seminare officinali e aromatiche : seminare per passione

Seminare officinali e aromatiche: fare la propria piccola parte in questo mondo così grande

Dopo anni di curiosità e ricerche, quattro anni fa abbiamo cominciato a seminare officinali, aggiungendo questa novità alla produzione di cactus e succulente. L’anno scorso abbiamo seminato una cinquantina di varietà tra officinali e aromatiche. Uno “sforzo” notevole, sia di lavoro che di ricerca. Occorre studiare l’uso e la coltivazione, procurare i semi e passare intere giornate a contarli, coprirli il giusto, cartellinarli, bagnarli simulando la pioggia, e aspettare.

 

Sempre si viene ripagati da tutto questo lavoro, quando le piante sbucano dalla terra, ci si sente un po’ dio, magari con lettera minuscola, ma sempre dio. Noi, abbiamo deciso di seminare, leggermente prima della temperatura ideale per le semine. Quindi di anticiparlo questo dio, che in pianura padana scalda un po’ tardi, rispetto alla riviera. La scelta di seminare in serra fredda è rispettosa dell’ambiente, non si brucia gasolio, e produce piante ben ambientate alla vita all’aperto, non fragiline ma toste :).

Un fiasco sonoro!

Questa scelta di naturalità, ci permette di avere piante pronte alla vendita a fine aprile, non prima, anzi, per qualcuna anche metà maggio. Cioè, quando tutti hanno già comprato le piante aromatiche, provenienti da serre riscaldate (per lo più olandesi), oppure da vivai liguri. Tutti abbiamo fretta! prima di giovedì grasso abbiamo a disposizione le uova di Pasqua, il 27 dicembre ci sono dolci di carnevale  nei banconi, primule prima di Natale, rose e fragole  tutto l’anno! Non viene spontaneo chiedersi quanto ci costa, in termini ecologici, questo snaturare le produzioni. Vediamo e compriamo, ipnotizzati dagli scaffali.

Per nostra fortuna, le piante aromatiche vendute dal supermercato a febbraio, a maggio sono già morte, questo ci ha permesso di recuperare almeno i soldi dei semi! Queste piante morte però non hanno un valore solo in euro. Per produrle fuori stagione, respireremo gli inquinanti del riscaldamento, del trasporto, dello smaltimento…un costo decisamente molto alto.

Tornando al nostro piccolo impianto di officinali, fu un fiasco sonoro! di quelli che, se fossimo stati su un palcoscenico, avrebbe fatto rimbombare di fischi la strada fuori dal teatro! vassoi e vassoi di Tomatillo, ruta, ceci, basilici speziati e violetti, salvie ananas e mente cervine, ci guardavano come dive in decadenza, senza che nessuno le degnasse di un minimo interesse. A fine agosto, visto l’andazzo, cominciai a regalare agli ospiti del b&B, anche l’origano cubano, che vedevo vendere nelle fiere, a 7 euro il vasetto. Per tutto il resto, la cucina si trasformò in un laboratorio a ciclo continuo. In campagna non si butta via niente.

Come in ogni normale attività, valutammo a tavolino cosa non aveva funzionato. Facile capirlo: come si fa ad essere competitivi e visibili in campagna? Perchè mai le persone dovrebbero venire fin qui? Abbiamo cose, che sono, apparentemente uguali, se non esteticamente “più brutte”, a quelle che possono comodamente far cadere nel carrello della spesa? Con un’occhiata veloce (come veloce deve essere la spesa dopo il lavoro), non si riesce  a vedere che l’offerta di piante riguarda sempre  le stesse cose, un numero strabordante in quantità, ma poverissimo di varietà.

Tanacetum balsamita, erba di san Pietro
Tanacetum balsamita, erba di san Pietro

Bisognerebbe essere giovani, magari anche abbastanza forti per fare i mercati, per farsi vedere e rivedere, per spiegare le differenze fra la produzione di piante in modo industriale e quella agricola. Siamo in un’età di mezzo, non abbastanza vecchi per andare in pensione (e deporre la voglia di lavorare?) e non abbastanza giovani per tutto questo.

Decisioni difficili…

Così decidemmo di non seminare più. Fu una scelta accompagnata da molti sospiri. L’idea di coltivare le piante in uso prima della nostra nascita, quelle che sono nei campi e non conosciamo più, ci riempiva di frizzante curiosità. Però decidemmo di rinunciare. Era inverno, sembrava possibile. Quando poi arrivò la fine di febbraio…ci sembrò di non celebrare la primavera, di essere contadini inutili. Con marzo  il sangue cominciò a sentire la linfa muoversi (come l’orticaria che fiorisce quando le piante cominciano ad andare in umore).

…e la forza di cambiare idea

la prima settimana di marzo ho cominciato le semine. Abbiamo procurato alveoli di polistirolo da 96 cellette, poco ingombranti e leggeri. Continuiamo a seminare officinali, qui,  a 20 km dalla città, in un’azienda non visibile dalla strada. Per dirla con un francesismo è come “pisciare controvento”. Ecco, è esattamente quello che stiamo facendo, con tutta la passione possibile!!! Mi farebbe stare male lasciar perdere i semi che ho, di gettare la spugna…non se ne parla. Le piante stanno cominciando a germogliare, io continuo a stare tutto il giorno con le mani nella terra e a studiare la sera, perché nessun giorno sia “sprecato”. Faccio la mia parte meglio che posso. In questo mondo grandissimo, una parte molto piccola, ma seminare officinali e coltivare succulente…è la mia!

cosa cambierebbe se ognuno facesse la sua parte?

Anche non comprare prodotti  fuori stagione può essere la nostra battaglia pacifica per un mondo migliore. Facciamo solo un esempio: rose ovunque, tutto l’anno, a  prezzi stracciati. Siamo consapevoli che quelle rose stanno inquinando la poca acqua disponibile in grandi territori africani? Vengono irrorate con pesticidi terribili che, al di fuori di ogni norma,  avvelenano le persone che ci lavorano in mezzo o che vivono in quei luoghi. Vengono coltivate fuori Europa per il costo manodopera bassissimo e senza sindacati, e per l’assenza di regole d’uso per prodotti chimici. Davvero il nostro buon umore è legato a quel mazzolino di similfiori a cui hanno fatto bere inchiostro, per creare tinte attraenti? Davvero non possiamo fare di meglio con quei pochi euro?

Le nostre officinali e aromatiche saranno in vendita anche quest’anno,  a primavera e non prima 🙂  in via Castellaro 45 a Bannone di Traversetolo, prime colline di Parma.  La gita “aromatica” può essere arricchita con visita ai castelli, Torrecchiara e Montechiarugolo sono i più vicini. Chiuso il lunedì, siamo aperti anche la domenica tutto il giorno, a 2 km dal mercato di Traversetolo (mercato storico della domenica mattina). Se progettate il viaggio per arrivare qui, vi consigliamo di telefonare, alle aziende a conduzione familiare basta dover fare una commissione urgente per dover chiudere qualche ora. 🙂

 

 

 

 

 

 

semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.

I semprevivi, Sempervivum tectorum, danno il meglio sotto la brina.

semprevivi sempervivum tectorum
semprevivi sempervivum tectorum

si ricoprono di cristalli e ci fanno riflettere sul  modo di dire “sembra finto”.

E’ il finto che deve essere fatto così bene da sembrare vero, non il contrario.

Sempervivum tectorum ha foglie lanceolate, molto carnose, ciliate, lunghe fino a 8  centimetri. Le minuscole ciglia sul margine delle foglie, trattengono la nebbia e, se la temperatura scende, diventano magiche.

E’ la pianta che, per tradizione, viveva sui tetti del forno e del gabinetto, delle case di campagna.
Da una singola rosetta appoggiata sui coppi, (senza artifizi, solo appoggiata!) prende vita una colonia inarrestabile che, in poco tempo, ricopre ogni centimetro disponibile. Poi si sporge dal tetto con lunghi stoloni, a cercare nuovi spazi. Se proprio non c’è più posto, trascorso un periodo ragionevole, per dar tempo al vento di provare a farla traslocare “a spinta”, lo stolone secca, e la rosetta parte alla ventura, cadendo…dove capita.

Sempervivum: nel vero senso del termine, mette radici ovunque cada. Se non cade sulla terra, basterà una crepa nel cemento, una pietraia, per ripartire con una nuova colonia, alla conquista del mondo. Le rosette cambiano colore e consistenza a seconda dell’esposizione solare e del fondo di coltivazione. Se in pieno sole, sui tetti, in estate le foglie sono rossicce e sottili. Disidratate se piove poco e costrette a bere solo rugiada, gonfie se le le aiutiamo con qualche annaffiatura.

Nella maggior parte delle case contadine non si coltivava niente “solo” per bellezza. Non perché mancasse il buongusto, ma perché mancava il tempo, e per via dell’acqua da attingere col secchio, dal pozzo. Il Sempervivum tectorum aveva tanti usi pratici e tanti magici. Il nome popolare, “erba dei calli”, ci racconta che veniva usato per esfoliare gli occhi di pernice e i duroni. Ci sono notizie anche di rimedi per curare mal di denti, sordità, bruciature.  Ma non esiste pianta a cui non sia attribuita anche una capacità magica. Sempervivum è una rosetta bassa, semplice semplice, morbida, senza difese, eppure…era considerato il parafulmine della casa!  Sembra poco? Mescolata con altri ingredienti era l’erba magica per preparare l’arcano, ossia la pomata che, spalmata sulle mani, le rendeva invulnerabili, capaci di afferrare anche il ferro rovente. Un perfetto isolante! Su questo direi che ci toccherà fidarci ciecamente del vecchio testo da cui ho preso la notizia.

Ma in tema di isolamento verde (che fa tanto tendenza),  Sempervivum tectorum, può funzionare come isolante coltivandola sul tetto? Ovvio che un tappetone verde spesso dieci/quindici centimetri, non può non funzionare. Diventa un groviglio di radici carnose, intrecciate alle proprie foglie secche e alla polvere. Isolante lo è di sicuro. Mi domando se sia un discorso valido o un’idea romantica.

Le piante riconquistano i loro spazi, colonizzando le macerie, ripopolando le cave dismesse, per nostra fortuna, ricostruiscono quello che noi distruggiamo. Però, l’idea romantica, di solito non è quello che intendiamo per “avere un tetto sicuro sopra la testa”. Credo sia difficile pensare a un tetto senza infiltrazioni con tante radici sopra, a meno che non si sia disposti a predisporre con guaine la copertura, come si fa per i giardini pensili veri e propri. Inoltre, in caso di nevicate “eccezionali”, la massa ruvida delle rosette, sarebbe un grosso problema per il mancato scivolamento della neve e quindi per il peso complessivo.

Ho virgolettato la parola “eccezionali” perché la ritengo abusata. Non mi sembra corretto  definire eccezionali eventi che si ripetono, anche solo due o tre volte, in un secolo. La nostra vita è eccezionalmente breve rispetto alle ere climatiche della terra, cento anni sono solo un attimo per lei. Tutto questo per dire che occorre essere prudenti nelle nostre costruzioni a lungo termine, e che ricoprire i tetti del pollaio o della casetta del cane è già sufficiente per sentirci green, senza rischiare di rovinare il tetto dell’intera casa (se non progettato per giardino pensile).

Mi viene anche un po’ di tristezza quando vedo in tv le coltivazioni  fatte sui grattacieli.  Pensate a quanto materiale di isolamento stendono su quei tetti: dura poco e andrà ad inquinare appena scaduto. (Una volta portato in discarica possiamo anche dimenticarlo, ma non è finita lì). Inoltre, quanto terriccio  porteranno lassù? Per coltivare verdure in un substrato di 15 centimetri appoggiato su argilla espansa, (così era il progetto mostrato in quell’occasione), occorrerà pompare acqua e concime continuamente.  Quanta energia si sprecherà per il trasporto di materiale, che è terriccio universale non TERRA, (c’ è una bella differenza), e per pompare acqua? Tutto questo intanto che, su terreni meravigliosi, si stendono chilometri di pannelli solari, che dovrebbero stare sui tetti, o in luoghi disagiati per l’agricoltura, e si demotivano i giovani a restare o tornare in campagna! C’è davvero bisogno di coltivare sui tetti?

Mi è toccato pure di vedere in una trasmissione sull’agricoltura ( ohibò), la coltivazione di un mini orto in vaso. Si seminava su substrato di terriccio universale e….pannolone per bambini! Non conosco i tempi di smaltimento del pannolone, però so che ci sono comuni che premiano le mamme virtuose che usano quelli di cotone lavabile, per cui…qualche dubbio sulla salubrità è legittimo.

I Sempervivum tectorum appartengono alla famiglia CRASSULACEE. Esistono molte varietà naturali di sempervivum, che sono autoctone  su Pirenei, Alpi,   Appennini e nel nord dei Balcani. Dedicherò un ulteriore articolo alle tante varietà ibride che meritano attenzione, per la loro bellezza e per la loro caparbietà nelle condizioni più disagiate.

I fiori sono estivi,  rosa opaco, sbocciano a mazzolini su un unico stelo, alto da 20 a 40 centimetri. Di solito hanno 13 petali appuntiti,  il frutto è un follicolo. La pianta è monocarpica per cui, dopo la fioritura, muore. Naturalmente le rosette che fioriscono, e quindi muoiono, sono sempre le più vecchie, una piccola percentuale sul tutto.  Vengono trasformate in humus all’interno della grande colonia,  in pochissimo tempo spariranno, coperte da nuova vegetazione.

L’unica manutenzione annuale, necessaria solo se siete molto precisi, è l’asportazione degli scapi fiorali secchi. Cosa che farà il vento per voi, se avrete pazienza di aspettarlo. In questo modo verranno portati “in giro”, nei vortici d’aria, anche i semi, insieme alla vecchia vegetazione. Andranno a colonizzare altrove dimostrando che anche le piante “camminano”.

Non è un fiore vistosissimo se lo si guarda “a terra”, cioè dall’alto al basso. Ha un che di magico se lo si guarda sui tetti, da sotto in su. C’è un che di miracoloso in quelle sagome che si stagliano contro il cielo, ancorate e nutrite solo dalla polvere che si ferma tra i coppi. Così gioiose e grate da riuscire perfino a fiorire…dal nulla.

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Sedum spectabile pianta medicinale dei vecchi giardini

Sedum spectabile è quella pianta grassa che trovate nell’angolo più trascurato dei vecchi giardini.

L’autunno è il trionfo dei Sedum spectabile (e non solo, sono tantissimi gli ibridi interessanti di sedum), se è asciutto danno il meglio, se nebbioso, i fiori presenteranno sicuramente qualche muffetta, ma saranno belli comunque.

Oggi parliamo dello “spectabile” perché è il più diffuso, quello ormai autoctono di diritto.

Altezza dai 30 ai 50 centimetri, a seconda della composizione del suolo e della concimazione che gli daremo, foglie ovato-spatolate verde pallido riunite in gruppi di 2-3 ogni nodo, fiori rosa con sfumature malva, riuniti in corimbi larghi fino a 10 centimetri. Fioritura autunnale.

Mi meraviglia sempre  scoprire che anche le piante dei giardini “poveri”, di campagna, quelli costruiti con  scambi e mai acquistando, arrivino da così lontano. Nello specifico, lo spectabile arriva dalla Cina (in tempi non sospetti), nelle vecchie case dell’Appennino parmense.  Nessuno della mia famiglia ricordava come fosse arrivato lì.

A casa mia se ne era persa (o forse non c’era mai stata) l’informazione circa l’uso medicinale, però l’uso  si poteva indovinare perché cinquanta anni fa, in campagna, erano pochissime le piante coltivate solo a scopo decorativo. Le foglie di Sedum spectabile , private della pagina sottile superiore, servono per disinfettare le punture di insetto. Evitano il formarsi di “ponfi” dopo un prelievo di zanzara, e non è poco in pianura padana.

Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d'insetto
Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d’insetto

Un vecchio muratore la riconobbe come ” la pianta del fridi” cioè pianta delle ferite, mi raccontò che in cantiere ne tritavano una manciata, la mettevano sulle escoriazioni, fasciavano il tutto  e continuavano  a lavorare.

I sedum sono la pianta jolly per l’angolo del giardino dove “non cresce niente”, dove non arriva l’irrigazione, o quello non ancora sgombrato dai rottami del muratore. Dedichiamo all’angolo-rottami un pensiero gentile e ne avremo grandi soddisfazioni. Se lo sgombero  non si può fare nell’immediato, non arrabbiamoci troppo,  sfidiamo la sorte avversa e decoriamolo!

Quel cumulo di materiale inerte è ben drenato, come una montagna di lava, per cui le piante grasse ci staranno benissimo. Scaviamo qualche buchetta e mettiamo terra oppure riempiamo quelle già esistenti oppure…affidiamoci alla povere portata dal vento e piantiamo direttamente i nostri sedum in quei piccoli anfratti che imitano egregiamente le crepe delle rocce.

Il risultato sarà sorprendente. Sono tante le varietà di Sedum resistenti al gelo, diverse per portamento, dimensione e colore. Scegliendo con cura si potrà ricoprire completamente la superficie da nascondere e creare un bel movimento di farfalle api e bombi. Questi ultimi amano questa fioritura in modo particolare. Se invece avete poco tempo per la ricerca di sedum “strani” o preferite fare altro, basterà un Sedum spectabile di partenza: taleando i rami in piena estate  e dividendo i cespi in primavera, ne avrete tantissimi esemplari in fretta. E’ piuttosto semplice anche la riproduzione da seme ma i semi non sono facilissimi da reperire.

Una caratteristica molto piacevole dei sedum rustici è l’accenno di vegetazione che si trova alla base dei vecchi rami, ancor prima che secchino. Sembra una garanzia per la prossima primavera.

Sedum spectabile, vegetazione autunnale
Sedum spectabile, vegetazione autunnale

 

Un bellissimo accostamento può essere fatto con Sedum sieboldii, però credo che potrebbe poi diventare un problema rimuovere il mucchio  di calcinacci perché…troppo bello!

Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Il sedum spectabile ha bisogno di una sola manutenzione annuale, nel tardo autunno avrà bisogno di essere “pulito” dai rami secchi e dalla foglie marcescenti che saranno sul terreno intorno alla base. Non è un’operazione indispensabile per la vita della pianta, però le darà un aspetto ordinato e pulito.

Se avete una buona manualità potete utilizzare gli apici fiorali per ghirlande e centrotavola invernali. Per questo scopo, è meglio raccogliere i fiori ancora belli colorati e farli seccare in luogo asciutto e arieggiato. Seccando sulla pianta possono diventare opachi per la nebbia della stagione.

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salsa chutney di pomodori rossi e zenzero

Salsa chutney di pomodori rossi e zenzero. Autunno: Conserviamo gli ultimi pomodori che, da un giorno all’altro, virano al nero per il freddo notturno e l’umidità.

Il “non si butta via niente” è una  regola ereditata, credo proprio che me la potrebbero leggere nel DNA fra le caratteristiche genetiche.
Penso che il ricordo della fame sia  stampato nella memoria atavica di noi contadini; nonostante gli scaffali dei negozi siano pieni, inconsapevolmente, ci spaventa l’annata siccitosa, la grandine, la gelata tardiva o anticipata.
Il “non si butta”, “non consumare” e “mangia tutto col pane” è una parte indelebile di quello che sono. A questa educazione ha seguito un periodo di grandi sprechi ma poi, finita l’adolescenza (che quando viene viene, non correlata all’età) si comincia a comportarsi anche un po’ come siamo stati programmati.

Ultimi pomodori, autunno, caminetto che crepita,  la nostra legna è acacia, quella che scoppietta  facendo la  colonna sonora all’inverno. Viene voglia di preparare qualcosa di buono che  ricordi l’estate.  Per conservare gli ultimi pomodori rossi ho scelto questa ottima salsa chutney che  fino a un mese fa non sapevo esistesse. Non sono una fanatica del “nuovo” ma mi sento bene ogni volta che imparo qualcosa. Ho provato la ricetta qualche giorno fa, una piccola quantità di cui ho proposto l’assaggio a mio marito, alle mie figlie e agli amici: le mie cavie. Converrà loro essere sempre sinceri. Hanno apprezzato molto e saranno omaggiati di altri vasi… se hanno mentito non lo faranno più.

Pronti i semi di finocchio asciugati bene e piegati nel cartoccio. Tempo di raccolto anche per lo zenzero Zingiber officinalis, gli servono 20° di calore, non conviene ricoverare tanti vasi, meglio grattugiarlo e metterlo in pentola. A primavera avevamo visto come coltivarlo: ora aprirà le vie respiratorie con gusto, insieme a formaggio, carne o meglio seitan e tofu.

Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Tanti anni fa custodivo le mie ricette con gran gelosia,  ero in competizione con tutte le donne del mondo, maturando ho capito che una ricetta regalata è un dono che ci porterà a casa di tanta gente che non conosciamo, condivideremo sapori e profumi come se fossimo lì. Ho capito anche che la competizione è un stupido spreco di energie.
Ricordo di aver dato la ricetta della mia squisita torta di cioccolato a una parente, insistette per averla, al punto che gliela scrissi… omettendo un ingrediente! Forse, finite di scrivere queste righe la chiamerò e, a distanza di trent’ anni, le dirò cosa manca.

Ecco la ricetta completa 😉 della salsa chutney, ve la regalo con un  passaparola affettuoso, augurandovi un buon inverno di cibo preparato e mangiato con amore.

2 kg di pomodori rossi, 20 spicchi d’aglio, 80 gr di uva sultanina, 2 peperoncini rossi, 2 cucchiai di radice di zenzero grattugiata, la scorza e il succo di un limone, 1/2 cucchiaino di semi di finocchio, 1/2 cucchiaino di semi di cumino, 370 gr di zucchero, 400 ml di aceto di vino bianco, un cucchiaio di sale.

Scottate i pomodori in acqua bollente e pelateli, passateli nel tritatutto, aggiungete l’aceto, lo zucchero, l’uvetta e il sale. Mettete il tutto in una pentola col fondo alto, oppure mettete una piastra di ghisa sotto la pentola. Vi aiuterà a non “attaccare” il composto al tegame durante la cottura.
Pestate nel mortaio tutti gli altri ingredienti fino ad ottenere una pasta profumatissima, aggiungetela ai pomodori e fate bollire adagio. Non c’è un tempo standard, dipende da quanto sono acquosi i pomodori.
E’ una salsa, la consistenza deve essere quella giusta da spalmare su un buon pane casereccio.
Riempite vasetti ermetici, tappateli subito e capovolgeteli fino a completo raffreddamento. Una bella etichetta, se avete buona manualità, magari decorata a mano, rifinirà il lavoro e farà un figurone in dispensa e in tavola.

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Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?

Frumento ancora verde ma spighe già gonfie. Giugno, per noi romantici campagnoli,  il tempo che precede le “messi dorate”.

 

 

Mi ci sono voluti quarant’anni per accettare, tra le spighe del FRUMENTO, l’assenza di papaveri e fiordalisi, ora
ci sono da accettare le carreggiate dei trattori che dividono in settori le “piane” del grano.

carreggiate nel frumento, indicano lo spargimento di sostanze "aliene" sul nostro pane.
carreggiate nel grano, indicano lo spargimento di sostanze “aliene” sul nostro pane.

Prima si vedevano solo alla bassa, nelle pianure immense del cremonese e del mantovano, posti da sogno per noi di collina che abbiamo appezzamenti minuscoli, da noi lavorare significa avere trattori sempre in manovra per via dell’irregolarità del terreno e dei poderi piccini.
Alla bassa è raro vedere persone nei campi, eppure non c’è un filo d’erba fuori posto, non un’infestante e chilometri su chilometri di mais di un verde quasi nero. Passando in auto si notano e si apprezzano l’ordine e la pulizia, non la mancanza di uccelli, di erbacce, di “natura”.

Brutta stagione, ecco le due parole che autorizzano anzi, pare costringano, i nostri contadini a spargere anticrittogamici e antiparassitari.
Già il chicco  da seme viene trattato per la difesa da attacchi fungini, la concia lo protegge sia “nel sacco”, che nel primo periodo di crescita, non si chiama chicco, si chiama Cariosside, un nome meno affettuoso che lo allontana dall’idea di cibo.
Va toccato con i guanti, quindi cibo da maneggiare con cautela.
Appena seminato occorre diserbare perché le erbacce sottraggono nutrimento al grano. Occorre distruggere alopecuro, loietto e papavero per cui il Glifosate si poteva utilizzare in pre emergenza entro 72 ore dalla semina. Ora non ho capito cosa succederà ma anche per i prodotti peggiori di solito lasciano finire le scorte per cui per almeno un paio d’anni bisogna mangiarseli a tutti i costi, il nostro fegato dovrà tenerseli…in deroga.
Sembra che ora con gli erbicidi non basti più fare un trattamento,  occorre anche un trattamento post emergenza a fine inverno.
Nel periodo della fioritura occorre anche “dare qualcosina” per l’allegazione (sempre per via del brutto tempo, anche eventuale…), ci sono prodotti definiti “antistressanti nei confronti delle avversità meteoriche”.
Occorre poi intervenire con trattamenti anti-fusarium perché aprile ogni dì un barile rovina il raccolto.
Appena “legati” i fiori hanno sicuramente bisogno di un aiuto per non essere “nebbiati”, semmai la cattiva stagione durasse tutto l’anno.
Occorre poi proteggere i chicchi dentro le guaine perché se c’è rischio di gradine gli insetti potrebbero mangiarli approfittando delle guaine scalfite.
Con questi step di veleni si protegge il grano che noi dovremo mangiare.

Non mi ero mai chiesta quanti trattamenti subisse il grano fino a che ho visto le carreggiate tra gli steli alti. Ricordo le sgridate quando pestavo le spighe andando a cercare fiordalisi e non ti scordar di me, ed ero così piccola che le spighe sovrastavano la mia testa. Vedere quelle carreggiate mi ha dato un’idea di consumo, di sacralità devastata. Erano parallele, a distanze precise, grandi come le barre irroratrici, poco creative, non potevano avere a che fare con gli stessi extraterrestri che fanno cerchi nel grano.
Ho letto che all’interno dei cerchi il grano è “modificato”. Anche quello che mangiamo ogni giorno lo è. Dopo gli anni sessanta i grani coltivati sono varietà moderne. Frumento che rimane basso e produce di più. L’allettamento con relativa difficoltà di raccolta e conservazione è un grosso handicap delle vecchie varietà. Poco importa che il glutine delle nuove varietà sia così estraneo al nostro sistema digestivo da portare alla celiachia. Questa nuova intolleranza porta un giro d’affari favoloso, quindi ricchezza per chi sa approfittarne.

Le vecchie varietà di grano allettano facilmente, producono poco e non sono convenienti.
Detto così potrei immaginare il contadino opulento, arricchito e scaltro, che produce prodotti pessimi per arricchirsi. Forse è meglio fargli due conti in tasca a costui.
Nella nostra azienda seminiamo grano Bologna e Blasco, ottimo grano per la panificazione, definiti moderni perché posteriori al “senatore cappelli” che ha segnato il punto di non ritorno del grano salubre negli anni 60.
I conti li stiamo facendo nelle nostre tasche e siamo certi di non sbagliare.
Il grano Bologna e il Blasco (definito speciale sulla bolla di ricevimento del consorzio perché era proprio bello) dell’anno 2015 ci è stato pagato 146 euro a tonnellata, (tra le mutazioni in corso… sapevate che il quintale non si usa più come unità di misura?)
due conti?
eccoli:
spese di aratura, e preparazione del terreno,
abbiamo seminato i nostri semi dell’anno precedente, operazione non molto gradita dalle case sementiere ma legale dal 2010.
Prima occorreva la fattura d’acquisto per poterlo consegnare al compratore.
grano 2014 pezzo 18 euro ql. Comprando i semi il costo è 40 euro al quintale.
costo di gasolio, manutenzione trattori escludendo l’ammortamento perché sono vecchi.
costo trebbiatura e trasporto al compratore.
Non ho messo le spese di anticrittogamici e antiparassitari perché non li usiamo. I nostri chicchi dell’anno precedente non vengono avvelenati eppure la produzione è buona e ad oggi, dopo mezzo secolo di coltivazione non abbiamo mai perso un raccolto.
Però abbiamo perso il guadagno per colpa di politiche scellerate,  è come se grandinasse ogni anno.
Con i 14,60 euro al quintale si coprono tutte le spese e niente altro.

Se vedete ancora grano nei campi è perché dobbiamo coltivare a rotazione per mantenere la terra fertile e perché riceviamo le sovvenzioni dalla comunità europea. La famigerata PAC che distribuisce a pioggia aiuti agli agricoltori, sia a noi che al principe Carlo d’Inghilterra e a Benetton, forse a loro un po’ di più perché pare abbiano qualche ettaro di terreno in più.
Noi riceviamo l’elemosina perché coltiviamo frumento, stiamo sulle spalle dell’europa perché non siamo autosufficienti eppure vi assicuro che lavoriamo tanto e sappiamo fare il nostro lavoro. Conviene di più far arrivare grano dall’Ucraina e dal Canada che dalle nostre campagne, perché?
Forse le loro coltivazioni intensive costano meno? Forse loro non sono massacrati dalle tasse? Forse smaltiscono da noi prodotti problematici? Perché non si tiene conto del peso ecologico che ha il trasporto di queste merci?
Mi sento davvero poco opulenta e molto schifata.

Ho trovato qui  notizie importanti circa le manipolazioni   che troviamo nei nostri orti e sulle nostre tavole. Pur non condividendo il pensiero del giornalista circa gli OGM ho gradito l’informazione e mi sono fatta le stesse domande.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/

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Tomatillo Physalis philadelphica:il pomodoro che si raccoglie confezionato

Tomatillo: Physalis piladelphica, solanacea messicana che per bellezza e sapore non può mancare nella nostra cucina. Confesso: ho comprato questa pianta tanti anni fa solo perché il cartello diceva TOMATILLO, IL POMODORO MESSICANO.

Era un gambettino piccolo piccolo che non avrei notato ma ormai i miei fornitori quando mi vedono arrivare espongono il cartello MESSICO! e io…abbocco con piacere.
IL primo esperimento non riuscì perché non sapevo che la pianta è autosterile e ne comprai una sola. Imparando da questa esperienza semino sempre due piante nello stesso vaso così il raccolto è assicurato.
Non è facilissimo trovare i semi ma una volta acquistata la pianta, anzi due, basterà conservare un pomodorino intero per tutto l’inverno per avere semi freschi a primavera. Naturalmente le istruzioni più raffinate sarebbero: aprire un pomodoro, estrarre i semi, lavarli e conservarli in luogo asciutto. Io però ricordo la cantina della casa di famiglia con uno zucchino, un pomodoro, una zucca, che in fila svernavano al buio conservando i semi per la primavera.
Il rischio non era la botrite o qualche altro marciume, al massimo poteva succedere che qualche topo avesse voglia di verdura.
La famiglia del tomatillo è la stessa dell’alchechegi, e molto simile la “confezione”. Invece di esporre la pelle al sole vive protetto da un sottile involucro verde giallastro, mi sembra che lasciandolo chiuso si conservi benissimo. Quest’anno pensavo di avere perso i semi, cosa per me gravissima per la difficoltà di reperimento ma soprattutto perché vorrei essere in grado di conservare il necessario per le generazioni future, come ho visto fare da mia madre.
In fondo a una scatola, in mezzo alla confusione creativa del mio ripostiglio ho trovato un frutto di un anno e mezzo fa; ho seminato senza convinzione e, come sempre, la voglia di vivere mi ha stupito!


Occorre un vaso grande, anche se azteco è pur sempre un pomodoro, potendo dargli un posto in piena terra nell’orto, vi stupirà con una produzione abbondantissima. Belli i fiori, è un physalis, insoliti i frutti e altrettanto insolite le ricette che potrete preparare.
Con un po’ di nostalgia del Messico vi suggerisco alcune ricette che sono apprezzatissime, semplici, infuocate e rinfrescanti come tutte le cose magnificate dal ricordo.
Il tomatillo con la sua base acida si sposa benissimo con le pietanze grasse, quindi con la carne? Non lo so, io lo faccio sposare a soia, tofu, farinate varie e a quel che c’è, ottimo anche col fritto.
La più semplice:
Tomatillo tritato fine, jalapenos onnipresenti (sulla n di jalapenos ci va la tilde ma non sono riuscita a trovarla sulla tastiera), lime e senape, mescolate il tutto e lasciate riposare qualche ora in frigorifero.

Questa invece è cotta, tomatillo tritato, poca salvia, prezzemolo, coriandolo, un cucchiaio di tequila. Buona servita calda e fredda.

Ve ne suggerisco una molto “azteca”, osatela, è indimenticabile: cioccolato fondente, arancia succo e buccia (solo la parte colorata macinata fine), tomatillo tritato fine, peperoncino macinato con la piccantezza che desiderate. Cottura al forno, come una torta. Mangiandola il cioccolato fondente si appiccica al palato e si capisce come mai Montezuma ne mangiasse a chili, fino a procurarsi quella che è rimasta nella storia come la …maledizione di Montezuma, appunto.

Ultima ricetta da assaporare in compagnia: tomatillos tritati fini, pomodori ciliegini tritati allo stesso modo, aglio,cipolla dolce, zucchero, peperoncino dolce, peperoncino piccante o piccantissimo a vostro gusto, sale, tutto a crudo. Da servire nelle classica ciotola bassa in cui intingere i totopos (triangolini di mais tostati o tortillas tagliate a spicchi tostate).
Si mangia con gli amici più cari perché intingere nella ciotola comune, a livello igienico, richiede come minimo grande simpatia 🙂

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Le piante di tomatillo da noi sono disponibili da fine aprile.

Cetriolino messicano, Melothria Scabra, per stupire

Cetriolino messicano, forma e aspetto dell’anguria ma in formato mignon. Buono in insalata e con i salatini

 

Tutto quello che arriva sulle nostre tavole è frutto di selezioni e studi dell’umanità che ci ha preceduto. I semi hanno accompagnato l’uomo nelle sue migrazioni, chi partiva, schiavo o conquistatore, portava semi per curarsi e per mangiare. Sono loro che pesano poco, durano nel tempo e ci garantiscono la sopravvivenza ovunque la vita ci porti.
Possiamo considerare la presa dell’America un grande cambiamento “alimentare” per il vecchio mondo. In realtà, non occorre solcare l’oceano per traslocare piante. Anche le spose che andavano in mogli nei paesi vicini portavano un “getto” dei fiori della mamma e i semi dell’orto, insieme a una pallotta di lievito madre. Anche pochi chilometri ogni tanto sono sufficienti ai semi, per girare il mondo, la terra non ha tempi brevi come noi umani. Il trasloco delle produzioni è in atto da sempre. Dai miei nonni che avevano bergamini nuovi quasi ogni S.Martino, ricordo di avere visto gli orti più curiosi della mia vita oltre ai primi porcellini d’india che qualche famiglia ferrarese cucinava come conigli.
Passa il tempo e la provenienza dei bergamini, o vaccari come li chiamano da noi, cambia. Ora nell’orto di un indiano che lavora in una grande stalla ho visto un filare di Alocasia macrorrhizos, la credevo velenosa in tutte le sue parti e invece la radice rizomatosa è prodotto dell’orto, in India. Da quando il nostro Sing ci ha fatto assaggiare i “pindi pindi” come li chiamava lui, Abelmoschus esculentus, anch’io li coltivo.
Inutile chiedersi se sia più importante coltivare novità oppure conservare le varietà antiche. Siamo su questa terra, le piante si spostano da ben prima che arrivassimo noi, sono inarrestabili. Le varietà antiche sono quelle che ci hanno nutriti, il nostro corpo le riconosce e le tollera bene. Non c’è da scegliere, c’è da integrare come sempre. Un esempio splendido di fuga dalla coltivazione è la massa di loto visitabile in barca a Mantova. Non saprei dire quali piante della mia zona siano davvero autoctone. L’acacia di cui ricordo da sempre il profumo e il sapore è alloctona, con questo termine si indicano gli ospiti… che non se ne sono più andati e sono qui da oltre cento anni. Anche i filari di gelsi sembrano parte del paesaggio a cui non dare un’età e invece furono introdotti dopo i viaggi di Marco Polo, per poter alimentare i bachi da seta.
Ho scoperto da pochi anni il “cetriolino messicano”. Tutto quello che ricorda vagamente il Messico mi conquista: confesso di averlo comprato solo per il nome, in quel momento non aveva frutti per cui era solo un’erbetta arrampicata su una triste rete di plastica.
E’ una cucurbitacea, ha sapore di cetriolo e limone e fascino da vendere. E’ un’anguria delle dimensione di una caramella!
Si semina a inizio primavera, ha bisogno di calore, necessita di un tutore su cui fissare i pampini, trovo che legnetti o salici aggiungano bellezza alla pianta. Si può coltivare sul terrazzo, è annuale per cui occorre conservare un frutto ben maturo per avere i semi l’anno successivo. Si può conservare il frutto intero per tutto l’inverno oppure, operazione più sicura riguardo agli attacchi fungini, estrarre i semi, lavarli bene per ripulirli dalla polpa, farli asciugare e conservarli in una busta di carta.
Per un raccolto abbondante miscela lupini macinati al terriccio, una miscela di sabbia e terra da orto va bene, oppure terriccio ben drenante. Se usi terriccio universale sceglilo per biologico altrimenti rovinerà la salubrità della coltivazione.


Il cetriolino messicano è buono in insalata, carino negli spiedini freschi di verdura e formaggio, spiritoso nel piatto insieme ai salatini. Si sposa bene condito con olive e peperone.
In Messico e Spagna si trova sott’aceto. Semplice da preparare:
Raccogli i frutti quando sono grandi come un acino di uva da tavola, lavali, asciugali e dividili a metà (dal lato lungo), mettili in un vaso a chiusura ermetica, aggiungi aneto, peperoncino, pepe rosa, sale grosso e spezie di tuo gusto.
Lascia macerare almeno una settimana. BUONA COLTIVAZIONE E BUON APPETITO!

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Le piante di cetriolino messicano sono in vendita da maggio,  direttamente presso la  nostra azienda agricola oppure possiamo spedirle (ordine minimo 30 euro, spese postali escluse).
Per informazioni e acquisti :   castellarocactus@libero.it      cell 347 4121367