Marmellata di mosto e frutta: a Parma Savorèt

Marmellata di mosto per salutare l’estate e godere i profumi d’autunno.

Savorèt, ossia la marmellata di mosto e frutta autunnale tipica delle colline parmensi. Un modo originale per indovinare come sarà il vino dell’anno. A seconda di quanto zucchero sarà necessario aggiungere alla frutta, indovineremo quanto sarà amabile il vino nel bicchiere.

Dopo la grandinata di giugno che metteva la ciliegina  sulla gelata tardiva,  le viti hanno messo in opera una seconda produzione di grappoli, se avremo un inverno senza gelo e mi auguro proprio che così non sia, a dicembre mangeremo lambrusco appena raccolto. Per questo autunno invece abbiamo vendemmiato solo i grappoli superstiti della grandinata. Ben poca cosa in realtà, ma la produzione di vino è solo per uso familiare a abbiamo acqua potabile a sufficienza per sostituire la produzione mancata.

http://millaboschi.com/danni-del-gelo-tardivo/

Abbiamo raccolto i grappoli migliori e dopo la pigiatura non potevamo non preparare il savorèt. Io lo faccio così:

  • 2 litri di mosto d’uva rossa per 10 kg di frutta di stagione
  • frutta mista di stagione nella maggiore varietà possibile, mele cotogne e tutte le varietà di mele disponibili. Pere nobili e tutte le altre che riuscite a trovare.
  • Sbucciare la frutta e tagliarla a pezzettini, versate il mosto nella pentola, (la caldera sarebbe il massimo perché prende anche il sapore di fumo di legna), aggiungete la frutta e cominciate i suffumigi.
  • Bollire il tutto per almeno 7 ore, assaggiare e aggiungere lo zucchero, qb dicono i cuochi. Io uso zucchero di canna. Può essere necessario metterne solo un etto per chilo di marmellata cotta, oppure anche 3 etti, a seconda del tipo d’uva e dell’annata.

Non occorre mescolare la marmellata di mosto per sette ore naturalmente, ma solo l’ultima mezz’ora dopo aver aggiunto lo zucchero. (Si può leggere un buon libro intanto che cuoce).

Quando è cotta mettetela nei vasetti e sterilizzatela facendoli bollire.

marmellata dimosto Savorèt
marmellata di mosto Savorèt, sul pane casereccio è una poesia. Ogni anno ha un colore e un sapore diverso a seconda di come è stato il tempo che ha maturato la frutta.

Ma chi ce lo fa fare?

Tutta estate a cuocere salsa, bollire, sbucciare, essicare, pestare…perché?

Per me fare le marmellate significa conservare un po’ d’estate in barattolo, meglio non fare un bilancio del costo degli ingredienti se non li avete nel frutteto, sappiate che la capsula del vaso che userete costa più di un vasetto di marmellata del discount…ma a noi interessa la manipolazione del cibo fatta con amore no?

Volendo essere proprio sincere fino in fondo c’è poi anche la soddisfazione di “accantonare” che in campagna è insita nel DNA, noi vogliamo poter pensare che il supermercato ci fa un baffo. Quando la dispensa è piena, e solo allora, dormiamo sonni tranquilli.

Dell’aspetto strega, fuoco, paiolo, da vino brusco a deliziosa marmellata, parleremo magari in qualche favola spaventevole per i nostri nipoti.

C’era una volta una vecchina che aveva un grande paiolo magico, bastava metterlo sul fuoco per riuscire a trasformare…

 

 

Solanum pyracanthum: porcupine tomato

Solanum pyracanthum per chi ama tanto le spine. Spinoso davvero come un porcupine

il nome popolare è descrittivo,  anche chi conosce pochissimo l’inglese come me  capisce che punge, da tutte le parti! Non so se ha un nome popolare anche in Italia. Capita raramente di vederlo per cui forse è ancora pianta aristocratica, per pochi e dovrà aspettare un po’ per avere un simpatico nome volgare.  Ha spine sul fusto, sulle foglie e sotto le foglie, lungo tutto lo stelo…ovunque!!! Eppure c’è una poesia e una grazia in questa pianta che colpiscono la fantasia. Il fiore è quello tipico…da pomodoro, però viola, e i frutti sono pomodorini verdi non commestibili.

fiore e foglie spinose…sopra e sotto la pagina
fiore e foglie spinose…sopra e sotto la pagina

La mia pianta è un regalo per cui vale doppio :). La coltivo in un vaso fatto e dipinto a mano da una ragazza con grandi doti. E’ un vaso pensato per contenere Echinopsis ma il punto di viola dipinto  è identico a quello del fiore e le spine anche, per cui…era proprio il suo.

Non so se questa pianta abbia un uso   per umani o animali, è pianta tossica,  credo però che abbia una grande utilità, quella di “fermarci” un attimo. Nella confusione di ogni giorno, nella bolgia di lavoro e pensieri non sempre felici, lei ci chiede di essere guardata, di riflettere sulla ferocia delle spine e sulla dolcezza dei fiori. Forse ci fa pensare a quanto l’insieme sia armonico e quindi “accettabile”.

coltivazione con attenzione!

Parliamo anche del  lato meno poetico dell’insieme (tocca fare anche questo quando si progetta  un giardino o di un terrazzo). Se decidete di coltivarla attenzione a tenerla lontana da manine, piedini e  zampette! Posizionarla  “al sicuro” come si fa anche con le piante grasse, non è sufficiente. Occorre monitorare ed eliminare per tempo le foglie di Solanum pyracanthum che stanno seccando. Quando si staccano diventano un pericolo a terra, dove le porta il vento o dove si posano cadendo.

Solanum Pyranthum proviene dal madagascar, è pianta tossica, non resiste al freddo. Gradisce abbondanti annaffiature estive e moderate in inverno. Si coltiva bene sia all’ombra che in pieno sole adeguando le annaffiature. Quando i frutti sono maturi “screpolano”  lasciando cadere i semi che germogliano ovunque. In clima temperato credo potrebbe diventare infestante.

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Piante parasole: tende verdi con piante annuali

Piante parasole? Perché no? Possono crescere in fretta per refrigerarci l’estate, ed essere tolte d’inverno, quando vogliamo che il sole entri nelle stanze.

Le idee semplici sono sempre quelle più soddisfacenti. Se abbiamo qualche finestra senza scuri e le tende interne proteggono dalla luce ma non dal calore…ecco qui, una manciata di semi, qualche settimana di attesa e avremo quello che ci serve. Non ricamate né stampate, però commestibili e non mi sembra poco.

Quest’anno ho pensato che lo spinacio di malabar ( Basella alba) meritasse un “avvicinamento alla cucina”. Ha foglie molto carnose oltre che molto buone, cuociono in un attimo e sono buone anche crude per cui, se a mezzogiorno non ho ancora un’idea del contorno per il pranzo, voglio averlo a portata di mano.  Per questo motivo ho piantato due semi in un vaso per un davanzaletto sul terrazzo.

utile e dilettevole

Ammetto così, spudoratamente e con vergogna, che l’intento iniziale era  culinario e non artistico. Ho annaffiato abbastanza distrattamente questi semi fino  a quando, con l’arrivo del gran caldo di luglio abbiamo cominciato a prendere il caffè sul terrazzo. Noi quei 20 minuti di colazione li chiamiamo le nostre ferie, non imposta se magari sono le sei del mattino… c’ è fresco, tutto verde e ci prepara meravigliosamente alle fatiche del giorno.

Facendo colazione esploro meglio con gli occhi tutti gli angoletti del terrazzo, a volte, ahimè, mi fisso anche su quel che ci sarebbe da fare e non ho fatto ma, lo spinacio che sembrava “fermino” all’altezza della finestra, appena sotto la stuoia arrotolata, una mattina…era una pianta parasole che mi fissava dalla ringhiera del piano di sopra!!! E’ salita dietro la stuoia e si è sposata con la zucchina di albenga che sta cercando di entrare in casa. Altro esperimento di quest’anno… ho seminato la zucchina in un vasone davanti alla porta della cucina, ufficialmente per osservare il volo delle api sui fiori…e poi  mangiarli (lo so, mi ripeto ma l’idea del cibo è una costante!)

evolversi rapido della vegetazione

zucca di albenga
zucca di albenga

la zucca è cresciuta benissimo, ha ricoperto tutta la parete, si è ancorata alla ringhiera della finestra di sopra

zucchino di albenga, vigorosissimo
zucchino di albenga, vigorosissimo

purtroppo non avevo calcolato che la parte “vecchia” della pianta si spoglia molto velocemente. Oggi, la parte alta è bellissima, e la parte sotto ha un aspetto giallo spelacchiato che non si può guardare…pazienza!

La ringhiera vista da dentro è splendida e il profumo dei fiori merita la tolleranza per un “sotto” non elegantissimo

zucchino di albenga da dietro i vetri
zucchino di albenga da dietro i vetri

Ps: con lo spinacio-tenda  sarò pure esonerata dal dover lavare i vetri per tutta l’estate, non si vedono e non si sporcano, oppure sembrano puliti perché  non si vedono? comunque un lavoro in meno da fare, e anche questo non è   male.

tende vegetali
tende vegetali

sicuramente piante parasole ovunque la prossima primavera!!!

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Ciclamini selvatici, una bella sorpresa

Ciclamini selvatici: piante semplici, rustiche, umili

Fa un caldo afoso da branchie. L’orto produce di tutto da conservare, le aromatiche hanno bisogno di acqua ogni mattina, i semenzai devono essere almeno “guardati” due volte al giorno, le grasse…aspettano sempre e sono pazienti, ma almeno una volta a settimana devono bere. Aggiungo poi, alle grasse, due nebulizzazioni settimanali, perché mi pare che l’effetto rugiada le faccia stare bene al mondo. Insomma una quantità di lavoro che, per quanto appassionante, un poco logora per via del caldone.

Si aggiunge al tutto il dover controllare le erbacce dell’area cortilizia che, malgrado la siccità emulano lo Yucatan, chiudono i sentieri o si arrampicano ovunque. Niente diserbante…un casino!! Bene, a tutto questo si aggiunge la voce di un’amica che lamenta la scarsità di articoli sul blog…aiutoooo ma… quando… come…posso farcela?

Veniamo al dunque, oggi: piegata in due, lottando con la malefica edera che vuole tutto per sé, sudo e sbuffo, strizzo ciccia nel girovita, sogno un monolocale contornato d’asfalto e….meraviglia!!! Sotto una manciata d’edera strappata cosa trovo?

ciclamini selvatici, semi
ciclamini selvatici, capsule piene di semi!!!

semi di ciclamini selvatici!!!

capsulette viola scuro piene di semini che sono maturati sotto tutto questo casino, al fresco del diserbo mancato di cui mi sentivo in colpa! ho messo a dimora tre bulbi di ciclamino quando ancora non avevo capelli grigi, ben sedici anni fa. Ora ne è pieno il prato, si sono disseminati ovunque, non solo dove il terreno declina ma anche più in alto, dove certo non li ha portati l’acqua. Chi devo ringraziare per questa bella semina? Forse qualche uccellino che trasforma il cibo in piante? Forse lo gnomo Alfio che abita nel platano? Non so,  comunque qualcuno lo ha fatto e ne sono grata.

ciclamini selvatici 1
ciclamini selvatici, la fioritura annuncia la fine dell’estate
ciclamini selvatici 1
ciclamini selvatici, capsula immatura o navicella ?

 

ciclamini selvatici 3
i ciclamini selvatici ci meravigliano ad ogni stadio vegetativo

concludo mostrando la casa del signor Gnomo Alfio grande esperto di semine

residenza del signor Gnomo Alfio
residenza del signor Gnomo Alfio nel platano di mezzo al n ∞   di via Castellaro  a Bannone

 

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Classificazione delle nostre piante grasse: è indispensabile?

Classificazione: come collezionista forse ho sviluppato un’idea contorta della sua importanza.

Sapere il nome della pianta, almeno a che famiglia appartiene ci aiuta a capire come curarla e a parlarne, o a trovarla nei cataloghi. Non sapere la classificazione esatta, fa della pianta una pianta di serie b?

Per me collezionista, per un lungo periodo è stato così.  Perché, secondo me, toglieva valore all’insieme di piante che avevo, perfettamente (?) cartellinate. Compravo comunque le piante che mi piacevano, ma cercavo di “inquadrarle” in un nome, senza rendermi conto che a volte è proprio impossibile.

 

vediamo di capire come si fa la classificazione di una pianta:

Nella classificazione, l’ideale sarebbe indicare:FAMIGLIA, GENERE, SPECIE, SOTTOSPECIE, VARIETA’, CULTIVAR, CLONE. Di solito si indicano solo Famiglia (con lettera maiuscola), specie, varietà.
La specie è la più piccola unità, cioè gruppo di piante, distinguibile da altri gruppi per dei caratteri trasmissibili per eredità, i cui individui sono tra loro fertili.
Le specie tra loro affini sono riunite in Generi, che a loro volta si raggruppano in
Famiglie.
Le specie si dividono poi in sottospecie, cioè gruppi di piante o di popolazioni che presentano caratteri distintivi propri, non nettamente separati da altri.
Le cultivar (CV) sono varietà coltivate non ottenute da seme ma da propagazione agamica (di solito con innesti, talee, ecc.). Moltissime piante ornamentali e da frutto sono cultivar.
Il clone è un intero gruppo di individui ottenuti agamicamente (talea, micropropoagazione, ecc.) da una sola pianta; tutti gli individui sono perciò identici.
 per classificare correttamente una pianta occorre sapere di lei tutte queste notizie!

A me la cartellinatura è servita principalmente…per imparare.

La cartellinatura “in proprio” è un buon passatempo, oltre che un buon modo di informarsi sulle piante. A forza di cercare e guardare, si imparerà a riconoscere almeno la famiglia, non bisogna però pretendere troppo dal fai da te. Per essere precisi occorre contare il numero delle spine, delle coste, aspettare di vedere i fiori. Molto meglio lasciar cartellinare chi ha raccolto i semi e ha messo in produzione la pianta. Ci sono inoltre parametri variabili, per cui la stessa pianta coltivata al sole o all’ombra, concimata con azoto oppure no, avrà aspetto e colore completamente diversi. Tutto questo lavoro si faceva sui libri…quando ero giovane. (questa frase non mi piace, ma non so come sostituirla ohibò)

Poi nelle collezioni, è arrivato internet, come un ciclone.

tutti, preparati e non, possiamo scrivere, pubblicare, informare e disinformare! Credo che la classificazione  ne abbia sofferto molto.

Recentemente ho avuto la gradita visita di un gruppo di grandi coltivatori rivieraschi, meno male che sono passati senza appuntamento, altrimenti avrei somatizzato una imbarazzante febbre da cavallo! Bene, questo per arrivare a parlare di un paradosso mediatico che sta accadendo.

I coltivatori di cui vi dicevo, si sono spinti fin qui, in una serra grande come il loro sgabuzzino delle scope, per comprare esemplari di “Adromischus millaboschi” da mettere in produzione. Vi assicuro che non ho un senso dell’umorismo così sviluppato da aver inventato questa  storia!

“Adromischus millaboschi” e gigapirla

Un gigapirla (termine rubato alla mia cara amica Luciana) sta vendendo su ebay un “Adromischus millaboschi”, quindi… classificato col mio nome! Costui ha rubato la foto da questo blog e non ha nemmeno capito che quello era il nome del blog, non della pianta!!! Ci sarebbe da ridere ma preferisco fare una riflessione seria: quanti collezionisti di Adromischus avranno comprato questa pianta, pensando di arricchire la loro collezione? Qualcuno avrà la possibilità di esternare al gigapirla le sue rimostranze? Penseranno che IO abbia messo in vendita questa cosa?

questi sono i miei Adromischus,

http://millaboschi.com/428-2/

se io avessi avuto la capacità e la conoscenza per dare il mio nome a una nuova specie forse la venderei direttamente no?

Si tratta di una truffa, questo è certo, ma internet sembra aver sdoganato le minitruffe! Anche il vendere  fatto online da privati, dicendo che sono “piantine che non mi stanno in casa“, è concorrenza sleale. Viene fatto senza il cappio dell’IVA sui prezzi, senza controlli fitosanitari e, spesso, senza conoscenze nel settore.

prendiamo atto che tutto cambia!

Tutto cambia,  anch’io compro dove spendo meno.  Però, per favore, ricordiamoci di chiedere istruzioni per il mantenimento della pianta, alla persona da cui compriamo, non al vivaista di fiducia. Cerchiamo di non mandare foto di piante malate e domande per la cura, e la cartellinatura,  al vivaista  via whatsApp, perché lui non c’entra con gli acquisti fatti altrove. Dopo il terzo messaggio potrebbe essere colpito da un attacco di itterizia e virare a un giallo verde, che non è clorosi, perché quella lui sa come curarla. Ricordiamoci che i messaggi notturni, se è vero che  non fanno perdere tempo al nostro vivaista, è anche vero che gli tolgono il sonno e gli procurano sicuramente l’ittero sopra descritto, oltre a una gran voglia di imparare parolacce in tutte le lingue.

todo cambia e noi ci si adatta

https://youtu.be/0khKL3tTOTs

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Pesto al basilico (ricetta scherzosa)

Pesto al basilico (ricetta scherzosa)  leggera o pesante?

Piove. Si sente sui coppi il ritmo dei germogli dei campi e degli orti. In cucina, davanti al camino, coltivo un filo di malinconia, sicuramente dovuto alla scarsa intensità luminosa. Il sole è troppo lontano, dietro lo schermo spesso di queste nuvole basse. Carta e penna, un vecchio ricettario da ricopiare. Carta giallastra con inchiostro sbavato, qualche lettera che va scomparendo, come inchiostro simpatico, in ritardo di anni.

 

PESTO AL BASILICO

Tempo di preparazione: due mesi (se fa caldo)

Tempo di lavorazione: circa due ore.

Tempo di digestione: diverso da persona a persona, dalle 8 alle 24 ore.

 

Riempire un vaso grande con terriccio buono. Trovare il cartoccio dei semi di basilico nella scatola, sullo scaffale del ripostiglio. C’è scritto Ocimum basilicum perché essendo un’erba reale mi pareva di offenderlo a scrivere solo lo stranome in dialetto. Ce ne vuole un pizzico grande e, mi raccomando, seminare da destra verso sinistra e con la luna crescente, mica buttato a spaglio basta che sia, magari con una luna qualunque.

Io lo vado a seminare dietro casa, anche quando a casa non c’è nessuno. Questo perché sono una persona educata e proprio non mi va di farmi sentire a dire certe cose. Lo so, certe parole non andrebbero proprio dette ma…se proprio si deve, mi adatto. Il basilico ha una tradizione sua, vecchia più dell’antica Grecia, non sarò certo io a mettermi di traverso e spezzarla.

Prendere il pizzicone di basilico e, proprio mentre si comincia la semina, è indispensabile proferire le invettive peggiori di cui siete capaci. Preparatele prima, se proprio non ci siete avvezze. Potete anche pensare a qualcuno che non sia il basilico per ispirarvi, ma gridatele forte, con tutta la vostra voce, in modo che il seme si svegli e germogli, per timore che torniate a dirgli le porcherie che ha appena sentite.

Coprite l’insultato con un leggero strato di terra, annaffiate bene e aspettate. Non è necessario che rimaniate lì, lui sa tutto su geotropismo positivo e negativo per cui, le radici andranno giù e i fusti verranno su, anche se non ci siete.

Quando la pianta sarà alta circa trenta centimetri prendetene una quarantina di foglie e, con un canovaccio umido, pulitele bene senza ammaccarle.

Inebriatevi pure col profumo, che tanto col naso non rubate sapore.

Mettetele in un mortaio, aggiungete un pizzico di sale grosso, 3 cucchiai di pignoli (li chiamerò pinoli quando le pigne saranno diventate pine), tre spicchi d’aglio e…adesso si che lo dovete ammaccare. Pestatelo con movimento rotatorio da sinistra a destra, non il contrario che prende sapore a rovescio. Aggiungete un po’ di pecorino, un po’ di parmigiano e un filo d’olio.

Cucinatelo la sera, se volete essere certe che i vostri ospiti pensino a voi tutta la notte.

 

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Danni del gelo tardivo, quando ci si lamenta sbagliando il motivo.

Danni del gelo tardivo, ossia, cerchiamo un motivo superficiale per lamentarci.

Mi dispiace molto (e quindi mi lagno) che non esista più il mestiere della prefica. Sarebbe proprio un lavoretto adatto a me. Il 2017 è un’annata anomala, e questa affermazione va bene, cambiando la data, per tutti gli anni che viviamo. Succede sempre qualcosa che non ricordiamo sia già successo: più caldo, più freddo, il vento…

I giornalisti elencano gli shock e i più più….che poi, se finisci di leggere l’articolo, il “mai successo” del meteo,  si riferisce al massimo a un periodo di 50 anni. Sono tanti rispetto all’età di questa grande tartaruga che ci sorregge? Sono solo una caccholina nell’infinito!

2017: primavera anticipata, caldissima, e poi, dopo Pasqua, il ritorno alla normalità.

La temperatura è scesa di circa 12° la notte e anche di giorno, all’ombra fa un freddo cane. Si continua però a ustionarsi in pieno sole. Le piante avevano un gran bisogno di uscire dalla serra, le hoya erano cotte a puntino dal gran calore di marzo (!!!) e quella che chiamo “serra fredda”, ha tirato fuori la sua vera anima di garage, rischiando di far eziolare le piante.

La verità nuda e cruda è che, con strutture da dilettanti, la gestione di ogni piccola bizza stagionale, comporta grandi attenzioni e fatica! Le mega serre con aperture automatiche, se ne fregano delle quisquilie stagionali, noi no. Abbiamo portato all’aperto le piante, che ne avevano un gran bisogno, e poi le abbiamo riportate al calduccio. “Fare e disfare è sempre lavorare” diceva la nonna, che probabilmente aveva un’età e una forma fisica, che le permettevano solo di fare lavori a maglia, con rassegnazione e noia mortale.

Danni rimediabili

Ho qualche foglia di Kalanchoe cotta dal gelo, siamo arrivati a zero gradi di notte, per una settimana. Il Plectranthus coleoides (falso incenso) ha seccato completamente i germogli nuovi, come le viti e le patate.

Per quello che riguarda la vite, mi sembra che possa ricacciare fiori. Ritengo molto più grave essere costretta a comprare acqua minerale perché l’acqua del rubinetto sa di cloro da fare schifo.

un po’ di poesia?

Penso che sarebbe stupendo accendere i fuochi per riscaldare la vigna come stanno facendo a Belluno. Posso solo immaginare la bellezza di filari nel fumo, illuminati dai falò.  Sarà meraviglioso come la nebbia nei vigneti? Sembra strisciare tra le andane e tentare di alzarsi,  senza riuscirci, trattenuta e strappata tra i fili di ferro e le foglie.

Immagino non sia tutta poesia l’accensione dei falò, deve essere una bella fatica, e mi viene in mente la canzone di Graziani:

Illuso, romantico e fesso – lui mi rispose – i fuochi di cui stai parlando sono fari puntati sul campo dei trattori che stanno trebbiando.

Politiche agricole dissennate

Comunque, tornando al lamentio, direi di tirare qualche conclusione. Si è strinata qualche foglia, probabilmente ci saranno danni, ma se non si vive di produzione vitivinicola, occorrerà ammettere che la crisi pesante dell’agricoltura ha  motivi diversi dalla “stagione”.  I contadini hanno sempre superato con coraggio le intemperie, tirato la cinghia e aspettato l’anno successivo per avere un nuovo raccolto. Però se le politiche agricole dissennate  li tengono appesi per i piedi…resistere è un tantino più difficile.

Non sono danni del gelo tardivo!

Spero che nessuna azienda che già stava in bilico, debba chiudere, sarebbe citata come responsabile questa leggera “brinata” e …non lo è !!!  La grandine arriva un anno ma poi, statisticamente, per un po’ ci lascia in pace, le importazioni selvagge di porcherie fuori controllo, invece, rovinano ogni nostro buon raccolto, da molti anni, ed ecco che mi viene voglia di lamentarmi a gran voce…sarei stata un’ottima piangitrice!

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se vuoi lagnarti anche tu facendo presente difficoltà “agricole” c’è spazio!

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Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?

Frumento ancora verde ma spighe già gonfie. Giugno, per noi romantici campagnoli,  il tempo che precede le “messi dorate”.

 

 

Mi ci sono voluti quarant’anni per accettare, tra le spighe del FRUMENTO, l’assenza di papaveri e fiordalisi, ora
ci sono da accettare le carreggiate dei trattori che dividono in settori le “piane” del grano.

carreggiate nel frumento, indicano lo spargimento di sostanze "aliene" sul nostro pane.
carreggiate nel grano, indicano lo spargimento di sostanze “aliene” sul nostro pane.

Prima si vedevano solo alla bassa, nelle pianure immense del cremonese e del mantovano, posti da sogno per noi di collina che abbiamo appezzamenti minuscoli, da noi lavorare significa avere trattori sempre in manovra per via dell’irregolarità del terreno e dei poderi piccini.
Alla bassa è raro vedere persone nei campi, eppure non c’è un filo d’erba fuori posto, non un’infestante e chilometri su chilometri di mais di un verde quasi nero. Passando in auto si notano e si apprezzano l’ordine e la pulizia, non la mancanza di uccelli, di erbacce, di “natura”.

Brutta stagione, ecco le due parole che autorizzano anzi, pare costringano, i nostri contadini a spargere anticrittogamici e antiparassitari.
Già il chicco  da seme viene trattato per la difesa da attacchi fungini, la concia lo protegge sia “nel sacco”, che nel primo periodo di crescita, non si chiama chicco, si chiama Cariosside, un nome meno affettuoso che lo allontana dall’idea di cibo.
Va toccato con i guanti, quindi cibo da maneggiare con cautela.
Appena seminato occorre diserbare perché le erbacce sottraggono nutrimento al grano. Occorre distruggere alopecuro, loietto e papavero per cui il Glifosate si poteva utilizzare in pre emergenza entro 72 ore dalla semina. Ora non ho capito cosa succederà ma anche per i prodotti peggiori di solito lasciano finire le scorte per cui per almeno un paio d’anni bisogna mangiarseli a tutti i costi, il nostro fegato dovrà tenerseli…in deroga.
Sembra che ora con gli erbicidi non basti più fare un trattamento,  occorre anche un trattamento post emergenza a fine inverno.
Nel periodo della fioritura occorre anche “dare qualcosina” per l’allegazione (sempre per via del brutto tempo, anche eventuale…), ci sono prodotti definiti “antistressanti nei confronti delle avversità meteoriche”.
Occorre poi intervenire con trattamenti anti-fusarium perché aprile ogni dì un barile rovina il raccolto.
Appena “legati” i fiori hanno sicuramente bisogno di un aiuto per non essere “nebbiati”, semmai la cattiva stagione durasse tutto l’anno.
Occorre poi proteggere i chicchi dentro le guaine perché se c’è rischio di gradine gli insetti potrebbero mangiarli approfittando delle guaine scalfite.
Con questi step di veleni si protegge il grano che noi dovremo mangiare.

Non mi ero mai chiesta quanti trattamenti subisse il grano fino a che ho visto le carreggiate tra gli steli alti. Ricordo le sgridate quando pestavo le spighe andando a cercare fiordalisi e non ti scordar di me, ed ero così piccola che le spighe sovrastavano la mia testa. Vedere quelle carreggiate mi ha dato un’idea di consumo, di sacralità devastata. Erano parallele, a distanze precise, grandi come le barre irroratrici, poco creative, non potevano avere a che fare con gli stessi extraterrestri che fanno cerchi nel grano.
Ho letto che all’interno dei cerchi il grano è “modificato”. Anche quello che mangiamo ogni giorno lo è. Dopo gli anni sessanta i grani coltivati sono varietà moderne. Frumento che rimane basso e produce di più. L’allettamento con relativa difficoltà di raccolta e conservazione è un grosso handicap delle vecchie varietà. Poco importa che il glutine delle nuove varietà sia così estraneo al nostro sistema digestivo da portare alla celiachia. Questa nuova intolleranza porta un giro d’affari favoloso, quindi ricchezza per chi sa approfittarne.

Le vecchie varietà di grano allettano facilmente, producono poco e non sono convenienti.
Detto così potrei immaginare il contadino opulento, arricchito e scaltro, che produce prodotti pessimi per arricchirsi. Forse è meglio fargli due conti in tasca a costui.
Nella nostra azienda seminiamo grano Bologna e Blasco, ottimo grano per la panificazione, definiti moderni perché posteriori al “senatore cappelli” che ha segnato il punto di non ritorno del grano salubre negli anni 60.
I conti li stiamo facendo nelle nostre tasche e siamo certi di non sbagliare.
Il grano Bologna e il Blasco (definito speciale sulla bolla di ricevimento del consorzio perché era proprio bello) dell’anno 2015 ci è stato pagato 146 euro a tonnellata, (tra le mutazioni in corso… sapevate che il quintale non si usa più come unità di misura?)
due conti?
eccoli:
spese di aratura, e preparazione del terreno,
abbiamo seminato i nostri semi dell’anno precedente, operazione non molto gradita dalle case sementiere ma legale dal 2010.
Prima occorreva la fattura d’acquisto per poterlo consegnare al compratore.
grano 2014 pezzo 18 euro ql. Comprando i semi il costo è 40 euro al quintale.
costo di gasolio, manutenzione trattori escludendo l’ammortamento perché sono vecchi.
costo trebbiatura e trasporto al compratore.
Non ho messo le spese di anticrittogamici e antiparassitari perché non li usiamo. I nostri chicchi dell’anno precedente non vengono avvelenati eppure la produzione è buona e ad oggi, dopo mezzo secolo di coltivazione non abbiamo mai perso un raccolto.
Però abbiamo perso il guadagno per colpa di politiche scellerate,  è come se grandinasse ogni anno.
Con i 14,60 euro al quintale si coprono tutte le spese e niente altro.

Se vedete ancora grano nei campi è perché dobbiamo coltivare a rotazione per mantenere la terra fertile e perché riceviamo le sovvenzioni dalla comunità europea. La famigerata PAC che distribuisce a pioggia aiuti agli agricoltori, sia a noi che al principe Carlo d’Inghilterra e a Benetton, forse a loro un po’ di più perché pare abbiano qualche ettaro di terreno in più.
Noi riceviamo l’elemosina perché coltiviamo frumento, stiamo sulle spalle dell’europa perché non siamo autosufficienti eppure vi assicuro che lavoriamo tanto e sappiamo fare il nostro lavoro. Conviene di più far arrivare grano dall’Ucraina e dal Canada che dalle nostre campagne, perché?
Forse le loro coltivazioni intensive costano meno? Forse loro non sono massacrati dalle tasse? Forse smaltiscono da noi prodotti problematici? Perché non si tiene conto del peso ecologico che ha il trasporto di queste merci?
Mi sento davvero poco opulenta e molto schifata.

Ho trovato qui  notizie importanti circa le manipolazioni   che troviamo nei nostri orti e sulle nostre tavole. Pur non condividendo il pensiero del giornalista circa gli OGM ho gradito l’informazione e mi sono fatta le stesse domande.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/

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