Kalanchoe gastonis-bonnieri, orecchie d’asino

Kalanchoe gastonis-bonnieri, pianta quasi sconosciuta in Italia.

Ecco una pianta che ho inseguito per anni, per niente facile da trovare se non in enormi quantità dalle Canarie (coltivata per uso decorativo, che di certo non mangerei). Ho addirittura ordinato semi online di Kalanchoe gastonis-bonnieri su e-bay e mi è arrivata una intera bufala dagli Stati Uniti, in una scatolina da fiammiferi: miracoli dell’informatica! Finalmente eccola qui, sono le piante che ci trovano, non il contrario.

L’avevo immaginata di dimensioni modeste, non pensavo che diventasse così grande. E’ pianta vigorosa, ma non semplice e rapida come le altre Kalanchoe che ho in collezione. Questa produce meno figli e loro, una volta interrati e accuditi come cuccioli, si prendono delle pause di meditazione lunghissime, prima di iniziare a vegetare. Forse sbaglio qualcosa? Di certo ama l’ombra e detesta il freddo, (la notte a zero gradi di questa primavera mi ha brinato un’intera cassettina di piccoli). Sembra gradire abbondanti annaffiature. Necessita vasi alti per poter distendere le “orecchie” che possono arrivare a 60 centimetri di lunghezza. Non ho ancora visto la fioritura. Dovrebbe essere giallorossa.

Kalanchoe gastonis-bonnieri
Kalanchoe gastonis-bonnieri

Un’altra pianta del miracolo?

Kalanchoe gastonis -bonnieri, è definita pianta del miracolo come molte altre. Forse perché abbiamo bisogno di molti miracoli! Fa venire voglia di essere studiosi, medici, erboristi. Noi, per questo giro di vita, ci limitiamo ad essere contadini e a coltivarla con attenzione. Occorrerebbe spendere molte parole per parlare della catalogazione delle piante. Per arrivare a queste piante madri abbiamo sfogliato libri, chiesto ad esperti e aspettato di avere certezze. Siamo CERTI che questa è una gastonis-bonnieri!!!  Tutte le fonti possono sempre essere messe in discussione e il tema piante grasse è sempre poco preciso. La nomenclatura è sempre in movimento e queste piante sembra che nessuno le abbia mai viste “dal vivo” però non ci sono Kalanchoe simili  e non ci si può sbagliare.

per chi volesse approfondire l’argomento ho scritto qui diverse cose sulle Kalanchoe:

http://millaboschi.com/399-2/

Guru cercasi

quanto mi piacerebbe conoscere un guru delle piante grasse!!! uno a cui chiedere qualsiasi cosa con la certezza che…LA SA. Il vero problema è che per trovarlo occorre essere aperti alla fiducia, proprio esserci predisposti di carattere. Io ad oggi mi fido e affido per le piante  solo a qualche libro e a un paio di persone.

Coltivo le Kalanchoe gastonis-bonnieri in terriccio da grasse, concimato con lupini o non concimato per niente. Sono soggette ad attacchi terribili di cocciniglia cotonosa che si debellano con macerati di aglio o di ortica. Se le coltivate come piante decorative e  siete certi che nessuno le mangerà potete combattere meglio le cocciniglie con un insetticida di sintesi. Stanno bene a mezz’ombra, rallentano la crescita e sembrano sofferenti in pieno sole. Se una foglia si rompe produrrà immediatamente nuove plantule sulle estremità, ma ho foglie sane di 60 cm che ancora non hanno nemmeno una plantula…mistero!!

non voglio parlare di guarigioni e di miracoli, perché ho capito che tanti ci marciano e che le malattie ci rendono fragili e poco obiettivi,  per questo allego  solo un link  di un grande contadino-rivoluzionario di cui mi fido. Si parla  di molte kalanchoe e dei loro usi.

https://joseppamies.wordpress.com/2017/04/18/3664/

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abbiamo figlie della pianta citata in questo articolo e moltissime altre, disponibili per la vendita, in serra e online tutto l’anno.

Via Castellaro 45 Bannone
Traversetolo Parma
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orari di negozio o su appuntamento chiuso il lunedì

Piante parasole: tende verdi con piante annuali

Piante parasole? Perché no? Possono crescere in fretta per refrigerarci l’estate, ed essere tolte d’inverno, quando vogliamo che il sole entri nelle stanze.

Le idee semplici sono sempre quelle più soddisfacenti. Se abbiamo qualche finestra senza scuri e le tende interne proteggono dalla luce ma non dal calore…ecco qui, una manciata di semi, qualche settimana di attesa e avremo quello che ci serve. Non ricamate né stampate, però commestibili e non mi sembra poco.

Quest’anno ho pensato che lo spinacio di malabar ( Basella alba) meritasse un “avvicinamento alla cucina”. Ha foglie molto carnose oltre che molto buone, cuociono in un attimo e sono buone anche crude per cui, se a mezzogiorno non ho ancora un’idea del contorno per il pranzo, voglio averlo a portata di mano.  Per questo motivo ho piantato due semi in un vaso per un davanzaletto sul terrazzo.

utile e dilettevole

Ammetto così, spudoratamente e con vergogna, che l’intento iniziale era  culinario e non artistico. Ho annaffiato abbastanza distrattamente questi semi fino  a quando, con l’arrivo del gran caldo di luglio abbiamo cominciato a prendere il caffè sul terrazzo. Noi quei 20 minuti di colazione li chiamiamo le nostre ferie, non imposta se magari sono le sei del mattino… c’ è fresco, tutto verde e ci prepara meravigliosamente alle fatiche del giorno.

Facendo colazione esploro meglio con gli occhi tutti gli angoletti del terrazzo, a volte, ahimè, mi fisso anche su quel che ci sarebbe da fare e non ho fatto ma, lo spinacio che sembrava “fermino” all’altezza della finestra, appena sotto la stuoia arrotolata, una mattina…era una pianta parasole che mi fissava dalla ringhiera del piano di sopra!!! E’ salita dietro la stuoia e si è sposata con la zucchina di albenga che sta cercando di entrare in casa. Altro esperimento di quest’anno… ho seminato la zucchina in un vasone davanti alla porta della cucina, ufficialmente per osservare il volo delle api sui fiori…e poi  mangiarli (lo so, mi ripeto ma l’idea del cibo è una costante!)

evolversi rapido della vegetazione

zucca di albenga
zucca di albenga

la zucca è cresciuta benissimo, ha ricoperto tutta la parete, si è ancorata alla ringhiera della finestra di sopra

zucchino di albenga, vigorosissimo
zucchino di albenga, vigorosissimo

purtroppo non avevo calcolato che la parte “vecchia” della pianta si spoglia molto velocemente. Oggi, la parte alta è bellissima, e la parte sotto ha un aspetto giallo spelacchiato che non si può guardare…pazienza!

La ringhiera vista da dentro è splendida e il profumo dei fiori merita la tolleranza per un “sotto” non elegantissimo

zucchino di albenga da dietro i vetri
zucchino di albenga da dietro i vetri

Ps: con lo spinacio-tenda  sarò pure esonerata dal dover lavare i vetri per tutta l’estate, non si vedono e non si sporcano, oppure sembrano puliti perché  non si vedono? comunque un lavoro in meno da fare, e anche questo non è   male.

tende vegetali
tende vegetali

sicuramente piante parasole ovunque la prossima primavera!!!

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Allium x proliferum: cipolla che cammina, cipolla egiziana

Allium x proliferum, alliacea che…cammina

Non sarebbe magnifico avere una cipolla perenne in vaso? Magari un gustoso bulbo da mangiare fresco senza estirparlo mai? Eccolo qui!

Il bulbo principale di Allium x proliferum, si lascia a dimora tutto l’anno, resiste a -10°. Si moltiplica anche alla base ma, principalmente, sulle cime.

Proprio sulle cime prenderemo il nostro raccolto, senza perdere la pianta madre.

gravidaza trasparente della cipolla che cammina?
gravidanza trasparente della cipolla che cammina?

ebbene si: sulle cime!!!

“che cammina” significa che, una volta maturi, i bulbi nuovi “in testa” allo stelo cavo, saranno troppo pesanti per essere retti e… cappotteranno.

cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima
cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima

Come adolescenti da seguire, la pianta madre li nutrirà ancora, fino a quando avranno affondato radici nella terra, poi “l’ombelico” seccherà e potranno dire di avere camminato, spostandosi a una distanza pari alla lunghezza dello stelo. Io insisto nel dire che non è male per un essere senza gambe no?

Allium xproliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro pre…andare avanti!
Allium x proliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro per…andare avanti!

L’Allium x proliferum ha un buon sapore di cipolla. Il bulbo preso dalla pianta e cucinato subito, ha una dolcezza ben diversa dalle sue compagne, che hanno fatto tanta strada prima di arrivare sul tavolo. E’ buono cucinato, ma anche crudo, in insalata, specialmente con pomodori biondi o rossi e rucola.

coltivazione semplicissima

Allium x proliferum si coltiva in terreno leggero, concimando con acqua di bollitura delle verdure, o con lupini. Gradisce la mezz’ombra, ma resiste anche al sole tutto il giorno, annaffiando in abbondanza. Si riproduce evitando di mangiare tutti i bulbi apicali. Basta interrarli fino a metà, invece di condirli 🙂 . Non dimenticate di bagnarla qualche volta anche durante l’inverno, perché il gelo asciuga moltissimo la terra e nei piccoli vasi c’è poca riserva di umidità.

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Nigella sativa:fanciullaccia scapigliata, ufo in giardino

Nigella sativa: tinge d’azzurro spettinato i nostri giardini e di nero il  pane casereccio.

Nigella sativa ha nomignoli fantasiosi, nigella spettinata, nigella di damasco, fanciullaccia. Questo probabilmente significa che, tempo fa, nei nostri territori  era ben più diffusa. E’ pianta di provenienza asiatica, i suoi luoghi preferiti sono gli incolti. Forse per questo cresce benissimo nel nostro giardino a mano d’opera…mancante.

Il fusto arriva a un’altezza intorno ai cinquanta centimetri. Se non deve competere con nessuno per arrivare alla luce, o in terreni poveri,  rimane più bassa. Le foglie sono suddivise in lacinie sottilissime, proprio questo aspetto di capelli, le ha fruttato il nomignolo di spettinata, a volte le lacinie si parano davanti alla “faccia” del fiore, come un ciuffo ribelle davanti a un bel viso.

I fiori delle piante in terreno fertile sono larghi fino a tre centimetri, ben lontani uno dall’altro, quasi a volersi valorizzare sul verde intenso.  Il colore va dal quasi bianco all’azzurro carico. Non è insolito vedere fiori di diverse tonalità sullo stesso stelo, non mi sembra siano dovute alla “diversa età dei fiori”, ma alla fantasia creativa della pianta.

Nigella sativa molte tonalità sulla stessa pianta
Nigella sativa molte tonalità sulla stessa pianta

guardando questa foto ingrandita mi rendo conto dell’urgenza di comprare una macchina fotografica, scusate

scusatemi anche per  l’assenza ma le piante in questo periodo hanno richiesto una presenza costante,  ho fatto foto e preso appunti, riferirò tutto…in differita!

perché coltivare Nigella?

Coltivare questa splendida pianta ha senso per la spettacolare fioritura, per la rusticità che ci permette di farla naturalizzare in giardino dopo un’unica semina, e, ultimo ma non ultimo, per la gioia del palato.

Chi si cimenta in pani caserecci, torte salate e quanto di meglio detta la fantasia da forno, dovrebbe provare, sulle proprie specialità, una buona spolverata di semi di fanciullaccia. Squisiti interi o leggermente pestati. Si raccolgono quando la navicella è completamente secca. Si chiama capsula ventricida,  ma non è un nome che mi piace.

Nigella sativa ,capsula ventricida
Nigella sativa ,capsula ventricida piena di semi

Nasce l’anno successivo dai semi che ci sono sfuggiti, anche in mezzo alla ghiaia. Ne abbiamo in cortile alte 8 cm col fiore.

Nigella sativa di 8 cm in fiore
Nigella sativa di 8 cm in fiore. (foto orrenda ma…senza occhiali!!! devo trovare un riferimento standard per mostrare le dimensioni.)

 

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Pesto al basilico (ricetta scherzosa)

Pesto al basilico (ricetta scherzosa)  leggera o pesante?

Piove. Si sente sui coppi il ritmo dei germogli dei campi e degli orti. In cucina, davanti al camino, coltivo un filo di malinconia, sicuramente dovuto alla scarsa intensità luminosa. Il sole è troppo lontano, dietro lo schermo spesso di queste nuvole basse. Carta e penna, un vecchio ricettario da ricopiare. Carta giallastra con inchiostro sbavato, qualche lettera che va scomparendo, come inchiostro simpatico, in ritardo di anni.

 

PESTO AL BASILICO

Tempo di preparazione: due mesi (se fa caldo)

Tempo di lavorazione: circa due ore.

Tempo di digestione: diverso da persona a persona, dalle 8 alle 24 ore.

 

Riempire un vaso grande con terriccio buono. Trovare il cartoccio dei semi di basilico nella scatola, sullo scaffale del ripostiglio. C’è scritto Ocimum basilicum perché essendo un’erba reale mi pareva di offenderlo a scrivere solo lo stranome in dialetto. Ce ne vuole un pizzico grande e, mi raccomando, seminare da destra verso sinistra e con la luna crescente, mica buttato a spaglio basta che sia, magari con una luna qualunque.

Io lo vado a seminare dietro casa, anche quando a casa non c’è nessuno. Questo perché sono una persona educata e proprio non mi va di farmi sentire a dire certe cose. Lo so, certe parole non andrebbero proprio dette ma…se proprio si deve, mi adatto. Il basilico ha una tradizione sua, vecchia più dell’antica Grecia, non sarò certo io a mettermi di traverso e spezzarla.

Prendere il pizzicone di basilico e, proprio mentre si comincia la semina, è indispensabile proferire le invettive peggiori di cui siete capaci. Preparatele prima, se proprio non ci siete avvezze. Potete anche pensare a qualcuno che non sia il basilico per ispirarvi, ma gridatele forte, con tutta la vostra voce, in modo che il seme si svegli e germogli, per timore che torniate a dirgli le porcherie che ha appena sentite.

Coprite l’insultato con un leggero strato di terra, annaffiate bene e aspettate. Non è necessario che rimaniate lì, lui sa tutto su geotropismo positivo e negativo per cui, le radici andranno giù e i fusti verranno su, anche se non ci siete.

Quando la pianta sarà alta circa trenta centimetri prendetene una quarantina di foglie e, con un canovaccio umido, pulitele bene senza ammaccarle.

Inebriatevi pure col profumo, che tanto col naso non rubate sapore.

Mettetele in un mortaio, aggiungete un pizzico di sale grosso, 3 cucchiai di pignoli (li chiamerò pinoli quando le pigne saranno diventate pine), tre spicchi d’aglio e…adesso si che lo dovete ammaccare. Pestatelo con movimento rotatorio da sinistra a destra, non il contrario che prende sapore a rovescio. Aggiungete un po’ di pecorino, un po’ di parmigiano e un filo d’olio.

Cucinatelo la sera, se volete essere certe che i vostri ospiti pensino a voi tutta la notte.

 

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seminare officinali e aromatiche : seminare per passione

Seminare officinali e aromatiche: fare la propria piccola parte in questo mondo così grande

Dopo anni di curiosità e ricerche, quattro anni fa abbiamo cominciato a seminare officinali, aggiungendo questa novità alla produzione di cactus e succulente. L’anno scorso abbiamo seminato una cinquantina di varietà tra officinali e aromatiche. Uno “sforzo” notevole, sia di lavoro che di ricerca. Occorre studiare l’uso e la coltivazione, procurare i semi e passare intere giornate a contarli, coprirli il giusto, cartellinarli, bagnarli simulando la pioggia, e aspettare.

 

Sempre si viene ripagati da tutto questo lavoro, quando le piante sbucano dalla terra, ci si sente un po’ dio, magari con lettera minuscola, ma sempre dio. Noi, abbiamo deciso di seminare, leggermente prima della temperatura ideale per le semine. Quindi di anticiparlo questo dio, che in pianura padana scalda un po’ tardi, rispetto alla riviera. La scelta di seminare in serra fredda è rispettosa dell’ambiente, non si brucia gasolio, e produce piante ben ambientate alla vita all’aperto, non fragiline ma toste :).

Un fiasco sonoro!

Questa scelta di naturalità, ci permette di avere piante pronte alla vendita a fine aprile, non prima, anzi, per qualcuna anche metà maggio. Cioè, quando tutti hanno già comprato le piante aromatiche, provenienti da serre riscaldate (per lo più olandesi), oppure da vivai liguri. Tutti abbiamo fretta! prima di giovedì grasso abbiamo a disposizione le uova di Pasqua, il 27 dicembre ci sono dolci di carnevale  nei banconi, primule prima di Natale, rose e fragole  tutto l’anno! Non viene spontaneo chiedersi quanto ci costa, in termini ecologici, questo snaturare le produzioni. Vediamo e compriamo, ipnotizzati dagli scaffali.

Per nostra fortuna, le piante aromatiche vendute dal supermercato a febbraio, a maggio sono già morte, questo ci ha permesso di recuperare almeno i soldi dei semi! Queste piante morte però non hanno un valore solo in euro. Per produrle fuori stagione, respireremo gli inquinanti del riscaldamento, del trasporto, dello smaltimento…un costo decisamente molto alto.

Tornando al nostro piccolo impianto di officinali, fu un fiasco sonoro! di quelli che, se fossimo stati su un palcoscenico, avrebbe fatto rimbombare di fischi la strada fuori dal teatro! vassoi e vassoi di Tomatillo, ruta, ceci, basilici speziati e violetti, salvie ananas e mente cervine, ci guardavano come dive in decadenza, senza che nessuno le degnasse di un minimo interesse. A fine agosto, visto l’andazzo, cominciai a regalare agli ospiti del b&B, anche l’origano cubano, che vedevo vendere nelle fiere, a 7 euro il vasetto. Per tutto il resto, la cucina si trasformò in un laboratorio a ciclo continuo. In campagna non si butta via niente.

Come in ogni normale attività, valutammo a tavolino cosa non aveva funzionato. Facile capirlo: come si fa ad essere competitivi e visibili in campagna? Perchè mai le persone dovrebbero venire fin qui? Abbiamo cose, che sono, apparentemente uguali, se non esteticamente “più brutte”, a quelle che possono comodamente far cadere nel carrello della spesa? Con un’occhiata veloce (come veloce deve essere la spesa dopo il lavoro), non si riesce  a vedere che l’offerta di piante riguarda sempre  le stesse cose, un numero strabordante in quantità, ma poverissimo di varietà.

Tanacetum balsamita, erba di san Pietro
Tanacetum balsamita, erba di san Pietro

Bisognerebbe essere giovani, magari anche abbastanza forti per fare i mercati, per farsi vedere e rivedere, per spiegare le differenze fra la produzione di piante in modo industriale e quella agricola. Siamo in un’età di mezzo, non abbastanza vecchi per andare in pensione (e deporre la voglia di lavorare?) e non abbastanza giovani per tutto questo.

Decisioni difficili…

Così decidemmo di non seminare più. Fu una scelta accompagnata da molti sospiri. L’idea di coltivare le piante in uso prima della nostra nascita, quelle che sono nei campi e non conosciamo più, ci riempiva di frizzante curiosità. Però decidemmo di rinunciare. Era inverno, sembrava possibile. Quando poi arrivò la fine di febbraio…ci sembrò di non celebrare la primavera, di essere contadini inutili. Con marzo  il sangue cominciò a sentire la linfa muoversi (come l’orticaria che fiorisce quando le piante cominciano ad andare in umore).

…e la forza di cambiare idea

la prima settimana di marzo ho cominciato le semine. Abbiamo procurato alveoli di polistirolo da 96 cellette, poco ingombranti e leggeri. Continuiamo a seminare officinali, qui,  a 20 km dalla città, in un’azienda non visibile dalla strada. Per dirla con un francesismo è come “pisciare controvento”. Ecco, è esattamente quello che stiamo facendo, con tutta la passione possibile!!! Mi farebbe stare male lasciar perdere i semi che ho, di gettare la spugna…non se ne parla. Le piante stanno cominciando a germogliare, io continuo a stare tutto il giorno con le mani nella terra e a studiare la sera, perché nessun giorno sia “sprecato”. Faccio la mia parte meglio che posso. In questo mondo grandissimo, una parte molto piccola, ma seminare officinali e coltivare succulente…è la mia!

cosa cambierebbe se ognuno facesse la sua parte?

Anche non comprare prodotti  fuori stagione può essere la nostra battaglia pacifica per un mondo migliore. Facciamo solo un esempio: rose ovunque, tutto l’anno, a  prezzi stracciati. Siamo consapevoli che quelle rose stanno inquinando la poca acqua disponibile in grandi territori africani? Vengono irrorate con pesticidi terribili che, al di fuori di ogni norma,  avvelenano le persone che ci lavorano in mezzo o che vivono in quei luoghi. Vengono coltivate fuori Europa per il costo manodopera bassissimo e senza sindacati, e per l’assenza di regole d’uso per prodotti chimici. Davvero il nostro buon umore è legato a quel mazzolino di similfiori a cui hanno fatto bere inchiostro, per creare tinte attraenti? Davvero non possiamo fare di meglio con quei pochi euro?

Le nostre officinali e aromatiche saranno in vendita anche quest’anno,  a primavera e non prima 🙂  in via Castellaro 45 a Bannone di Traversetolo, prime colline di Parma.  La gita “aromatica” può essere arricchita con visita ai castelli, Torrecchiara e Montechiarugolo sono i più vicini. Chiuso il lunedì, siamo aperti anche la domenica tutto il giorno, a 2 km dal mercato di Traversetolo (mercato storico della domenica mattina). Se progettate il viaggio per arrivare qui, vi consigliamo di telefonare, alle aziende a conduzione familiare basta dover fare una commissione urgente per dover chiudere qualche ora. 🙂

 

 

 

 

 

 

semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.

I semprevivi, Sempervivum tectorum, danno il meglio sotto la brina.

semprevivi sempervivum tectorum
semprevivi sempervivum tectorum

si ricoprono di cristalli e ci fanno riflettere sul  modo di dire “sembra finto”.

E’ il finto che deve essere fatto così bene da sembrare vero, non il contrario.

Sempervivum tectorum ha foglie lanceolate, molto carnose, ciliate, lunghe fino a 8  centimetri. Le minuscole ciglia sul margine delle foglie, trattengono la nebbia e, se la temperatura scende, diventano magiche.

E’ la pianta che, per tradizione, viveva sui tetti del forno e del gabinetto, delle case di campagna.
Da una singola rosetta appoggiata sui coppi, (senza artifizi, solo appoggiata!) prende vita una colonia inarrestabile che, in poco tempo, ricopre ogni centimetro disponibile. Poi si sporge dal tetto con lunghi stoloni, a cercare nuovi spazi. Se proprio non c’è più posto, trascorso un periodo ragionevole, per dar tempo al vento di provare a farla traslocare “a spinta”, lo stolone secca, e la rosetta parte alla ventura, cadendo…dove capita.

Sempervivum: nel vero senso del termine, mette radici ovunque cada. Se non cade sulla terra, basterà una crepa nel cemento, una pietraia, per ripartire con una nuova colonia, alla conquista del mondo. Le rosette cambiano colore e consistenza a seconda dell’esposizione solare e del fondo di coltivazione. Se in pieno sole, sui tetti, in estate le foglie sono rossicce e sottili. Disidratate se piove poco e costrette a bere solo rugiada, gonfie se le le aiutiamo con qualche annaffiatura.

Nella maggior parte delle case contadine non si coltivava niente “solo” per bellezza. Non perché mancasse il buongusto, ma perché mancava il tempo, e per via dell’acqua da attingere col secchio, dal pozzo. Il Sempervivum tectorum aveva tanti usi pratici e tanti magici. Il nome popolare, “erba dei calli”, ci racconta che veniva usato per esfoliare gli occhi di pernice e i duroni. Ci sono notizie anche di rimedi per curare mal di denti, sordità, bruciature.  Ma non esiste pianta a cui non sia attribuita anche una capacità magica. Sempervivum è una rosetta bassa, semplice semplice, morbida, senza difese, eppure…era considerato il parafulmine della casa!  Sembra poco? Mescolata con altri ingredienti era l’erba magica per preparare l’arcano, ossia la pomata che, spalmata sulle mani, le rendeva invulnerabili, capaci di afferrare anche il ferro rovente. Un perfetto isolante! Su questo direi che ci toccherà fidarci ciecamente del vecchio testo da cui ho preso la notizia.

Ma in tema di isolamento verde (che fa tanto tendenza),  Sempervivum tectorum, può funzionare come isolante coltivandola sul tetto? Ovvio che un tappetone verde spesso dieci/quindici centimetri, non può non funzionare. Diventa un groviglio di radici carnose, intrecciate alle proprie foglie secche e alla polvere. Isolante lo è di sicuro. Mi domando se sia un discorso valido o un’idea romantica.

Le piante riconquistano i loro spazi, colonizzando le macerie, ripopolando le cave dismesse, per nostra fortuna, ricostruiscono quello che noi distruggiamo. Però, l’idea romantica, di solito non è quello che intendiamo per “avere un tetto sicuro sopra la testa”. Credo sia difficile pensare a un tetto senza infiltrazioni con tante radici sopra, a meno che non si sia disposti a predisporre con guaine la copertura, come si fa per i giardini pensili veri e propri. Inoltre, in caso di nevicate “eccezionali”, la massa ruvida delle rosette, sarebbe un grosso problema per il mancato scivolamento della neve e quindi per il peso complessivo.

Ho virgolettato la parola “eccezionali” perché la ritengo abusata. Non mi sembra corretto  definire eccezionali eventi che si ripetono, anche solo due o tre volte, in un secolo. La nostra vita è eccezionalmente breve rispetto alle ere climatiche della terra, cento anni sono solo un attimo per lei. Tutto questo per dire che occorre essere prudenti nelle nostre costruzioni a lungo termine, e che ricoprire i tetti del pollaio o della casetta del cane è già sufficiente per sentirci green, senza rischiare di rovinare il tetto dell’intera casa (se non progettato per giardino pensile).

Mi viene anche un po’ di tristezza quando vedo in tv le coltivazioni  fatte sui grattacieli.  Pensate a quanto materiale di isolamento stendono su quei tetti: dura poco e andrà ad inquinare appena scaduto. (Una volta portato in discarica possiamo anche dimenticarlo, ma non è finita lì). Inoltre, quanto terriccio  porteranno lassù? Per coltivare verdure in un substrato di 15 centimetri appoggiato su argilla espansa, (così era il progetto mostrato in quell’occasione), occorrerà pompare acqua e concime continuamente.  Quanta energia si sprecherà per il trasporto di materiale, che è terriccio universale non TERRA, (c’ è una bella differenza), e per pompare acqua? Tutto questo intanto che, su terreni meravigliosi, si stendono chilometri di pannelli solari, che dovrebbero stare sui tetti, o in luoghi disagiati per l’agricoltura, e si demotivano i giovani a restare o tornare in campagna! C’è davvero bisogno di coltivare sui tetti?

Mi è toccato pure di vedere in una trasmissione sull’agricoltura ( ohibò), la coltivazione di un mini orto in vaso. Si seminava su substrato di terriccio universale e….pannolone per bambini! Non conosco i tempi di smaltimento del pannolone, però so che ci sono comuni che premiano le mamme virtuose che usano quelli di cotone lavabile, per cui…qualche dubbio sulla salubrità è legittimo.

I Sempervivum tectorum appartengono alla famiglia CRASSULACEE. Esistono molte varietà naturali di sempervivum, che sono autoctone  su Pirenei, Alpi,   Appennini e nel nord dei Balcani. Dedicherò un ulteriore articolo alle tante varietà ibride che meritano attenzione, per la loro bellezza e per la loro caparbietà nelle condizioni più disagiate.

I fiori sono estivi,  rosa opaco, sbocciano a mazzolini su un unico stelo, alto da 20 a 40 centimetri. Di solito hanno 13 petali appuntiti,  il frutto è un follicolo. La pianta è monocarpica per cui, dopo la fioritura, muore. Naturalmente le rosette che fioriscono, e quindi muoiono, sono sempre le più vecchie, una piccola percentuale sul tutto.  Vengono trasformate in humus all’interno della grande colonia,  in pochissimo tempo spariranno, coperte da nuova vegetazione.

L’unica manutenzione annuale, necessaria solo se siete molto precisi, è l’asportazione degli scapi fiorali secchi. Cosa che farà il vento per voi, se avrete pazienza di aspettarlo. In questo modo verranno portati “in giro”, nei vortici d’aria, anche i semi, insieme alla vecchia vegetazione. Andranno a colonizzare altrove dimostrando che anche le piante “camminano”.

Non è un fiore vistosissimo se lo si guarda “a terra”, cioè dall’alto al basso. Ha un che di magico se lo si guarda sui tetti, da sotto in su. C’è un che di miracoloso in quelle sagome che si stagliano contro il cielo, ancorate e nutrite solo dalla polvere che si ferma tra i coppi. Così gioiose e grate da riuscire perfino a fiorire…dal nulla.

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Sedum spectabile pianta medicinale dei vecchi giardini

Sedum spectabile è quella pianta grassa che trovate nell’angolo più trascurato dei vecchi giardini.

L’autunno è il trionfo dei Sedum spectabile (e non solo, sono tantissimi gli ibridi interessanti di sedum), se è asciutto danno il meglio, se nebbioso, i fiori presenteranno sicuramente qualche muffetta, ma saranno belli comunque.

Oggi parliamo dello “spectabile” perché è il più diffuso, quello ormai autoctono di diritto.

Altezza dai 30 ai 50 centimetri, a seconda della composizione del suolo e della concimazione che gli daremo, foglie ovato-spatolate verde pallido riunite in gruppi di 2-3 ogni nodo, fiori rosa con sfumature malva, riuniti in corimbi larghi fino a 10 centimetri. Fioritura autunnale.

Mi meraviglia sempre  scoprire che anche le piante dei giardini “poveri”, di campagna, quelli costruiti con  scambi e mai acquistando, arrivino da così lontano. Nello specifico, lo spectabile arriva dalla Cina (in tempi non sospetti), nelle vecchie case dell’Appennino parmense.  Nessuno della mia famiglia ricordava come fosse arrivato lì.

A casa mia se ne era persa (o forse non c’era mai stata) l’informazione circa l’uso medicinale, però l’uso  si poteva indovinare perché cinquanta anni fa, in campagna, erano pochissime le piante coltivate solo a scopo decorativo. Le foglie di Sedum spectabile , private della pagina sottile superiore, servono per disinfettare le punture di insetto. Evitano il formarsi di “ponfi” dopo un prelievo di zanzara, e non è poco in pianura padana.

Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d'insetto
Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d’insetto

Un vecchio muratore la riconobbe come ” la pianta del fridi” cioè pianta delle ferite, mi raccontò che in cantiere ne tritavano una manciata, la mettevano sulle escoriazioni, fasciavano il tutto  e continuavano  a lavorare.

I sedum sono la pianta jolly per l’angolo del giardino dove “non cresce niente”, dove non arriva l’irrigazione, o quello non ancora sgombrato dai rottami del muratore. Dedichiamo all’angolo-rottami un pensiero gentile e ne avremo grandi soddisfazioni. Se lo sgombero  non si può fare nell’immediato, non arrabbiamoci troppo,  sfidiamo la sorte avversa e decoriamolo!

Quel cumulo di materiale inerte è ben drenato, come una montagna di lava, per cui le piante grasse ci staranno benissimo. Scaviamo qualche buchetta e mettiamo terra oppure riempiamo quelle già esistenti oppure…affidiamoci alla povere portata dal vento e piantiamo direttamente i nostri sedum in quei piccoli anfratti che imitano egregiamente le crepe delle rocce.

Il risultato sarà sorprendente. Sono tante le varietà di Sedum resistenti al gelo, diverse per portamento, dimensione e colore. Scegliendo con cura si potrà ricoprire completamente la superficie da nascondere e creare un bel movimento di farfalle api e bombi. Questi ultimi amano questa fioritura in modo particolare. Se invece avete poco tempo per la ricerca di sedum “strani” o preferite fare altro, basterà un Sedum spectabile di partenza: taleando i rami in piena estate  e dividendo i cespi in primavera, ne avrete tantissimi esemplari in fretta. E’ piuttosto semplice anche la riproduzione da seme ma i semi non sono facilissimi da reperire.

Una caratteristica molto piacevole dei sedum rustici è l’accenno di vegetazione che si trova alla base dei vecchi rami, ancor prima che secchino. Sembra una garanzia per la prossima primavera.

Sedum spectabile, vegetazione autunnale
Sedum spectabile, vegetazione autunnale

 

Un bellissimo accostamento può essere fatto con Sedum sieboldii, però credo che potrebbe poi diventare un problema rimuovere il mucchio  di calcinacci perché…troppo bello!

Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Il sedum spectabile ha bisogno di una sola manutenzione annuale, nel tardo autunno avrà bisogno di essere “pulito” dai rami secchi e dalla foglie marcescenti che saranno sul terreno intorno alla base. Non è un’operazione indispensabile per la vita della pianta, però le darà un aspetto ordinato e pulito.

Se avete una buona manualità potete utilizzare gli apici fiorali per ghirlande e centrotavola invernali. Per questo scopo, è meglio raccogliere i fiori ancora belli colorati e farli seccare in luogo asciutto e arieggiato. Seccando sulla pianta possono diventare opachi per la nebbia della stagione.

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salsa chutney di pomodori rossi e zenzero

Salsa chutney di pomodori rossi e zenzero. Autunno: Conserviamo gli ultimi pomodori che, da un giorno all’altro, virano al nero per il freddo notturno e l’umidità.

Il “non si butta via niente” è una  regola ereditata, credo proprio che me la potrebbero leggere nel DNA fra le caratteristiche genetiche.
Penso che il ricordo della fame sia  stampato nella memoria atavica di noi contadini; nonostante gli scaffali dei negozi siano pieni, inconsapevolmente, ci spaventa l’annata siccitosa, la grandine, la gelata tardiva o anticipata.
Il “non si butta”, “non consumare” e “mangia tutto col pane” è una parte indelebile di quello che sono. A questa educazione ha seguito un periodo di grandi sprechi ma poi, finita l’adolescenza (che quando viene viene, non correlata all’età) si comincia a comportarsi anche un po’ come siamo stati programmati.

Ultimi pomodori, autunno, caminetto che crepita,  la nostra legna è acacia, quella che scoppietta  facendo la  colonna sonora all’inverno. Viene voglia di preparare qualcosa di buono che  ricordi l’estate.  Per conservare gli ultimi pomodori rossi ho scelto questa ottima salsa chutney che  fino a un mese fa non sapevo esistesse. Non sono una fanatica del “nuovo” ma mi sento bene ogni volta che imparo qualcosa. Ho provato la ricetta qualche giorno fa, una piccola quantità di cui ho proposto l’assaggio a mio marito, alle mie figlie e agli amici: le mie cavie. Converrà loro essere sempre sinceri. Hanno apprezzato molto e saranno omaggiati di altri vasi… se hanno mentito non lo faranno più.

Pronti i semi di finocchio asciugati bene e piegati nel cartoccio. Tempo di raccolto anche per lo zenzero Zingiber officinalis, gli servono 20° di calore, non conviene ricoverare tanti vasi, meglio grattugiarlo e metterlo in pentola. A primavera avevamo visto come coltivarlo: ora aprirà le vie respiratorie con gusto, insieme a formaggio, carne o meglio seitan e tofu.

Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Tanti anni fa custodivo le mie ricette con gran gelosia,  ero in competizione con tutte le donne del mondo, maturando ho capito che una ricetta regalata è un dono che ci porterà a casa di tanta gente che non conosciamo, condivideremo sapori e profumi come se fossimo lì. Ho capito anche che la competizione è un stupido spreco di energie.
Ricordo di aver dato la ricetta della mia squisita torta di cioccolato a una parente, insistette per averla, al punto che gliela scrissi… omettendo un ingrediente! Forse, finite di scrivere queste righe la chiamerò e, a distanza di trent’ anni, le dirò cosa manca.

Ecco la ricetta completa 😉 della salsa chutney, ve la regalo con un  passaparola affettuoso, augurandovi un buon inverno di cibo preparato e mangiato con amore.

2 kg di pomodori rossi, 20 spicchi d’aglio, 80 gr di uva sultanina, 2 peperoncini rossi, 2 cucchiai di radice di zenzero grattugiata, la scorza e il succo di un limone, 1/2 cucchiaino di semi di finocchio, 1/2 cucchiaino di semi di cumino, 370 gr di zucchero, 400 ml di aceto di vino bianco, un cucchiaio di sale.

Scottate i pomodori in acqua bollente e pelateli, passateli nel tritatutto, aggiungete l’aceto, lo zucchero, l’uvetta e il sale. Mettete il tutto in una pentola col fondo alto, oppure mettete una piastra di ghisa sotto la pentola. Vi aiuterà a non “attaccare” il composto al tegame durante la cottura.
Pestate nel mortaio tutti gli altri ingredienti fino ad ottenere una pasta profumatissima, aggiungetela ai pomodori e fate bollire adagio. Non c’è un tempo standard, dipende da quanto sono acquosi i pomodori.
E’ una salsa, la consistenza deve essere quella giusta da spalmare su un buon pane casereccio.
Riempite vasetti ermetici, tappateli subito e capovolgeteli fino a completo raffreddamento. Una bella etichetta, se avete buona manualità, magari decorata a mano, rifinirà il lavoro e farà un figurone in dispensa e in tavola.

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Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?

Frumento ancora verde ma spighe già gonfie. Giugno, per noi romantici campagnoli,  il tempo che precede le “messi dorate”.

 

 

Mi ci sono voluti quarant’anni per accettare, tra le spighe del FRUMENTO, l’assenza di papaveri e fiordalisi, ora
ci sono da accettare le carreggiate dei trattori che dividono in settori le “piane” del grano.

carreggiate nel frumento, indicano lo spargimento di sostanze "aliene" sul nostro pane.
carreggiate nel grano, indicano lo spargimento di sostanze “aliene” sul nostro pane.

Prima si vedevano solo alla bassa, nelle pianure immense del cremonese e del mantovano, posti da sogno per noi di collina che abbiamo appezzamenti minuscoli, da noi lavorare significa avere trattori sempre in manovra per via dell’irregolarità del terreno e dei poderi piccini.
Alla bassa è raro vedere persone nei campi, eppure non c’è un filo d’erba fuori posto, non un’infestante e chilometri su chilometri di mais di un verde quasi nero. Passando in auto si notano e si apprezzano l’ordine e la pulizia, non la mancanza di uccelli, di erbacce, di “natura”.

Brutta stagione, ecco le due parole che autorizzano anzi, pare costringano, i nostri contadini a spargere anticrittogamici e antiparassitari.
Già il chicco  da seme viene trattato per la difesa da attacchi fungini, la concia lo protegge sia “nel sacco”, che nel primo periodo di crescita, non si chiama chicco, si chiama Cariosside, un nome meno affettuoso che lo allontana dall’idea di cibo.
Va toccato con i guanti, quindi cibo da maneggiare con cautela.
Appena seminato occorre diserbare perché le erbacce sottraggono nutrimento al grano. Occorre distruggere alopecuro, loietto e papavero per cui il Glifosate si poteva utilizzare in pre emergenza entro 72 ore dalla semina. Ora non ho capito cosa succederà ma anche per i prodotti peggiori di solito lasciano finire le scorte per cui per almeno un paio d’anni bisogna mangiarseli a tutti i costi, il nostro fegato dovrà tenerseli…in deroga.
Sembra che ora con gli erbicidi non basti più fare un trattamento,  occorre anche un trattamento post emergenza a fine inverno.
Nel periodo della fioritura occorre anche “dare qualcosina” per l’allegazione (sempre per via del brutto tempo, anche eventuale…), ci sono prodotti definiti “antistressanti nei confronti delle avversità meteoriche”.
Occorre poi intervenire con trattamenti anti-fusarium perché aprile ogni dì un barile rovina il raccolto.
Appena “legati” i fiori hanno sicuramente bisogno di un aiuto per non essere “nebbiati”, semmai la cattiva stagione durasse tutto l’anno.
Occorre poi proteggere i chicchi dentro le guaine perché se c’è rischio di gradine gli insetti potrebbero mangiarli approfittando delle guaine scalfite.
Con questi step di veleni si protegge il grano che noi dovremo mangiare.

Non mi ero mai chiesta quanti trattamenti subisse il grano fino a che ho visto le carreggiate tra gli steli alti. Ricordo le sgridate quando pestavo le spighe andando a cercare fiordalisi e non ti scordar di me, ed ero così piccola che le spighe sovrastavano la mia testa. Vedere quelle carreggiate mi ha dato un’idea di consumo, di sacralità devastata. Erano parallele, a distanze precise, grandi come le barre irroratrici, poco creative, non potevano avere a che fare con gli stessi extraterrestri che fanno cerchi nel grano.
Ho letto che all’interno dei cerchi il grano è “modificato”. Anche quello che mangiamo ogni giorno lo è. Dopo gli anni sessanta i grani coltivati sono varietà moderne. Frumento che rimane basso e produce di più. L’allettamento con relativa difficoltà di raccolta e conservazione è un grosso handicap delle vecchie varietà. Poco importa che il glutine delle nuove varietà sia così estraneo al nostro sistema digestivo da portare alla celiachia. Questa nuova intolleranza porta un giro d’affari favoloso, quindi ricchezza per chi sa approfittarne.

Le vecchie varietà di grano allettano facilmente, producono poco e non sono convenienti.
Detto così potrei immaginare il contadino opulento, arricchito e scaltro, che produce prodotti pessimi per arricchirsi. Forse è meglio fargli due conti in tasca a costui.
Nella nostra azienda seminiamo grano Bologna e Blasco, ottimo grano per la panificazione, definiti moderni perché posteriori al “senatore cappelli” che ha segnato il punto di non ritorno del grano salubre negli anni 60.
I conti li stiamo facendo nelle nostre tasche e siamo certi di non sbagliare.
Il grano Bologna e il Blasco (definito speciale sulla bolla di ricevimento del consorzio perché era proprio bello) dell’anno 2015 ci è stato pagato 146 euro a tonnellata, (tra le mutazioni in corso… sapevate che il quintale non si usa più come unità di misura?)
due conti?
eccoli:
spese di aratura, e preparazione del terreno,
abbiamo seminato i nostri semi dell’anno precedente, operazione non molto gradita dalle case sementiere ma legale dal 2010.
Prima occorreva la fattura d’acquisto per poterlo consegnare al compratore.
grano 2014 pezzo 18 euro ql. Comprando i semi il costo è 40 euro al quintale.
costo di gasolio, manutenzione trattori escludendo l’ammortamento perché sono vecchi.
costo trebbiatura e trasporto al compratore.
Non ho messo le spese di anticrittogamici e antiparassitari perché non li usiamo. I nostri chicchi dell’anno precedente non vengono avvelenati eppure la produzione è buona e ad oggi, dopo mezzo secolo di coltivazione non abbiamo mai perso un raccolto.
Però abbiamo perso il guadagno per colpa di politiche scellerate,  è come se grandinasse ogni anno.
Con i 14,60 euro al quintale si coprono tutte le spese e niente altro.

Se vedete ancora grano nei campi è perché dobbiamo coltivare a rotazione per mantenere la terra fertile e perché riceviamo le sovvenzioni dalla comunità europea. La famigerata PAC che distribuisce a pioggia aiuti agli agricoltori, sia a noi che al principe Carlo d’Inghilterra e a Benetton, forse a loro un po’ di più perché pare abbiano qualche ettaro di terreno in più.
Noi riceviamo l’elemosina perché coltiviamo frumento, stiamo sulle spalle dell’europa perché non siamo autosufficienti eppure vi assicuro che lavoriamo tanto e sappiamo fare il nostro lavoro. Conviene di più far arrivare grano dall’Ucraina e dal Canada che dalle nostre campagne, perché?
Forse le loro coltivazioni intensive costano meno? Forse loro non sono massacrati dalle tasse? Forse smaltiscono da noi prodotti problematici? Perché non si tiene conto del peso ecologico che ha il trasporto di queste merci?
Mi sento davvero poco opulenta e molto schifata.

Ho trovato qui  notizie importanti circa le manipolazioni   che troviamo nei nostri orti e sulle nostre tavole. Pur non condividendo il pensiero del giornalista circa gli OGM ho gradito l’informazione e mi sono fatta le stesse domande.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/

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Tomatillo Physalis philadelphica:il pomodoro che si raccoglie confezionato

Tomatillo: Physalis piladelphica, solanacea messicana che per bellezza e sapore non può mancare nella nostra cucina. Confesso: ho comprato questa pianta tanti anni fa solo perché il cartello diceva TOMATILLO, IL POMODORO MESSICANO.

Era un gambettino piccolo piccolo che non avrei notato ma ormai i miei fornitori quando mi vedono arrivare espongono il cartello MESSICO! e io…abbocco con piacere.
IL primo esperimento non riuscì perché non sapevo che la pianta è autosterile e ne comprai una sola. Imparando da questa esperienza semino sempre due piante nello stesso vaso così il raccolto è assicurato.
Non è facilissimo trovare i semi ma una volta acquistata la pianta, anzi due, basterà conservare un pomodorino intero per tutto l’inverno per avere semi freschi a primavera. Naturalmente le istruzioni più raffinate sarebbero: aprire un pomodoro, estrarre i semi, lavarli e conservarli in luogo asciutto. Io però ricordo la cantina della casa di famiglia con uno zucchino, un pomodoro, una zucca, che in fila svernavano al buio conservando i semi per la primavera.
Il rischio non era la botrite o qualche altro marciume, al massimo poteva succedere che qualche topo avesse voglia di verdura.
La famiglia del tomatillo è la stessa dell’alchechegi, e molto simile la “confezione”. Invece di esporre la pelle al sole vive protetto da un sottile involucro verde giallastro, mi sembra che lasciandolo chiuso si conservi benissimo. Quest’anno pensavo di avere perso i semi, cosa per me gravissima per la difficoltà di reperimento ma soprattutto perché vorrei essere in grado di conservare il necessario per le generazioni future, come ho visto fare da mia madre.
In fondo a una scatola, in mezzo alla confusione creativa del mio ripostiglio ho trovato un frutto di un anno e mezzo fa; ho seminato senza convinzione e, come sempre, la voglia di vivere mi ha stupito!


Occorre un vaso grande, anche se azteco è pur sempre un pomodoro, potendo dargli un posto in piena terra nell’orto, vi stupirà con una produzione abbondantissima. Belli i fiori, è un physalis, insoliti i frutti e altrettanto insolite le ricette che potrete preparare.
Con un po’ di nostalgia del Messico vi suggerisco alcune ricette che sono apprezzatissime, semplici, infuocate e rinfrescanti come tutte le cose magnificate dal ricordo.
Il tomatillo con la sua base acida si sposa benissimo con le pietanze grasse, quindi con la carne? Non lo so, io lo faccio sposare a soia, tofu, farinate varie e a quel che c’è, ottimo anche col fritto.
La più semplice:
Tomatillo tritato fine, jalapenos onnipresenti (sulla n di jalapenos ci va la tilde ma non sono riuscita a trovarla sulla tastiera), lime e senape, mescolate il tutto e lasciate riposare qualche ora in frigorifero.

Questa invece è cotta, tomatillo tritato, poca salvia, prezzemolo, coriandolo, un cucchiaio di tequila. Buona servita calda e fredda.

Ve ne suggerisco una molto “azteca”, osatela, è indimenticabile: cioccolato fondente, arancia succo e buccia (solo la parte colorata macinata fine), tomatillo tritato fine, peperoncino macinato con la piccantezza che desiderate. Cottura al forno, come una torta. Mangiandola il cioccolato fondente si appiccica al palato e si capisce come mai Montezuma ne mangiasse a chili, fino a procurarsi quella che è rimasta nella storia come la …maledizione di Montezuma, appunto.

Ultima ricetta da assaporare in compagnia: tomatillos tritati fini, pomodori ciliegini tritati allo stesso modo, aglio,cipolla dolce, zucchero, peperoncino dolce, peperoncino piccante o piccantissimo a vostro gusto, sale, tutto a crudo. Da servire nelle classica ciotola bassa in cui intingere i totopos (triangolini di mais tostati o tortillas tagliate a spicchi tostate).
Si mangia con gli amici più cari perché intingere nella ciotola comune, a livello igienico, richiede come minimo grande simpatia 🙂

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Le piante di tomatillo da noi sono disponibili da fine aprile.

Cetriolino messicano, Melothria Scabra, per stupire

Cetriolino messicano, forma e aspetto dell’anguria ma in formato mignon. Buono in insalata e con i salatini

 

Tutto quello che arriva sulle nostre tavole è frutto di selezioni e studi dell’umanità che ci ha preceduto. I semi hanno accompagnato l’uomo nelle sue migrazioni, chi partiva, schiavo o conquistatore, portava semi per curarsi e per mangiare. Sono loro che pesano poco, durano nel tempo e ci garantiscono la sopravvivenza ovunque la vita ci porti.
Possiamo considerare la presa dell’America un grande cambiamento “alimentare” per il vecchio mondo. In realtà, non occorre solcare l’oceano per traslocare piante. Anche le spose che andavano in mogli nei paesi vicini portavano un “getto” dei fiori della mamma e i semi dell’orto, insieme a una pallotta di lievito madre. Anche pochi chilometri ogni tanto sono sufficienti ai semi, per girare il mondo, la terra non ha tempi brevi come noi umani. Il trasloco delle produzioni è in atto da sempre. Dai miei nonni che avevano bergamini nuovi quasi ogni S.Martino, ricordo di avere visto gli orti più curiosi della mia vita oltre ai primi porcellini d’india che qualche famiglia ferrarese cucinava come conigli.
Passa il tempo e la provenienza dei bergamini, o vaccari come li chiamano da noi, cambia. Ora nell’orto di un indiano che lavora in una grande stalla ho visto un filare di Alocasia macrorrhizos, la credevo velenosa in tutte le sue parti e invece la radice rizomatosa è prodotto dell’orto, in India. Da quando il nostro Sing ci ha fatto assaggiare i “pindi pindi” come li chiamava lui, Abelmoschus esculentus, anch’io li coltivo.
Inutile chiedersi se sia più importante coltivare novità oppure conservare le varietà antiche. Siamo su questa terra, le piante si spostano da ben prima che arrivassimo noi, sono inarrestabili. Le varietà antiche sono quelle che ci hanno nutriti, il nostro corpo le riconosce e le tollera bene. Non c’è da scegliere, c’è da integrare come sempre. Un esempio splendido di fuga dalla coltivazione è la massa di loto visitabile in barca a Mantova. Non saprei dire quali piante della mia zona siano davvero autoctone. L’acacia di cui ricordo da sempre il profumo e il sapore è alloctona, con questo termine si indicano gli ospiti… che non se ne sono più andati e sono qui da oltre cento anni. Anche i filari di gelsi sembrano parte del paesaggio a cui non dare un’età e invece furono introdotti dopo i viaggi di Marco Polo, per poter alimentare i bachi da seta.
Ho scoperto da pochi anni il “cetriolino messicano”. Tutto quello che ricorda vagamente il Messico mi conquista: confesso di averlo comprato solo per il nome, in quel momento non aveva frutti per cui era solo un’erbetta arrampicata su una triste rete di plastica.
E’ una cucurbitacea, ha sapore di cetriolo e limone e fascino da vendere. E’ un’anguria delle dimensione di una caramella!
Si semina a inizio primavera, ha bisogno di calore, necessita di un tutore su cui fissare i pampini, trovo che legnetti o salici aggiungano bellezza alla pianta. Si può coltivare sul terrazzo, è annuale per cui occorre conservare un frutto ben maturo per avere i semi l’anno successivo. Si può conservare il frutto intero per tutto l’inverno oppure, operazione più sicura riguardo agli attacchi fungini, estrarre i semi, lavarli bene per ripulirli dalla polpa, farli asciugare e conservarli in una busta di carta.
Per un raccolto abbondante miscela lupini macinati al terriccio, una miscela di sabbia e terra da orto va bene, oppure terriccio ben drenante. Se usi terriccio universale sceglilo per biologico altrimenti rovinerà la salubrità della coltivazione.


Il cetriolino messicano è buono in insalata, carino negli spiedini freschi di verdura e formaggio, spiritoso nel piatto insieme ai salatini. Si sposa bene condito con olive e peperone.
In Messico e Spagna si trova sott’aceto. Semplice da preparare:
Raccogli i frutti quando sono grandi come un acino di uva da tavola, lavali, asciugali e dividili a metà (dal lato lungo), mettili in un vaso a chiusura ermetica, aggiungi aneto, peperoncino, pepe rosa, sale grosso e spezie di tuo gusto.
Lascia macerare almeno una settimana. BUONA COLTIVAZIONE E BUON APPETITO!

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Le piante di cetriolino messicano sono in vendita da maggio,  direttamente presso la  nostra azienda agricola oppure possiamo spedirle (ordine minimo 30 euro, spese postali escluse).
Per informazioni e acquisti :   castellarocactus@libero.it      cell 347 4121367

Aromatiche sul davanzale: 7 indispensabili 7 golose

Basta un davanzale per coltivare aromatiche genuine che arricchiscano le nostre migliori ricette o le nostre semplici insalate
Troviamo mazzetti freschi di erbe aromatiche e vasetti di erbe secche in tutti i supermercati e dall’ortolano.

C’è un buon motivo per coltivare piante aromatiche sul davanzale?

No, non uno, ce ne sono molti. Potremmo parlare dei metodi di essicazione delle piante tra cui l’esposizione a raggi x e della conservazione lunga di quelle fresche da banco.
Io sono una contadina per cui non è materia mia. A ognuno il suo.
Il mio “campo” è la coltivazione con passione per cui attrezziamoci e coltiviamo i profumi per le nostre pentole e le erbette fresche per le nostre insalate. Certo non tutti possono coltivare un orto, ma bastano pochi vasi sul davanzale per insaporire le scialbe insalate già pronte.
La situazione più rosea sarebbe un balcone ma qui parlerò della condizione base, i davanzali.
Impostiamo prima di tutto la sicurezza e il lungo termine. Sicurezza significa niente vasi che potrebbero cadere. Un’idea pratica che mi piace molto è la coltivazione in vasi quadrati, ottimizzazione dello spazio disponibile, niente “vuoti” poco estetici e poco funzionali fra uno e l’altro. Non consiglio le cassette rettangolari perché la promiscuità delle radici non sempre funziona. Quando c’è poco spazio le piante più vigorose soffocano le più timide. Una buona soluzione è costituita da un sottovaso comune e vasi che riempiano tutto il vano della finestra, perché non ci giochi il vento. Meglio vasi di coccio, molto più belli della plastica secondo me, però i gusti non si discutono. L’unica differenza coccio-plastica riguardo alla coltivazione è la maggiore quantità d’acqua che richiederanno i vasi di coccio, perché sono porosi. Se ti viene in mente qualche discorso circa il risparmio d’acqua e pensi di scegliere la plastica per questo…direi che dovremmo valutare quanto inquina quella plastica nella sua vita e quanto il coccio. Probabilmente non abbiamo strumenti per fare questa valutazione quindi scegli quello che ti piace e annaffia le piante con l’acqua “di scarto”. E’ una soluzione fantastica. Annaffia con l’acqua di lavaggio delle verdure e della frutta che hai comprato. Invece di aprire il tappo e farla scorrere, lavale in una bacinella e versala nei vasi. Se te ne avanza conservala per i giorni più caldi in cui ne servirà tanta. Il cerchio si chiude senza spreco.
Oltre alla questione estetica, dobbiamo tenere conto della durata del nostro impianto, serve un terriccio che duri anni. Aggiungendo materiale inerte alla terra assicuriamo alla pianta un buon drenaggio, le radici respirano e occorrerà solo concimare ogni tanto.
Non concimi di sintesi per non rendere vano il nostro lavoro. All’inizio possiamo miscelare al terriccio i lupini, sono a lenta cessione e per qualche mese possono bastare, ma poi? Cercando di chiudere il cerchio di uso e riuso di ogni cosa possiamo concimare con l’acqua di bollitura delle verdure. Se siamo crudisti o cuciniamo a vapore possiamo bollire le ortiche appositamente per le nostre aromatiche. Una bella manciatona di ortiche per 4 o 5 litri d’acqua, filtrare il tutto, lasciar raffreddare e voilà… il concime è pronto.
Si ottiene ottimo concime anche facendo il macerato di ortiche, però, se coltivi sul davanzale, immagino non sia sano far marcire qualcosa in condominio (di questo si tratta). L’odore è veramente forte.
Le piante aromatiche che io ritengo indispensabili sono: salvia, prezzemolo, timo, origano, menta, rucola, alloro.
le piante sfiziose a cui non dovremmo rinunciare: erba stella, erba brusca, perilla, tarassaco, pimpinella, nasturzio, melissa.
Salvia: Salvia officinalis è la classica, per un colpo d’occhio più ricercato (se vuoi sorprendere la vicina) scegli le varietà striate in rosa o in crema, davvero deliziose, stesso uso alimentare, stesso profumo classico. Non posso non tessere le lodi anche della salvia pesca e tralascio le altre, scriverò di loro in un altro momento, sul nostro davanzale tutto non ci sta.


Prezzemolo: Petrosellum officinalis, per stupire puoi usale la varietà riccia, forse un po’ meno profumata ma comunque buona.
http://millaboschi.com/e-ovunque-il-prezzemolo/
Timo: Thymus vulgaris, delizioso anche nella varietà serpillo che ricadendo movimenta l’effetto finale del davanzale. Buono e bello.
Oppure possiamo stupire ed avere il due in uno scegliendo timo limone, pronto per il pesce senza aggiungere limone.

Origano: Origanum volgare, squisito sulla pizza. Vorrei proporti anche l’origano cubano ma teme il gelo e… ne parlerò in un prossimo articolo a lui dedicato.
Origanum vulgare (origano)
Origanum vulgare (origano)

Menta: la classica è la Mentha piperita ma puoi sbizzarriti nella ricerca, la crispa è quella più d’effetto per il fogliame arricciato ma è meglio scegliere per intensità di profumo. Dovrai usarla per cucinare e alcune sono veramente forti, la cervina ha un aroma difficilmente riconducibile a una menta, non per questo meno gradevole. Occorre toccare, annusare e scegliere.
Mentha crispa
Mentha crispa

Erba cipollina: Allium schoenoprasum, la classica, quella che aromatizza formaggi e insalate, ottima a crudo.
Rucola: Eruca sativa, la Rucola selvatica, coltivata al sole ti stupirà, con poche foglie raccolte al momento potrai insaporire un buona quantità di insalata. quattro o cinque foglie appena colte hanno più sapore di un intero mazzolino del supermercato…fiaccato dal viaggio e dal banco.
Alloro: Non possiamo non averlo anche se in un vasetto dovrai trattarlo come un bonsai, potarlo intanto che lo usi in modo da contenerlo. E’ una pianta nobile, grandi proprietà e gran sapore.

Con queste aromatiche abbiamo già un bouquet molto interessante ma non accontentiamoci, aggiungendo poco altro saremo addirittura felici!
Erba stella: Plantago coronopus, si lo so, è anche nei campi…però chi ha tempo e campi?
Pimpinella:Pimpinella anisum, anche questa è nei campi ma occorre conoscerla e andare a raccoglierla, sul davanzale ti bastano le forbici.
Erba brusca: Rumex acetosa, foglie “brusche” estate e inverno, curde e cotte.

Tarassaco: Taraxacum officinalis, il “povero” dente di leone. Ottime le foglie crude e cotte, i boccioli fiorali piccolissimi possono essere cucinati come capperi, semplicemente cotti o conservati in salamoia.
Perilla: Perilla frutescens il famoso shiso del ristorante giapponese. Nella versione atropurpurea avrai foglie rosse per l’insalata, un piacere per il palato e per gli occhi.
Nasturzio: Trapaeolum majus, commestibili foglie e fiori. Colora e insaporisce le insalate. Spesso coltivato solo come decorativo.
Melissa, Melissa officinalis, erba limone, squisita per tisane estive fresche e dissetanti.

Tecnicamente non è corretto chiamare aromatiche tutte queste piante ma se ci sta “petaloso” nella lingua italiana…

Questo potpourri di piante è sufficiente per sentire sapore di campo, coltivare è meraviglioso in qualsiasi contesto si faccia. Non angustiarti troppo se non hai un orto, prova a pensare al tempo libero di cui disponi intanto che dovresti vangare, zappare seminare, diserbare e irrigare. Certo le mani nella terra sono un grande piacere ma anche qualche screpolatura in meno sulla pelle non è male. Se proprio non riesci a consolarti pensa che l’orto ha bisogno di bere tanto…. proprio quando tu hai le ferie 🙂  🙂

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Viole, Violette e viola d’amore

le viole macchiano già il prato selvatico, è quasi primavera, annusiamo, raccogliamo e cuciniamo viole!

Ovviamente tutto ciò risveglia il nostro lato poetico, pensiamo alle collanine di fiori  infilate con ago e filo di refe,  ai giochi dell’infanzia… ma anche alle viole candite e alle insalate fresche di foglie e fiori.
Sono fiori poetici, evocatori.
Riesce difficile definirla erbacea perenne dopo che Foscolo l’ha chiamata “fior nunzio d’aprile” ma ci perdonerà la mancanza di romanticismo, visto che stiamo pensando addirittura di condirla insieme all’insalata, con olio e aceto balsamico.
Del resto, fra le sue tante proprietà è anche lassativa per cui: non è solo romanticismo.
Napoleone ne era innamorato, Maria Luigia portò a Parma questa grande passione e qui ne facemmo commercio catturandone l’essenza nel celebre profumo “violetta di Parma”.
Non deve essere stato facile imbottigliare questo delizioso profumo, tanto prezioso quanto fugace, la fragranza ha la proprietà di anestetizzare temporaneamente i ricettori dell’olfatto.
Se provate ad inalarlo per qualche minuto dal mazzolino di viole… tutto sparirà e per molti minuti non sentirete più nulla.

Il nome significa bambola, cortigiana, ragazza.
Erano passati pochi anni dalla morte di Maria Luigia quando Verdi chiamò Violetta la protagonista della Traviata.
Viola e violino, sono strumenti con suono dolce e viola d’amore quello con suono dolcissimo. Sette corde che so essere di budello non riescono ad ammaliarmi ma è bello, non c’è dubbio.

Amo le viole mammole, nelle varie sfumature di viola, un po’ blu, fino al bianco che sorprende nel sottobosco. Mi piacciono un po’ meno le pansè, forse perché loro non hanno nulla di modesto tra i colori squillanti o forse, semplicemente, perché non mi ricordano l’infanzia.

Le violette hanno un discreto stuolo di ammiratori, “discreto” appunto. Quasi nascoste nei giardini, non visibili da lontano, si propagano per stoloni che, passo dopo passo, allargano la macchia di foglie reniformi. Timide anche nella riproduzione da seme. La prima fioritura è quella “pubblica”, sopra il cuscinetto delle foglie, solo estetica. La seconda fioritura invece è nascosta, fiori con stelo corto che, senza aprirsi si trasformano in capsule da seme senza bisogno di insetti. Questa autoimpollinazione si chiama “nozze segrete”.
I semi che troverete nelle capsule germinano bene dopo aver sentito il gelo.
Se ci appassionano questi fiori timidi possiamo coltivarli senza fatica, sia in giardino che in vaso.
Si moltiplicano per stoloni e per seme, diventando piacevolmente invadenti.
Possiamo coltivare viole che fioriscano in vari periodi dell’anno, a seconda della provenienza.
Per cominciare senza scoraggiarci ci sono le resistenti sororia, l’albiflora con mammola bianca interno verde, la azurea con striature blu e la rubra che ci stupirà col suo rosso porpora fra il verde del fogliame.
La subsinuata e la pedatifida hanno mammole molto diverse dalla specie nostrana.
La pinnata e la selkirkii vivono benissimo in terreni rocciosi, in natura, nel nord america da dove sono originarie, vivono fra i 3000 e i 4000 metri.
Ultima ma non ultima possiamo coltivare la coreana che ha fioritura tardiva e foglie tondeggianti molto interessanti.

L’uso culinario più comune è la canditura.
Si passano nel chiaro d’uovo montato a neve e si spolverizzano con lo zucchero, sono buone e anche di grande effetto per le decorazioni.
Qui i miei motivi per non prepararle:
http://millaboschi.com/uova-di-galline-felici-col-cavolo/

Possono diventare sciroppi e tisane, aromatizzare vino, olio e aceto, limonata.
La mia ricetta preferita è l’infuso:
una manciata di fiori in un litro d’acqua bollente
si coperchia, si lascia riposare per 30 minuti, si filtra,
si aggiungono due cucchiai di miele (o melassa).
fa bene per la tosse e il mal di gola.
Se la bevete nelle tazze della vostra mamma fa bene anche al cuore.

Viola mammola
Viola mammola
viole in infuso
viole in infuso

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Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Zenzero Zingiber officinalis : a febbraio prepariamo i tuberi per la nuova produzione

A gennaio, quando le giornate erano cortissime e l’umore grigio come la luce padana, ho pensato a cosa coltivare quest’anno. Tra le cose indispensabili nella mia lista: lo zenzero. Pianta asiatica che si adatta alla coltivazione in vaso senza difficoltà. Naturalmente le serve una temperatura minima molto alta, quindi dovrà passare l’inverno in casa con noi. Averla in cucina sarà comodissimo per raccoglierla e mangiarla quando serve, cioè d’inverno, in modo particolare quando saremo raffreddati.
A febbraio i tuberi sono reperibili con facilità, vanno bene anche quelli del supermercato, biologici possibilmente. Scegliamo quelli con “occhi” di vegetazione più turgidi. Confidiamo sull’educazione di chi ha “palpato” le radici prima di noi.
Mi sorprende sempre vedere quanta forza abbiano le signore nei polpastrelli, quando sono al banco frutta e verdura. Penso che potrebbero svitare i bulloni delle ruote dell’auto senza chiave inglese, se ci mettessero la medesima foga.
Scegliamo quindi tuberi non ammaccati, possibilmente piccoli, è sufficiente una gemma per avere una nuova pianta. Nel caso fossero grossi possiamo tagliarli e farne più piante. E’ la stessa procedura delle patate.

Si divide il tubero in porzioni con una gemma o due , si mettono ad asciugare in luogo ventilato  per qualche giorno. Quando il taglio si è cicatrizzato si può interrare. Io faccio questa operazione calcolando una ventina di giorni di asciugatura, se poi dovranno aspettare qualche giorno in più non è un problema.
Non occorre dire che le gemme devono essere rivolte verso l’alto vero? 🙂 🙂 
Cresce bene in terriccio ricco, in vaso capiente per permettere ai rizomi di crescere senza deformazioni e a noi di scavare nel terreno con un cavino e prendere quanto ci serve senza danneggiare il resto. Ha bisogno di tanta acqua in estate e di un periodo di asciutta invernale. Se proprio non avete spazio in casa per il vaso potrete dissotterrare tutti i tuberi, e conservarli in luogo fresco “salvando” per la primavera solo quello che volete ricoltivare. Regolate l’annaffiatura in base all’esposizione. Se è in pieno sole beve di più, naturalmente.
 

Zenzero: gemma
Zenzero: gemma
Zingiber officinalis
Zingiber officinalis

E’originario di India e Malesia. Per gli antichi indiani aveva uso purificatorio oltre che alimentare. Lo masticavano prima dei rituali per “aggiustare” l’alito, per poi elevare canti alle divinità con la bocca profumata.
I cinesi 3000 anni prima di Cristo la usavano per curare raffreddori, tetano e lebbra.
Secondo la Scuola salernitana “lo zenzero spinge i giovani all’amore”, significa che è afrodisiaco? Io rimango nel dubbio, se così fosse, forse avrebbero scritto “spinge i vecchi all’amore!”
Per le sue proprietà digestive i latini ne fecero un pane per chiudere i ricchi banchetti, che si trasformò poi in dolce.
E’ della tradizione inglese la favola dell’omino di zenzero che prende vita appena uscito dal forno.
Ho trovato questa ricetta che si può trasformare in vegan cambiando miele con melassa e burro con margarina.
biscotti gingerbread
…e non dimentichiamo che nella favola di Hansel e Gretel, era fatto di irresistibile pan di zenzero il tetto della casa tutta da mangiare della strega.

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Rosmarino: Rosmarinus officinalis, l’erba della memoria

“c’è il rosmarino, questo è per la memoria” per dirla come l’Ofelia di Shakespeare nel quarto atto dell’Otello.

Panacea per tutti i mali, il comunissimo rosmarino non può mancare nel  cortile o sul nostro balcone.
Visto che già greci e romani lo consideravano portafortuna, arma contro gli spiriti maligni e pianta gradita agli Dei, ne converrete che dobbiamo averne almeno un cespuglio, una rametto, un sacchettino di foglie e fiori secchi.
Non basta? Nel Medioevo simboleggiava pure l’amore eterno e pare  che l’infuso oltre ad aiutare la memoria combatta la depressione.
Possiamo coltivarlo in vaso oppure in piena terra, non ha esigenze particolari se non il clima mediterraneo. Noi emiliani lo piantiamo riparato dalle correnti fredde appoggiato ai muri rivolti a sud.
Che ci si intenda di erboristeria, che ci si destreggi con tisane, decotti e unguenti oppure no, una pianta di rosmarino non può mancare nel nostro bouquet olfattivo e alimentare. Fa primavera la fioritura e anche il brusio delle api che vengono a visitarlo. Il profumo da solo ci ripaga della cura ma non limitiamoci a quello. Profuma le pietanze e le rende digeribili, se ne fa un buon vino e un miele eccezionale.

La regina Isabella d’Ungheria ebbe in sogno da un angelo la ricetta per la panacea di tutti i mali, chiamata appunto “l’acqua della regina d’Ungheria” che conteneva poca acqua e parecchio alcool. Pare che la vecchia regina risolvesse problemi di gotta e di artriti bevendone… qb.

Rosmarinus officinalis
Rosmarinus officinalis

Rosmarino officinale

Ne esistono molte varietà, quelle che noi riteniamo di più semplice coltivazione (per il nostro clima collinare con puntate anche a -16°) sono il classico Rosmarino officinalis, il Rosmarino officinalis “White” a fiore bianco e quello Prostratus a portamento strisciante, splendido da inserire negli anfratti del giardino roccioso o sui balconi con il suo effetto “a cascata”.
La moltiplicazione si fa per seme o per talea di rametto.
In primavera tagliate il ramo a circa 20 cm dalla sommità, nella parte semi legnosa, piantatelo in terra sabbiosa e bagnate spesso. Se avete l’abitudine di conservalo in vasi d’acqua per utilizzarlo fresco in cucina può capitare che metta radici anche lì, in questo caso mi sembra bellissimo dargli la possibilità di diventare una nuova pianta. Basta un vaso sul davanzale e vi ripagherà delle vostre cure.
Ricordate di utilizzare concime per biologico per poter mangiare SANO quello che coltivate. Per il rosmarino vanno benissimo i lupini macinati mescolati al terriccio. Sono naturali e a “lenta cessione”. Significa che non sarete legati a concimazioni quindicinali ma sarà sufficiente una manciatina di lupini ogni sei mesi.

Fra le tante ricette antiche quella della marmellata di fiori è la mia preferita.
100 gr di fiori di rosmarino da pestare nel mortaio
200 gr di acqua da bollire con 30 gr di foglie
colare l’infuso, aggiungere 300 gr. di zucchero e preparare lo sciroppo
lasciare intiepidire e aggiungere la pasta ottenuta coi fiori pestati
invasare e sterilizzare.
Questa marmellata era la preferita di Galileo Galilei, gliela preparava la figlia in convento.

Spalmata su una fettina di pane casereccio, profumerà le giornate di nebbia come se fosse primavera.

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Le asprelle NON SONO il tarassaco

Le asprelle per noi parmigiani sono un rito di febbraio, o almeno di quando si scioglie la neve. Un cibo povero per definizione ma ricchissimo di proprietà. Una passeggiata in un prato vecchio o in un incolto, è sufficiente per un ricco bottino di Cichorium intybus, cioè asprelle. “Aspre”, sapore inconfondibile, molto diverso da quello del tarassaco, Taraxacum officinale, col quale vengono spesso confuse.
La confusione alla raccolta viene dal fatto che le foglie primaverili sono simili perché entrambe roncinate pennate. Appartengono alla stessa famiglia, sono Asteracee, ma mentre le foglie invernali delle asprelle  hanno portamento prostrato il tarassaco è eretto.
Impossibile confonderle durante la fioritura. Fiore azzurro per le prime, fiore giallo per il soffione.

Cichorium intybus, asprelle, grugn

images.cicoria

il_tarassaco  Taraxacum officinale, dent ad leòn, pitaciò

Tradizionalmente la cicoria si condisce con pancetta di maiale soffritta e aceto. Noi sostituiamo al povero maiale un ragù di seitan e non ci facciamo mancare l’aceto che ne esalta l’amaro.
In tempi di povertà la radice della cicoria veniva utilizzata per fare una bevanda molto simile al caffè.
Queste deliziose erbe buone si possono coltivare anche in vaso, cosa abbastanza rara vista l’abbondanza nelle nostre campagne.
I semi sono reperibili nei cataloghi più prestigiosi oppure direttamente nei campi.

Vi consiglio caldamente di non usare l’imperativo “va par spréli” per invitare qualcuno ad andarvi a raccoglierle la cicoria perché la frase contiene un significato popolare poco gradevole 🙂 🙂

sta bene ovunque: il prezzemolo

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Prezzemolo ossia Petroselinum sativum : bonièrbi in dialetto parmigiano.
Il nome spiega bene quanto fosse tenuta in considerazione quest’erbacea nella nostra cucina.  Voglio parlarne  prima di tutte le altre,  come pianta indispensabile. Credo occorra coltivare un po’ di tutto (anche solo in un piccolo vaso sul davanzale) per arricchire di sapori i nostri piatti, ritengo le “erbe nuove”, le cosiddette  esotiche,  portatrici di sorprese gustose, non voglio però dimenticare le trazioni più radicate, quelle che ci fanno tornare indietro, agli incontri conviviali in famiglia,  grazie al palato.

Indimenticabile la salsina fredda della domenica:
prezzemolo tritato a mezzaluna
uova sode passate tra i rebbi della forchetta                                              
un pizzico di sale e un filino d’olio d’oliva.                                                
Da gustare col lesso o anche  semplicemente su una fetta di pane.

Nella tradizione popolare era considerata pianta abortiva.

La coltivazione è davvero semplice, pianta biennale resistente al gelo, generosa nel raccolto anche in inverno,  se leggermente riparata.
In questa zona il termometro è arrivato eccezionalmente anche a -16 e il Petroselinum che aveva  perduto la parte aerea  ha regolarmente ricacciato in primavera.  Se volete un raccolto super (e chi non lo vuole?) sarà utile concimare  il terreno prima della semina con lupini. Sono biologici, a lenta cessione, rispettosi della nostra salute.
Miscelateli bene al terriccio, seminate, coprite i semi con un leggero strato di terra SENZA lupini. I passerotti ne sono ghiotti e se ne vedessero in superficie vi rivolterebbero tutto il vaso per cercarli.

Se volete anticipare la semina già in questi giorni, per “mettere avanti” i lavori primaverili è possibile farlo. In vaso procedete come sopra, una volta finita la semina pigiate la terra con le dita per assestarla, coprite la bocca del vaso con un vetro o con un pezzo di plastica rigida trasparente. Funzionerà come una serra. Mantenete umido il terriccio bagnando da sotto, cioè mettendo acqua nel sottovaso. Quando la terra è umida gettate l’acqua in eccesso e tornate a bagnare solo al bisogno. L’acqua stagnante è dannosa. Quando vedrete spuntare le prime foglie ricordate di togliere il vetro nelle ore calde e rimetterlo quando fa troppo freddo.  Il prezzemolo coltivato con passione avrà un sapore molto diverso dai mazzetti comprati recisi.