticcere italiano. Come vedete la questione “tradizione” che volete sottolineare è un po’…tirata.

Io da parte mia non comprerò nemmeno le merendine da voi quest’anno, quelle per i miei ospiti naturalmente. Certo non basterà che a farvi sorridere, aspetto la nuova produzione io.

Non mi sembra il caso di aprire una discussione sui perché e perché no, dei vegani. Vorrei sottolineare che dal rispetto delle minoranze scaturisce la libertà intellettuale di ogni singolo individuo.

Uova: dozzine di motivi per non mangiarle

Raccomando ai vegani di controllare la vitamina D. Lasciandola scendere troppo, l’umore peggiora e fanno anche male le “giunture” e i muscoli. Si rischia di essere considerati fibromialgici,  e curati con oppiacei… e si rischia di incontrare medici che scuotono la testa giudicando…

Buon Natale senza Motta

Cynanchum marnierianum, asclepiadacea dal Madagascar

Cynanchum marnierianum, asclepiadacea ricadente del Madagascar

 

Cynanchum marnierianum ha l’aspetto secco, morto, per niente appetibile. Forse per una forma di  difesa passiva, perfetta nei confronti delle mandibole di eventuali predatori.

Quando lo comprai, tantissimi anni fa, ero all’inizio della mia collezione, mio marito mi disse “t’è comprè un spròc sèc”. I “spròc” sono i legnetti sottili e secchi che si legavano a mazzolini per avviare la stufa o il camino. Posizionati sotto la legna più grossa, garantivano che la fiamma prendesse rapidamente, e disgelasse le case, la mattina presto. Questo molto prima dell’arrivo dei  maleodoranti cubetti accendifiamma.

Amo il dialetto, la lingua del mio paese, con tutta la cultura che c’è dentro. Ritengo un’imposizione l’esclusione del dialetto dal linguaggio dei bambini. Io,  per esempio, non lo so scrivere e…non è giusto!

Quando  ero piccola, nelle classi scolastiche, si distinguevano i figli dei contadini perché lo parlavano, era sintomo di povertà. Povertà culturale? Assolutamente no, noi sapevamo tante cose, della campagna, degli animali, delle stagioni. Semplicemente non conoscevamo l’italiano. Come oggi i bimbi immigrati. Conoscono “altro”, non l’italiano ma… a questo serve la scuola no?

Cynancum marnierianum viene dal Madagascar, è strisciante, ha rami lunghissimi, grossi fino a un massimo di 4 millimetri, verde-grigio o ruggine-grigio a seconda delle stagioni e dell’esposizione solare. Ho letto che dovrebbe avere foglie opposte triangolari, che durano poco,  le mie piante non le hanno mai avute.

I rami sono tondeggianti, solcati da rilievi longitudinali, divisi in “porzioni” da nodi bene evidenti. Su quei nodi si formano le radici, se ne facciamo talee, o anche, semplicemente, se appoggiano si strisciando sul terreno. Sugli stessi nodi si formano i fiori, a gruppi di 3/4. I fiori sono verdi, con calice piccolissimo e petali uniti a palloncino, tramite le punte,  non  saldate ma solo vicine.

Cynanchum marnierianum

Cynanchum marnierianum

Cynanchum marnierianum non necessita di cure speciali, è resistentissimo sia agli attacchi fungini che agli insetti. Non è appetitoso per la cocciniglia come le altre asclepiadacee.

Il periodo migliore per la riproduzione è da primavera inoltrata a settembre. Ho visto sulle mie piante spettacolari fioriture da ottobre a dicembre,  non ho mai visto frutti. Forse ha bisogno di impollinatori speciali?

 

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Ceropegia armandii: aspetto stupendo inquietante preistorico

Ceropegia armandii ha un grande difetto: sembra finta e quindi è a rischio di palpeggiamenti violenti

Questa “liana spigolosa” marrone scuro attira sempre l’attenzione e, siccome siamo diretti discendenti dei primati, tutti noi abbiamo bisogno di “tastare” le cose che non abbiamo mai visto, per approfondire la conoscenza. 🙂

E’ normalissimo cercare di usare tutti i sensi per “capire” di cosa si tratta a tutti i livelli, la maleducazione non centra. Nel caso di Ceropegia armandii, abbiamo bisogno di capire tutto! Al nostro primo incontro con lei è perfino difficile definire se è animale o vegetale, se è cosa viva o morta, e poi, man mano la curiosità cresce fino a doverla toccare a annusare. E’ ruvida al tatto come un’iguana e le radici abbozzate, su ogni porzione di ramo, potrebbero essere zampette.


Ceropegia armandii è una splendida asclepiadacea proveneniente dal Madagascar, ancora poco diffusa, forse più nota nella versione “green”.
La armandii, cioè quella che ho fotografato è marrone scura tutto l’anno, sono scurissime anche le puntate giovani, anche tenuta all’ombra. La versione Ceropegia armandii “green” che ho visto in vendita aveva sezione più piccola, articoli verdi e fiore diverso.
Queste piante non amano il sole, hanno portamento rigido ricadente, i nuovi articoli crescono in prolungamento di quelli dell’anno precedente, mantenendo,  nel punto di nuova crescita vegetativa, una specie di “incastro”, molto marcato. Hanno foglie piccolissime, solo sulla vegetazione dell’anno, e solo per qualche settimana in autunno.

Sono piante lente, o almeno, sono lente da noi che concimiamo pochissimo, diventano rapidissime solo quando decidono di fiorire. Cacciano un lungo ramo rampicante (non ricadente come il resto della pianta) che si allunga e si attorciglia su qualsiasi cosa possa aiutarlo ad arrivare molto in alto, ne abbiamo avuti anche lunghi un paio di metri.
Questo è il motivo della bruttezza delle foto, erano veramente in alto e fare free klimb non è proprio il mio mestiere.

Ceropegia armandii si riproduce molto facilmente per porzione di ramo. Si tagliano in primavera-estate, porzioni di rami, possibilmente nel punto di intersezione, si lasciano asciugare qualche giorno e si piantano in terriccio ben drenante.
Radica in fretta, non ha esigenze particolari, se non il bisogno di essere difesa dalle cocciniglie che la trovano prelibata.

Un buon insetticida sistemico, che non macchi, è l’ideale in caso di attacchi importanti. Il trattamento va ripetuto due volte a distanza di 10-12 giorni per eliminare anche le cocciniglie nate finito il periodo attivo dell’insetticida.
Per pochi insetti e poche piante si può tentare con macerato di aglio. La pianta è impermeabile per cui occorre spennellare tutta la superficie col macerato, specialmente le parti più nascoste…più volte!

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Sedum spectabile pianta medicinale dei vecchi giardini

Sedum spectabile è quella pianta grassa che trovate nell’angolo più trascurato dei vecchi giardini.

L’autunno è il trionfo dei Sedum spectabile (e non solo, sono tantissimi gli ibridi interessanti di sedum), se è asciutto danno il meglio, se nebbioso, i fiori presenteranno sicuramente qualche muffetta, ma saranno belli comunque.

Oggi parliamo dello “spectabile” perché è il più diffuso, quello ormai autoctono di diritto.

Altezza dai 30 ai 50 centimetri, a seconda della composizione del suolo e della concimazione che gli daremo, foglie ovato-spatolate verde pallido riunite in gruppi di 2-3 ogni nodo, fiori rosa con sfumature malva, riuniti in corimbi larghi fino a 10 centimetri. Fioritura autunnale.

Mi meraviglia sempre  scoprire che anche le piante dei giardini “poveri”, di campagna, quelli costruiti con  scambi e mai acquistando, arrivino da così lontano. Nello specifico, lo spectabile arriva dalla Cina (in tempi non sospetti), nelle vecchie case dell’Appennino parmense.  Nessuno della mia famiglia ricordava come fosse arrivato lì.

A casa mia se ne era persa (o forse non c’era mai stata) l’informazione circa l’uso medicinale, però l’uso  si poteva indovinare perché cinquanta anni fa, in campagna, erano pochissime le piante coltivate solo a scopo decorativo. Le foglie di Sedum spectabile , private della pagina sottile superiore, servono per disinfettare le punture di insetto. Evitano il formarsi di “ponfi” dopo un prelievo di zanzara, e non è poco in pianura padana.

Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d'insetto
Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d’insetto

Un vecchio muratore la riconobbe come ” la pianta del fridi” cioè pianta delle ferite, mi raccontò che in cantiere ne tritavano una manciata, la mettevano sulle escoriazioni, fasciavano il tutto  e continuavano  a lavorare.

I sedum sono la pianta jolly per l’angolo del giardino dove “non cresce niente”, dove non arriva l’irrigazione, o quello non ancora sgombrato dai rottami del muratore. Dedichiamo all’angolo-rottami un pensiero gentile e ne avremo grandi soddisfazioni. Se lo sgombero  non si può fare nell’immediato, non arrabbiamoci troppo,  sfidiamo la sorte avversa e decoriamolo!

Quel cumulo di materiale inerte è ben drenato, come una montagna di lava, per cui le piante grasse ci staranno benissimo. Scaviamo qualche buchetta e mettiamo terra oppure riempiamo quelle già esistenti oppure…affidiamoci alla povere portata dal vento e piantiamo direttamente i nostri sedum in quei piccoli anfratti che imitano egregiamente le crepe delle rocce.

Il risultato sarà sorprendente. Sono tante le varietà di Sedum resistenti al gelo, diverse per portamento, dimensione e colore. Scegliendo con cura si potrà ricoprire completamente la superficie da nascondere e creare un bel movimento di farfalle api e bombi. Questi ultimi amano questa fioritura in modo particolare. Se invece avete poco tempo per la ricerca di sedum “strani” o preferite fare altro, basterà un Sedum spectabile di partenza: taleando i rami in piena estate  e dividendo i cespi in primavera, ne avrete tantissimi esemplari in fretta. E’ piuttosto semplice anche la riproduzione da seme ma i semi non sono facilissimi da reperire.

Una caratteristica molto piacevole dei sedum rustici è l’accenno di vegetazione che si trova alla base dei vecchi rami, ancor prima che secchino. Sembra una garanzia per la prossima primavera.

Sedum spectabile, vegetazione autunnale
Sedum spectabile, vegetazione autunnale

 

Un bellissimo accostamento può essere fatto con Sedum sieboldii, però credo che potrebbe poi diventare un problema rimuovere il mucchio  di calcinacci perché…troppo bello!

Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Il sedum spectabile ha bisogno di una sola manutenzione annuale, nel tardo autunno avrà bisogno di essere “pulito” dai rami secchi e dalla foglie marcescenti che saranno sul terreno intorno alla base. Non è un’operazione indispensabile per la vita della pianta, però le darà un aspetto ordinato e pulito.

Se avete una buona manualità potete utilizzare gli apici fiorali per ghirlande e centrotavola invernali. Per questo scopo, è meglio raccogliere i fiori ancora belli colorati e farli seccare in luogo asciutto e arieggiato. Seccando sulla pianta possono diventare opachi per la nebbia della stagione.

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Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Sedum sieboldii: crassulacea giapponese resistente al gelo, semplice, graziosa, senza prestese.

Sedum sieboldii è sicuramente una delle “grasse” più popolari che conosco.

Onnipresente nelle vecchie case, è arrivata da lontano senza tanto chiasso. Ognuno le dà un nomignolo diverso,  tutti vezzeggiativi, forse per il suo aspetto così “ricamato”. Mia suocera la chiamava  Teresina, la dimenticava in un angolo per tutta l’estate, per poi riscoprirla in autunno.

A novembre dà il meglio, le foglie azzurrine, a verticilli di  due o tre, virano al rosso, con sfumature dorate, poi ogni apice si decora di un pon pon composto da decine di fiorellini rosa. Non chiede nulla, se la rinvaseremo al momento giusto (senza rimandare per anni), e se la concimeremo  (meglio utilizzare preparati poco azotati), ci regalerà foglie più grandi e grasse e fiori più “grossi”, se non la cureremo per niente, vivrà ugualmente e fiorirà…nonostante noi.

Viene dal Giappone. I giapponesi sono considerati i maestri delle cultivar, creano continuamente ibridi che appassionano milioni di persone nel mondo, e ne deludono  altrettante,  per l’innaturalità e la fragilità di questi ibridi. La loro “Teresina” invece, tutta naturale, conquista anche chi non colleziona succulente, con la sua versatilità.

Noi la coltiviamo in terriccio da piante grasse, ricco di materiale inerte, sta bene anche in terriccio universale o argilloso, devo ancora trovare un composto che non le piaccia. Nei vasi appesi fa un figurone, ricadente sul davanzale sembra il vestito a balze di una ballerina gitana. La forma variegata crema è leggermente meno vigorosa, ma altrettanto indistruttibile.

Finita la “fiammata” autunnale, gli steli seccano e rimane dormiente tutto l’inverno. Prima di fermare del tutto la vegetazione, prepara le nuove puntate per la primavera successiva, che rimarranno almeno tre mesi rasoterra, come affacciate sul nuovo anno.

Si può riprodurre dividendo il rizoma in tante parti, a primavera. Questo è un metodo che non mi piace,  le vecchie piante corpose sono stupende. La soluzione alternativa è sacrificare qualche ramo in estate. Si taglia alla base, si seziona piantando  sotto terra un paio di centimetri di fusto, fino al nodo di intersezione delle foglie, loro devono restare fuori ad assicurare la fotosintesi. Fatelo quando il fusto è “corposo”, a fine giugno. Se saprete curarla bene, con le annaffiature giuste, tenendola all’ombra fino a radicazione avvenuta, fiorirà già il primo anno.

Come manutenzione straordinaria richiede solo una pulitura per liberarla dai vecchi fusti una volta seccati. Non un solo motivo per non averla!

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cactacee e succulente: temperature minime per superare l’inverno

Cactacee e succulente: per ogni pianta cerchiamo la  temperatura ideale per superare l’inverno

Inverno-pianura padana-piante grasse:  ecco fatto! Se questi soggetti possono stare nella stessa riga, possono anche convivere. Il trattino che le unisce è la passione di chi le coltiva.

Viviamo ai piedi delle prime colline che portano all’Appennino, da una parte le salite e i primi pendii, dall’altra, basta attraversare la pedemontana e la pendenza verso Parma si fa quasi impercettibile, è già pianura, quindi nebbia e galaverna da novembre a marzo. Siamo stati una palude, non c’è niente di strano se sopra le nostre terre (che sono una bonifica) i vapori sembrano quelli di un paiolo, per tanta parte dell’anno. Ovvio che coltivare piante grasse qui comporti qualche difficoltà, inutile dire che in quanto appassionati di piante “toste” siamo un po’ tosti anche noi e accettiamo per le nostre piante,  i traslochi a cadenza semestrale che la temperatura richiede.

Da bravi collezionisti, oltre che venditori, siamo anche accumulatori seriali, per cui, durante l’estate compriamo chicche, riproduciamo e seminiamo a tutto spiano, per poi ritrovarci in autunno con migliaia di piante che richiedono di essere riparate. Quella che a prima vista e in pieno sole  sembrerebbe un’impresa impossibile, si trasforma in un “si-può-faaare!!!” appena la temperatura scende e arrivano le prime nuvole fredde. A questo punto potrebbe partire il capitolo consigli basato sulle nostre esperienze, studi, conoscenze ecc ecc. ma prima, accettate il consiglio più utile che mi sento di darvi: NON FIDATEVI DEI CONSIGLI!!

Paradosso? No, saggezza e piante sacrificate a suggerimenti seguiti alla cieca. Chiunque vi consigli, lo farà come me, in base alle sue esperienze ma, come nella vita di tutti i giorni, quello che va bene per uno non è detto funzioni per l’altro. Ogni balcone, portico, appartamento, è un microclima unico!!! Non possiamo sperare che una lista di nomi con la temperatura vicina ci indichi in toto che cosa fare. Ci darà un’indicazione preziosa da cui partire per sperimentare, ma non certezze al 100%.

Ogni collezione è unica, è curata con suggerimenti generici che il collezionista adatta alla sua situazione. Il coltivare in casa e in cortile non ha nulla  a che vedere con la vita di serra, quella sono capaci tutti di gestirla, bastano un termometro e un igrometro e il gioco è fatto. A casa tutto è più complicato e quindi più stimolante. Ci saranno sicuramente nella vostra collezione, piante che sverneranno bene in quell’angolino, che magari è un “dente” del balcone che neanche vi piace, ma ci passa sotto un tubo dei termosifoni, oppure in garage o fra le doppie porte. A voi scoprire quale angolo va bene per chi.

In piena pianura padana, su un’alta terrazza vicino a Parma ho visto vivere una squadra di cactacee che da me, a 20 km appena, non avevano superato l’inverno nemmeno dentro la vecchia stalla  riparate col tessuto non tessuto. Erano addossate al muro, sotto una tettoia di nemmeno 40 cm, quindi esposte alle piogge di “stravento” delle bufere invernali e alla neve. Un vero mistero che mi fece sentire coltivatrice inesperta anche dopo tanti anni di coltivazione. Il trucco c’è ovviamente, ed è addirittura doppio. Nell’appartamento, sotto la terrazza, abita un inquilino freddoloso, ma questo non  basta, a piano terra  c’è un ristorante, cucina funzionante 18 ore al giorno e quindi, canna fumaria della cucina che  intiepidisce il muro dietro la schiena delle cactacee tutti i giorni di tutto l’anno!

Quando parliamo di temperature invernali ideali stiamo parlando non solo di minime ma anche di massime. Assolutamente falso che le grasse richiedano temperature alte, non tutte, anzi, quelle che amano il caldo tutto l’anno sono veramente poche. Le cactacee hanno bisogno di SENTIRE L’INVERNO per preparare la fioritura. Se la temperatura sarà sempre estiva…come potrà tornare a fiorire la primavera? Mancherà sempre una stagione per arrivarci. Molte piante nei paesi d’origine vivono grandi escursioni termiche anche quotidiane che noi non possiamo offrire, ma almeno l’escursione estate-inverno cerchiamo di dargliela. Se proprio volete le vostre cactacee a vista, in salotto per i mesi invernali, dovrete rassegnarvi a non vederle fiorire, o fiorire pochissimo. Se riuscite a regalare loro un periodo al fresco vi ripagheranno alla grande.

Ho preparato una piccola dispensa con le mie esperienze, spero possa esservi utile la condivisione dei miei appunti, non è detto funzioni anche a casa vostra; l’abilità di adattare i miei esperimenti ai vostri angoli farà la differenza, renderà speciale la vostra collezione, anno dopo anno.

BUONA COLTIVAZIONE!!!

piante-grasse-temperature minime invernali tollerate

 

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salsa chutney di pomodori rossi e zenzero

Salsa chutney di pomodori rossi e zenzero. Autunno: Conserviamo gli ultimi pomodori che, da un giorno all’altro, virano al nero per il freddo notturno e l’umidità.

Il “non si butta via niente” è una  regola ereditata, credo proprio che me la potrebbero leggere nel DNA fra le caratteristiche genetiche.
Penso che il ricordo della fame sia  stampato nella memoria atavica di noi contadini; nonostante gli scaffali dei negozi siano pieni, inconsapevolmente, ci spaventa l’annata siccitosa, la grandine, la gelata tardiva o anticipata.
Il “non si butta”, “non consumare” e “mangia tutto col pane” è una parte indelebile di quello che sono. A questa educazione ha seguito un periodo di grandi sprechi ma poi, finita l’adolescenza (che quando viene viene, non correlata all’età) si comincia a comportarsi anche un po’ come siamo stati programmati.

Ultimi pomodori, autunno, caminetto che crepita,  la nostra legna è acacia, quella che scoppietta  facendo la  colonna sonora all’inverno. Viene voglia di preparare qualcosa di buono che  ricordi l’estate.  Per conservare gli ultimi pomodori rossi ho scelto questa ottima salsa chutney che  fino a un mese fa non sapevo esistesse. Non sono una fanatica del “nuovo” ma mi sento bene ogni volta che imparo qualcosa. Ho provato la ricetta qualche giorno fa, una piccola quantità di cui ho proposto l’assaggio a mio marito, alle mie figlie e agli amici: le mie cavie. Converrà loro essere sempre sinceri. Hanno apprezzato molto e saranno omaggiati di altri vasi… se hanno mentito non lo faranno più.

Pronti i semi di finocchio asciugati bene e piegati nel cartoccio. Tempo di raccolto anche per lo zenzero Zingiber officinalis, gli servono 20° di calore, non conviene ricoverare tanti vasi, meglio grattugiarlo e metterlo in pentola. A primavera avevamo visto come coltivarlo: ora aprirà le vie respiratorie con gusto, insieme a formaggio, carne o meglio seitan e tofu.

Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Tanti anni fa custodivo le mie ricette con gran gelosia,  ero in competizione con tutte le donne del mondo, maturando ho capito che una ricetta regalata è un dono che ci porterà a casa di tanta gente che non conosciamo, condivideremo sapori e profumi come se fossimo lì. Ho capito anche che la competizione è un stupido spreco di energie.
Ricordo di aver dato la ricetta della mia squisita torta di cioccolato a una parente, insistette per averla, al punto che gliela scrissi… omettendo un ingrediente! Forse, finite di scrivere queste righe la chiamerò e, a distanza di trent’ anni, le dirò cosa manca.

Ecco la ricetta completa 😉 della salsa chutney, ve la regalo con un  passaparola affettuoso, augurandovi un buon inverno di cibo preparato e mangiato con amore.

2 kg di pomodori rossi, 20 spicchi d’aglio, 80 gr di uva sultanina, 2 peperoncini rossi, 2 cucchiai di radice di zenzero grattugiata, la scorza e il succo di un limone, 1/2 cucchiaino di semi di finocchio, 1/2 cucchiaino di semi di cumino, 370 gr di zucchero, 400 ml di aceto di vino bianco, un cucchiaio di sale.

Scottate i pomodori in acqua bollente e pelateli, passateli nel tritatutto, aggiungete l’aceto, lo zucchero, l’uvetta e il sale. Mettete il tutto in una pentola col fondo alto, oppure mettete una piastra di ghisa sotto la pentola. Vi aiuterà a non “attaccare” il composto al tegame durante la cottura.
Pestate nel mortaio tutti gli altri ingredienti fino ad ottenere una pasta profumatissima, aggiungetela ai pomodori e fate bollire adagio. Non c’è un tempo standard, dipende da quanto sono acquosi i pomodori.
E’ una salsa, la consistenza deve essere quella giusta da spalmare su un buon pane casereccio.
Riempite vasetti ermetici, tappateli subito e capovolgeteli fino a completo raffreddamento. Una bella etichetta, se avete buona manualità, magari decorata a mano, rifinirà il lavoro e farà un figurone in dispensa e in tavola.

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Baobab, Adansonia digitata

Baobab Adansonia Digitata
Baobab Adansonia Digitata

Oggi seminerò 8  Baobab, Adansonia digitata proveniente dall’Africa. Occorrono semi, terriccio e una dose grande di ottimismo. Un seme è sempre  un investimento.

La semina non è particolarmente difficile, anzi! L’ottimismo serve solo per proiettare i pensieri in un futuro lontanissimo dove qualcuno a cui abbiamo voluto bene continui ad accudirli. Ogni seme è un buon pensiero per cui 8 semi… sarà un buon vortice di pensieri positivi; credo che sia questo il vero piacere del giardinaggio, meglio del risultato finale è la preparazione e la proiezione fantastica di quello che sarà.

Il Baobab fa parte della famiglia Bombaceae. L’ Adansonia digitata, il baobab appunto, è l’unica specie che vive in africa, le altre vivono in Madagascar e in Australia.
Il nome Adansonia gli venne dato da Linné in onore del botanico  Michel Adanson. Baobab deriva forse dall’arabo bu-hibab, frutto dai molti semi, o forse deriva da un termine dialettale africano che indica tutte le piante molto vecchie, un vero mistero la provenienza del nome, per questo albero che pare possa vivere un paio di millenni. Vegeta nella superstizione lui, un essere così generoso, che cresce dal nulla di terre povere e secche, si presta anche ad essere venerato o quanto meno circondato di leggenda. E’ la succulenta più grande al mondo e la più longeva in assoluto.
La storia che più lo ha reso famoso e simpatico è la sua sfida a Dio. Forse vedendo la faccenda da un’angolazione più umana possiamo dire che Dio si sentì sfidato e che lui era solo un povero Cristo… no, messa così sembra un paradosso, vediamo se riusciamo a venirne a capo.
Pare che dopo aver tanto sudato, è il caso di dirlo data la temperatura di Senegal e Sudan che sono le sue terre d’origine, per crescere fino a 25 metri, un giorno Dio si affacciò e lo vide. Deve essersi fatto un sacco di domande visto che intorno al Baobab era tutto desertico e lui svettava. Gli chiese se per caso lo stava sfidando. Baobab doveva essere stanco, oltre che sudato, doveva aver faticato parecchio per estrarre acqua da quella sabbia per cui pare che non abbia risposto amorevolmente, addirittura forse gli sfuggì uno sbuffo o forse una pernacchietta. Non si sa di preciso, comunque Dio si arrabbiò parecchio, lo prese con la sua manona, lo sradicò e … lo ripiantò a testa in giù!
Se Baobab fosse stato una pianta morbida, cresciuta nelle comodità probabilmente sarebbe morto, ma noi che abbiamo vissuto nelle difficoltà, prima di mollarci ci pensiamo per bene.
Intorno a lui, poveretto, a testa in giù, facevano la fila indigeni altrettanto poveretti, in cerca di semi, di fiori, perfino della corteccia per curare la malaria, era tutto un pianto.
Baobab decise che non ci poteva mollare, che fino a quando la linfa scorre, il sù e il giù sono solo opinioni, solo punti di vista, e fiorì. I fiori gli uscirono lassù che prima era il suo laggiù, fra quella che ora era la sua chioma, pur mantenendo la forma di radice.
I fiori vengono impollinati dai pipistrelli che golosissimi di polline volano da uno all’altro. I frutti sono bacche dure e fibrose, di forma allungata, possono arrivare a 40 cm di lunghezza. Si mangiano sia la polpa che i semi, e previa fermentazione se ne ricava anche una bevanda alcolica. Coi semi si produce un olio commestibile, coi frutti  un sapone.
La corteccia combatte la malaria, le foglie, secondo recenti studi, sono antitumorali… c’è tutto in albero! Non se lo poteva permettere di morire, per rispetto di chi in piena povertà, contava su di lui.

I semi mi sono stati donati da A.DI.P.A a murabilia, associazione straordinaria!  http://www.adipa.it

Prima di affidarli alla terra tengo i semi in ammollo per 24 ore, in questo modo si ammorbidisce la scorza durissima, è come simulare una stagione delle piogge, ci credono e germogliano meglio. Nascono bene tenendo umido il terriccio per qualche giorno. La crescita per i primi anni è abbastanza rapida poi rallenta. Teme il gelo e l’umidità autunnale della nostra pianura. Non mi pare sia soggetto a malattie, l’esemplare in fotografia  nato qualche anno fa è addirittura caduto dal davanzale a testa in giù ma, come il suo antenato famoso, ha ripreso a vegetare… dopo averci pensato un po’ su.

Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?

Frumento ancora verde ma spighe già gonfie. Giugno, per noi romantici campagnoli,  il tempo che precede le “messi dorate”.

 

 

Mi ci sono voluti quarant’anni per accettare, tra le spighe del FRUMENTO, l’assenza di papaveri e fiordalisi, ora
ci sono da accettare le carreggiate dei trattori che dividono in settori le “piane” del grano.

carreggiate nel frumento, indicano lo spargimento di sostanze "aliene" sul nostro pane.
carreggiate nel grano, indicano lo spargimento di sostanze “aliene” sul nostro pane.

Prima si vedevano solo alla bassa, nelle pianure immense del cremonese e del mantovano, posti da sogno per noi di collina che abbiamo appezzamenti minuscoli, da noi lavorare significa avere trattori sempre in manovra per via dell’irregolarità del terreno e dei poderi piccini.
Alla bassa è raro vedere persone nei campi, eppure non c’è un filo d’erba fuori posto, non un’infestante e chilometri su chilometri di mais di un verde quasi nero. Passando in auto si notano e si apprezzano l’ordine e la pulizia, non la mancanza di uccelli, di erbacce, di “natura”.

Brutta stagione, ecco le due parole che autorizzano anzi, pare costringano, i nostri contadini a spargere anticrittogamici e antiparassitari.
Già il chicco  da seme viene trattato per la difesa da attacchi fungini, la concia lo protegge sia “nel sacco”, che nel primo periodo di crescita, non si chiama chicco, si chiama Cariosside, un nome meno affettuoso che lo allontana dall’idea di cibo.
Va toccato con i guanti, quindi cibo da maneggiare con cautela.
Appena seminato occorre diserbare perché le erbacce sottraggono nutrimento al grano. Occorre distruggere alopecuro, loietto e papavero per cui il Glifosate si poteva utilizzare in pre emergenza entro 72 ore dalla semina. Ora non ho capito cosa succederà ma anche per i prodotti peggiori di solito lasciano finire le scorte per cui per almeno un paio d’anni bisogna mangiarseli a tutti i costi, il nostro fegato dovrà tenerseli…in deroga.
Sembra che ora con gli erbicidi non basti più fare un trattamento,  occorre anche un trattamento post emergenza a fine inverno.
Nel periodo della fioritura occorre anche “dare qualcosina” per l’allegazione (sempre per via del brutto tempo, anche eventuale…), ci sono prodotti definiti “antistressanti nei confronti delle avversità meteoriche”.
Occorre poi intervenire con trattamenti anti-fusarium perché aprile ogni dì un barile rovina il raccolto.
Appena “legati” i fiori hanno sicuramente bisogno di un aiuto per non essere “nebbiati”, semmai la cattiva stagione durasse tutto l’anno.
Occorre poi proteggere i chicchi dentro le guaine perché se c’è rischio di gradine gli insetti potrebbero mangiarli approfittando delle guaine scalfite.
Con questi step di veleni si protegge il grano che noi dovremo mangiare.

Non mi ero mai chiesta quanti trattamenti subisse il grano fino a che ho visto le carreggiate tra gli steli alti. Ricordo le sgridate quando pestavo le spighe andando a cercare fiordalisi e non ti scordar di me, ed ero così piccola che le spighe sovrastavano la mia testa. Vedere quelle carreggiate mi ha dato un’idea di consumo, di sacralità devastata. Erano parallele, a distanze precise, grandi come le barre irroratrici, poco creative, non potevano avere a che fare con gli stessi extraterrestri che fanno cerchi nel grano.
Ho letto che all’interno dei cerchi il grano è “modificato”. Anche quello che mangiamo ogni giorno lo è. Dopo gli anni sessanta i grani coltivati sono varietà moderne. Frumento che rimane basso e produce di più. L’allettamento con relativa difficoltà di raccolta e conservazione è un grosso handicap delle vecchie varietà. Poco importa che il glutine delle nuove varietà sia così estraneo al nostro sistema digestivo da portare alla celiachia. Questa nuova intolleranza porta un giro d’affari favoloso, quindi ricchezza per chi sa approfittarne.

Le vecchie varietà di grano allettano facilmente, producono poco e non sono convenienti.
Detto così potrei immaginare il contadino opulento, arricchito e scaltro, che produce prodotti pessimi per arricchirsi. Forse è meglio fargli due conti in tasca a costui.
Nella nostra azienda seminiamo grano Bologna e Blasco, ottimo grano per la panificazione, definiti moderni perché posteriori al “senatore cappelli” che ha segnato il punto di non ritorno del grano salubre negli anni 60.
I conti li stiamo facendo nelle nostre tasche e siamo certi di non sbagliare.
Il grano Bologna e il Blasco (definito speciale sulla bolla di ricevimento del consorzio perché era proprio bello) dell’anno 2015 ci è stato pagato 146 euro a tonnellata, (tra le mutazioni in corso… sapevate che il quintale non si usa più come unità di misura?)
due conti?
eccoli:
spese di aratura, e preparazione del terreno,
abbiamo seminato i nostri semi dell’anno precedente, operazione non molto gradita dalle case sementiere ma legale dal 2010.
Prima occorreva la fattura d’acquisto per poterlo consegnare al compratore.
grano 2014 pezzo 18 euro ql. Comprando i semi il costo è 40 euro al quintale.
costo di gasolio, manutenzione trattori escludendo l’ammortamento perché sono vecchi.
costo trebbiatura e trasporto al compratore.
Non ho messo le spese di anticrittogamici e antiparassitari perché non li usiamo. I nostri chicchi dell’anno precedente non vengono avvelenati eppure la produzione è buona e ad oggi, dopo mezzo secolo di coltivazione non abbiamo mai perso un raccolto.
Però abbiamo perso il guadagno per colpa di politiche scellerate,  è come se grandinasse ogni anno.
Con i 14,60 euro al quintale si coprono tutte le spese e niente altro.

Se vedete ancora grano nei campi è perché dobbiamo coltivare a rotazione per mantenere la terra fertile e perché riceviamo le sovvenzioni dalla comunità europea. La famigerata PAC che distribuisce a pioggia aiuti agli agricoltori, sia a noi che al principe Carlo d’Inghilterra e a Benetton, forse a loro un po’ di più perché pare abbiano qualche ettaro di terreno in più.
Noi riceviamo l’elemosina perché coltiviamo frumento, stiamo sulle spalle dell’europa perché non siamo autosufficienti eppure vi assicuro che lavoriamo tanto e sappiamo fare il nostro lavoro. Conviene di più far arrivare grano dall’Ucraina e dal Canada che dalle nostre campagne, perché?
Forse le loro coltivazioni intensive costano meno? Forse loro non sono massacrati dalle tasse? Forse smaltiscono da noi prodotti problematici? Perché non si tiene conto del peso ecologico che ha il trasporto di queste merci?
Mi sento davvero poco opulenta e molto schifata.

Ho trovato qui  notizie importanti circa le manipolazioni   che troviamo nei nostri orti e sulle nostre tavole. Pur non condividendo il pensiero del giornalista circa gli OGM ho gradito l’informazione e mi sono fatta le stesse domande.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/

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Tomatillo Physalis philadelphica:il pomodoro che si raccoglie confezionato

Tomatillo: Physalis piladelphica, solanacea messicana che per bellezza e sapore non può mancare nella nostra cucina. Confesso: ho comprato questa pianta tanti anni fa solo perché il cartello diceva TOMATILLO, IL POMODORO MESSICANO.

Era un gambettino piccolo piccolo che non avrei notato ma ormai i miei fornitori quando mi vedono arrivare espongono il cartello MESSICO! e io…abbocco con piacere.
IL primo esperimento non riuscì perché non sapevo che la pianta è autosterile e ne comprai una sola. Imparando da questa esperienza semino sempre due piante nello stesso vaso così il raccolto è assicurato.
Non è facilissimo trovare i semi ma una volta acquistata la pianta, anzi due, basterà conservare un pomodorino intero per tutto l’inverno per avere semi freschi a primavera. Naturalmente le istruzioni più raffinate sarebbero: aprire un pomodoro, estrarre i semi, lavarli e conservarli in luogo asciutto. Io però ricordo la cantina della casa di famiglia con uno zucchino, un pomodoro, una zucca, che in fila svernavano al buio conservando i semi per la primavera.
Il rischio non era la botrite o qualche altro marciume, al massimo poteva succedere che qualche topo avesse voglia di verdura.
La famiglia del tomatillo è la stessa dell’alchechegi, e molto simile la “confezione”. Invece di esporre la pelle al sole vive protetto da un sottile involucro verde giallastro, mi sembra che lasciandolo chiuso si conservi benissimo. Quest’anno pensavo di avere perso i semi, cosa per me gravissima per la difficoltà di reperimento ma soprattutto perché vorrei essere in grado di conservare il necessario per le generazioni future, come ho visto fare da mia madre.
In fondo a una scatola, in mezzo alla confusione creativa del mio ripostiglio ho trovato un frutto di un anno e mezzo fa; ho seminato senza convinzione e, come sempre, la voglia di vivere mi ha stupito!


Occorre un vaso grande, anche se azteco è pur sempre un pomodoro, potendo dargli un posto in piena terra nell’orto, vi stupirà con una produzione abbondantissima. Belli i fiori, è un physalis, insoliti i frutti e altrettanto insolite le ricette che potrete preparare.
Con un po’ di nostalgia del Messico vi suggerisco alcune ricette che sono apprezzatissime, semplici, infuocate e rinfrescanti come tutte le cose magnificate dal ricordo.
Il tomatillo con la sua base acida si sposa benissimo con le pietanze grasse, quindi con la carne? Non lo so, io lo faccio sposare a soia, tofu, farinate varie e a quel che c’è, ottimo anche col fritto.
La più semplice:
Tomatillo tritato fine, jalapenos onnipresenti (sulla n di jalapenos ci va la tilde ma non sono riuscita a trovarla sulla tastiera), lime e senape, mescolate il tutto e lasciate riposare qualche ora in frigorifero.

Questa invece è cotta, tomatillo tritato, poca salvia, prezzemolo, coriandolo, un cucchiaio di tequila. Buona servita calda e fredda.

Ve ne suggerisco una molto “azteca”, osatela, è indimenticabile: cioccolato fondente, arancia succo e buccia (solo la parte colorata macinata fine), tomatillo tritato fine, peperoncino macinato con la piccantezza che desiderate. Cottura al forno, come una torta. Mangiandola il cioccolato fondente si appiccica al palato e si capisce come mai Montezuma ne mangiasse a chili, fino a procurarsi quella che è rimasta nella storia come la …maledizione di Montezuma, appunto.

Ultima ricetta da assaporare in compagnia: tomatillos tritati fini, pomodori ciliegini tritati allo stesso modo, aglio,cipolla dolce, zucchero, peperoncino dolce, peperoncino piccante o piccantissimo a vostro gusto, sale, tutto a crudo. Da servire nelle classica ciotola bassa in cui intingere i totopos (triangolini di mais tostati o tortillas tagliate a spicchi tostate).
Si mangia con gli amici più cari perché intingere nella ciotola comune, a livello igienico, richiede come minimo grande simpatia 🙂

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Le piante di tomatillo da noi sono disponibili da fine aprile.

Cetriolino messicano, Melothria Scabra, per stupire

Cetriolino messicano, forma e aspetto dell’anguria ma in formato mignon. Buono in insalata e con i salatini

 

Tutto quello che arriva sulle nostre tavole è frutto di selezioni e studi dell’umanità che ci ha preceduto. I semi hanno accompagnato l’uomo nelle sue migrazioni, chi partiva, schiavo o conquistatore, portava semi per curarsi e per mangiare. Sono loro che pesano poco, durano nel tempo e ci garantiscono la sopravvivenza ovunque la vita ci porti.
Possiamo considerare la presa dell’America un grande cambiamento “alimentare” per il vecchio mondo. In realtà, non occorre solcare l’oceano per traslocare piante. Anche le spose che andavano in mogli nei paesi vicini portavano un “getto” dei fiori della mamma e i semi dell’orto, insieme a una pallotta di lievito madre. Anche pochi chilometri ogni tanto sono sufficienti ai semi, per girare il mondo, la terra non ha tempi brevi come noi umani. Il trasloco delle produzioni è in atto da sempre. Dai miei nonni che avevano bergamini nuovi quasi ogni S.Martino, ricordo di avere visto gli orti più curiosi della mia vita oltre ai primi porcellini d’india che qualche famiglia ferrarese cucinava come conigli.
Passa il tempo e la provenienza dei bergamini, o vaccari come li chiamano da noi, cambia. Ora nell’orto di un indiano che lavora in una grande stalla ho visto un filare di Alocasia macrorrhizos, la credevo velenosa in tutte le sue parti e invece la radice rizomatosa è prodotto dell’orto, in India. Da quando il nostro Sing ci ha fatto assaggiare i “pindi pindi” come li chiamava lui, Abelmoschus esculentus, anch’io li coltivo.
Inutile chiedersi se sia più importante coltivare novità oppure conservare le varietà antiche. Siamo su questa terra, le piante si spostano da ben prima che arrivassimo noi, sono inarrestabili. Le varietà antiche sono quelle che ci hanno nutriti, il nostro corpo le riconosce e le tollera bene. Non c’è da scegliere, c’è da integrare come sempre. Un esempio splendido di fuga dalla coltivazione è la massa di loto visitabile in barca a Mantova. Non saprei dire quali piante della mia zona siano davvero autoctone. L’acacia di cui ricordo da sempre il profumo e il sapore è alloctona, con questo termine si indicano gli ospiti… che non se ne sono più andati e sono qui da oltre cento anni. Anche i filari di gelsi sembrano parte del paesaggio a cui non dare un’età e invece furono introdotti dopo i viaggi di Marco Polo, per poter alimentare i bachi da seta.
Ho scoperto da pochi anni il “cetriolino messicano”. Tutto quello che ricorda vagamente il Messico mi conquista: confesso di averlo comprato solo per il nome, in quel momento non aveva frutti per cui era solo un’erbetta arrampicata su una triste rete di plastica.
E’ una cucurbitacea, ha sapore di cetriolo e limone e fascino da vendere. E’ un’anguria delle dimensione di una caramella!
Si semina a inizio primavera, ha bisogno di calore, necessita di un tutore su cui fissare i pampini, trovo che legnetti o salici aggiungano bellezza alla pianta. Si può coltivare sul terrazzo, è annuale per cui occorre conservare un frutto ben maturo per avere i semi l’anno successivo. Si può conservare il frutto intero per tutto l’inverno oppure, operazione più sicura riguardo agli attacchi fungini, estrarre i semi, lavarli bene per ripulirli dalla polpa, farli asciugare e conservarli in una busta di carta.
Per un raccolto abbondante miscela lupini macinati al terriccio, una miscela di sabbia e terra da orto va bene, oppure terriccio ben drenante. Se usi terriccio universale sceglilo per biologico altrimenti rovinerà la salubrità della coltivazione.


Il cetriolino messicano è buono in insalata, carino negli spiedini freschi di verdura e formaggio, spiritoso nel piatto insieme ai salatini. Si sposa bene condito con olive e peperone.
In Messico e Spagna si trova sott’aceto. Semplice da preparare:
Raccogli i frutti quando sono grandi come un acino di uva da tavola, lavali, asciugali e dividili a metà (dal lato lungo), mettili in un vaso a chiusura ermetica, aggiungi aneto, peperoncino, pepe rosa, sale grosso e spezie di tuo gusto.
Lascia macerare almeno una settimana. BUONA COLTIVAZIONE E BUON APPETITO!

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Le piante di cetriolino messicano sono in vendita da maggio,  direttamente presso la  nostra azienda agricola oppure possiamo spedirle (ordine minimo 30 euro, spese postali escluse).
Per informazioni e acquisti :   castellarocactus@libero.it      cell 347 4121367