Stapelia gigantea: fioritura gigante tra le asclepiadacee

Stapelia gigantea, il fiore misura da 29 a 39 centimetri di diametro da punta a punta.

In quanto persona “media” detesto elogiare il fiore più grande, il più piccolo, il più vecchio, il più caro… il più o il meno, in generale. Evviva la normalità, il regolare e il non appariscente, però di lei che dire?

 

Stapelia gigantea le misure!
Stapelia gigantea le misure!

 

E’ il gigante della famiglia asclepiadacee, quella che fa innamorare anche i più restii all’osservazione attenta. Il fiore certo non passa inosservato e nemmeno i boccioli che sono grossi come uova d’oca. Fioritura a tardo autunno, che dura circa un mese. Quanto siamo distratti dai lavori di ricovero delle piante, eccola là, si sporge dalla mensola, oltre la vasca di coltivazione e si apre all’ultimo sole.

Stapelia gigantea fiori e boccioli
Stapelia gigantea fiori e boccioli

Puzza poco per la sua dimensione, ci sono asclepiadee di un centimetro di diametro che “si sentono” molto di più, ma i mosconi arrivano a frotte, significa che  puzza abbastanza per lo scopo. Sono loro a impollinarla, mai vista un’ape che amasse la puzza di carogna o una farfalla coraggiosa. Solo mosconi da carne. Quelli verdastri che fanno anche un po’ schifo nella loro cangiante bellezza. Schifo per il ruolo, mica per altro.

Stapelia gigantea è un’asclepiadacea sudafricana. Il corpo della pianta è alto un massimo di 20 centimetri, a sezione quadrangolare, portamento eretto e crescita strisciante, abbastanza insignificante quando priva di fiori.

Ama terriccio ben drenante, posizione a mezz’ombra e non disdegna qualche concimazione. Poco azoto come per tutte le grasse. Se presi da smanie di rapida crescita esageriamo con l’azoto, lei non fiorirà, produrrà solo nuovi corpi. Ho provato a coltivarla al sole e all’ombra, per sperimentare quale esposizione producesse le fioriture migliori. In pieno sole diventa rosso scuro e si ustiona, all’ombra non riesce a fiorire. Il sole del mattino mi sembra la soluzione migliore.

Come si riproduce?

dopo la fioritura si formano grossi baccelli pieni di semi piumati (come quelli del tarassaco, i cosiddetti soffioni). Occorre tenerli d’occhio perché all’apertura il vento li disperderà in pochi minuti. Si fanno trasportare attaccati al loro ombrellino volante per conquistare altre terre, decine di Mary Poppins all’avventura. Noi seminiamo a marzo-aprile, quando le giornate si allungano ma anche durante l’estate. Crescono in fretta e fioriscono già il secondo anno. Per accelerare i tempi si possono riprodurre per talea, da marzo a settembre.

In serra abbiamo due piante madri, provenienti da due vivai diversi. Sono simili ma non uguali. Come si vede dalle foto, l’ultima, quella col bellissimo micio arancione, è diversa. le punte dei petali sono leggermente più scure, e più scuri i disegni sul fiore.

Che cosa temono? solo tre cose

  • il gelo
  • la botrite
  • la cocciniglia

Da noi passano l’inverno a 6° senza problemi. Occorre controllarle spesso e, in caso di cocciniglia, pulirle bene con un pennello o fare trattamenti adatti. (Sapone di marsiglia diluito in acqua, macerato d’aglio oppure insetticidi chimici).  La botrite si previene utilizzando terriccio drenante, annaffiature adeguate e soprattutto coltivandole in luoghi ben arieggiati.

Stapelia gigantea un bel ricordo. L'attimo prima di saltare in brac
Stapelia gigantea e un bel ricordo. L’attimo prima di saltare in braccio!!!

abbiamo in vendita in serra e online piante figlie di quelle fotografate. Meglio su ordinazione.

Orostachys boehmeri: indistruttibile, ingeliva, xerophyta

Orostachys boehmeri vive bene con poca acqua, non teme le gelate e cresce in modo esponenziale.

Le piante ideali sono quelle che non ci assillano col bisogno di cure,  che non collassano se decidiamo di non annaffiare per qualche giorno, anche in piena calura. La bellezza e la tranquillità in giardino dovrebbero andare di pari passo. Dopo questa estate torrida e siccitosa, penso sia tempo di regolare le nostre scelte, in base al clima, più che al sentimento momentaneo.

In primavera, quando tutto è verde e fresco, riempire le vasche di piante delicatine, ma con fioriture eclatanti, sembra la scelta migliore. Quando picchia il sole feroce, ci si accorge della leggerezza, ma è tardi e non ci resta che annaffiare a spron battuto con risultati deludenti, incavolati e affaticati per un’altra estate…

bene, Orostachys boehmeri non vi deluderà. Fogliame cicciotto grigio lucente, crescita esponenziale e portamento a rosellina che fa di ogni corpo un “fiore” dove le foglie si dispongono come petali con gran gioia per gli occhi.

Orostachys boemeri
Orostachys boemeri

le Orostachys sono crassulacee asiatiche, difficile trovare informazioni su di loro. Sono di facile coltivazione sia al sole che in ombra. Terreno ben drenato, ricco di materiale inerte. Resistono anche a -10° se asciutte.

Unico punto debole:

  • Piacciono moltissimo alle cocciniglie per cui occorre prestare attenzione. Le foglie appiccicose sono il primo sintomo,  se l’infestazione non viene controllata le piante deperiscono rapidamente.
Orostachys boehmeri attaccato dalla cocciniglia
Orostachys boehmeri attaccato dalla cocciniglia

In autunno vi delizierà con le sue pannocchie di fiori che durano anche un mese. Le rosette che vanno a fiore moriranno ma, nel gran cuscino che la pianta forma durante l’estate, non noterete l’assenza. Non ho mai visto  semi, forse per distrazione, o forse sono piccolissimi? Si moltiplica benissimo e rapidamente per talea dalla primavera ad autunno inoltrato.

Orostachys boehmeri fioritura
Orostachys boehmeri fioritura

come far risaltare le loro caratteristiche in vaso?

Deliziose le composizioni in ciotole basse con sassi abbastanza grossi da rimanere ben sopra il livello del terreno, come per simulare altipiani. Gli stoloni che portano le nuove piante si appoggiano e “scavalcano” le pietre per arrivare al terreno dove poter mettere radici. Altezza totale della pianta pochi centimetri, con la pannocchia da fiore arriverà a venti. Larghezza…tanto quanto il contenitore e poi cercherà di uscirne per radicare intorno.

 

Vendiamo queste piante in serra oppure online:

  • az. agr. flor. Castellaro  a Bannone di Traversetolo 43029 PR
  • castellarocactus@libero.it

 

 

Ceropegia ampliata: la pianta delle lanterne

Ceropegia ampliata, asclepiadacea sudafricana dai curiosi fiori a forma di lanterna o forse di…si insomma, sono un po’ fallici.

Ceropegia ampliata rimane nascosta fra i vasi appesi per tutto l’anno. Senza foglie o, al massimo, con fogliette che sembrano piccole squame, solo sulla nuova crescita, che cadono presto. Diciamo che non possiede caratteristiche che saltino all’occhio, non spine, non colori, niente che catturi lo sguardo. Vive seminascosta crescendo anche qualche metro in una stagione. Scende e cerca di avvilupparsi come se avesse paura del vento. Poi, quando il caldo di agosto è finito…

Ceropegia ampliata
Ceropegia ampliata

Sorpresa!!!

eccole là, le esili liane coperte di fiori, scendono salgono, si intrecciano e si rendono visibili solo quando sono piene di “palloncini” in varie tonalità di verdi pallidi. Quando arriva sul terreno mette radici e striscia rapidissima. Mi da l’impressione di essere proprio strisciante, ricadente solo per necessità, visto che io la coltivo appesa.

I lampioncini fioriscono a decine, leggerissimi. Hanno base rotonda e proseguono a tubo. Hanno 5 lobi saldati all’apice. Non ho ancora capito chi li impollina ma hanno parecchi frutti.

Ceropegia ampliata fiori in boccio
Ceropegia ampliata fiori in boccio

Ceropegia ampliata si riproduce  bene per talea, ma ancora meglio da semina. In questo modo si possono tenere molte piante in un piccolo semenzaio per poi metterle a dimora in primavera. Il problema spazio c’è sempre, dalla foto si vede quanto stiamo stretti.

Siccome mi dimentico di loro, dove sotto i vasi ci sono i bancali con la terra, loro crescono, si appoggiano, radicano e camminano ovunque.

Ceropegia ampliata strisciante
Ceropegia ampliata strisciante

Le coltiviamo all’ombra, in terriccio da succulente:

http://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

concimiamo col pensiero ogni mese, nella realtà invece riusciamo a farlo solo un paio di volte, a primavera.

Abbiamo figlie della pianta citata in questo articolo e moltissime altre, disponibili per la vendita, in serra e online tutto l’anno.

 

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Pedilanthus macrocarpus: candelilla, sapado del diablo

Pedilanthus macrocarpus è una bellissima euphorbiacea proveniente dallo stato di Sonora e dalla Baja California

Pedilanthus macrocarpus detto anche candelilla e sapado del diablo ispira curiosità anche per questi nomignoli così…opposti. Come si è meritato questi nomi popolari? Candelilla sicuramente perchè il lattice che contiene può ardere per ore, l’aspetto e il colore dei fusti sono quelli di una candela…viene da sé. Sapado del diablo invece? La forma del fiore è quella di una scarpa, col tacco e tutto! Visto che la pianta contiene lattice irritante e che in Messico il diablo c’entra sempre…

Pedilanthus macrocarpus scarpe o pappagallini?
Pedilanthus macrocarpus scarpe o pappagallini?

Questa pianta è la rappresentazione visiva dell’unione fa la forza. Uno stelo solo non si regge in piedi, ma l’insieme forma un cespuglio eretto che, proprio per il suo modo di stare insieme sorreggendosi, è bellissimo. Se poi trova una griglia di sostegno si sbizzarrisce in numeri da circo che è una gioia guardare. Trovo sorprendenti anche i fiori che hanno si la forma di una scarpa, ma… siamo o no pieni di fantasia? Per me sembrano pappagallini appoggiati sulle cime. Quando poi arrivano i frutti è un ulteriore stupore, forme marziane contenenti tre grossi semi ciondolano da un lungo picciolo!

Pedilanthus macrocarpus l'unione...
Pedilanthus macrocarpus l’unione…

Seminare per conoscenza

Pedilanthus macrocarpus si riproduce rapidamente per talea, per divisione dei cespi, per porzione di fusto, però non è completa la conoscenza se non lo si vede appena nato. Per questo motivo l’ho seminato e vedremo com’è… dall’inizio. Forse era meglio seminare a primavera? Le mie piante sanno che io arrivo, magari non proprio in orario ma lo sanno e mi aspettano.

Coltivo da tanti anni candelilla nel bancale della collezione, un vascone poco profondo ma largo e lungo. Credo che le sue radici abbiano invaso ogni spazio, ma c’è una sinergia intorno a lui che commuove. C’è spazio per tutti, di tutti i colori e di tutte le famiglie del mondo. Ci si stringe e si diventa intrecci, chi ama il sole va verso il sole e si espone, chi ama l’ombra si nasconde; con tante piante di dimensioni diverse ci sono molti lato sud e lato nord, a distanza di pochi centimetri.

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Kalanchoe gastonis-bonnieri, orecchie d’asino

Kalanchoe gastonis-bonnieri, pianta quasi sconosciuta in Italia.

Ecco una pianta che ho inseguito per anni, per niente facile da trovare se non in enormi quantità dalle Canarie (coltivata per uso decorativo, che di certo non mangerei). Ho addirittura ordinato semi online di Kalanchoe gastonis-bonnieri su e-bay e mi è arrivata una intera bufala dagli Stati Uniti, in una scatolina da fiammiferi: miracoli dell’informatica! Finalmente eccola qui, sono le piante che ci trovano, non il contrario.

L’avevo immaginata di dimensioni modeste, non pensavo che diventasse così grande. E’ pianta vigorosa, ma non semplice e rapida come le altre Kalanchoe che ho in collezione. Questa produce meno figli e loro, una volta interrati e accuditi come cuccioli, si prendono delle pause di meditazione lunghissime, prima di iniziare a vegetare. Forse sbaglio qualcosa? Di certo ama l’ombra e detesta il freddo, (la notte a zero gradi di questa primavera mi ha brinato un’intera cassettina di piccoli). Sembra gradire abbondanti annaffiature. Necessita vasi alti per poter distendere le “orecchie” che possono arrivare a 60 centimetri di lunghezza. Non ho ancora visto la fioritura. Dovrebbe essere giallorossa.

Kalanchoe gastonis-bonnieri
Kalanchoe gastonis-bonnieri

Un’altra pianta del miracolo?

Kalanchoe gastonis -bonnieri, è definita pianta del miracolo come molte altre. Forse perché abbiamo bisogno di molti miracoli! Fa venire voglia di essere studiosi, medici, erboristi. Noi, per questo giro di vita, ci limitiamo ad essere contadini e a coltivarla con attenzione. Occorrerebbe spendere molte parole per parlare della catalogazione delle piante. Per arrivare a queste piante madri abbiamo sfogliato libri, chiesto ad esperti e aspettato di avere certezze. Siamo CERTI che questa è una gastonis-bonnieri!!!  Tutte le fonti possono sempre essere messe in discussione e il tema piante grasse è sempre poco preciso. La nomenclatura è sempre in movimento e queste piante sembra che nessuno le abbia mai viste “dal vivo” però non ci sono Kalanchoe simili  e non ci si può sbagliare.

per chi volesse approfondire l’argomento ho scritto qui diverse cose sulle Kalanchoe:

http://millaboschi.com/399-2/

Guru cercasi

quanto mi piacerebbe conoscere un guru delle piante grasse!!! uno a cui chiedere qualsiasi cosa con la certezza che…LA SA. Il vero problema è che per trovarlo occorre essere aperti alla fiducia, proprio esserci predisposti di carattere. Io ad oggi mi fido e affido per le piante  solo a qualche libro e a un paio di persone.

Coltivo le Kalanchoe gastonis-bonnieri in terriccio da grasse, concimato con lupini o non concimato per niente. Sono soggette ad attacchi terribili di cocciniglia cotonosa che si debellano con macerati di aglio o di ortica. Se le coltivate come piante decorative e  siete certi che nessuno le mangerà potete combattere meglio le cocciniglie con un insetticida di sintesi. Stanno bene a mezz’ombra, rallentano la crescita e sembrano sofferenti in pieno sole. Se una foglia si rompe produrrà immediatamente nuove plantule sulle estremità, ma ho foglie sane di 60 cm che ancora non hanno nemmeno una plantula…mistero!!

non voglio parlare di guarigioni e di miracoli, perché ho capito che tanti ci marciano e che le malattie ci rendono fragili e poco obiettivi,  per questo allego  solo un link  di un grande contadino-rivoluzionario di cui mi fido. Si parla  di molte kalanchoe e dei loro usi.

https://joseppamies.wordpress.com/2017/04/18/3664/

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Orbea variegata, puzzolentissima asclepiadacea sudafricana


Orbea variegata, asclepiadacea sudafricana che proprio tutti conoscono

qui incontro una nuova difficoltà da blogger (ahha hha h hah  blogger a me?) che non avevo ancora affrontato: parolacce o non parolacce? ma poi: merda è una parolaccia?

Vediamo come evitare di scriverlo strada facendo. Orbea variegata, ex Stapelia variegata, è una pianta di quelle che passano inosservate, fusticini verdi che, anno dopo anno, si stringono nel vaso, in attesa di essere notate e rinvasate. “Fusticini verdi” non è nemmeno esatto, perché a seconda della locazione che ha, potrebbe virare dal verde al rosso paonazzo, lo stesso che hanno i biondi a Riccione il 15 agosto.

Orbea variegata, i fusti in ombra sono verdi e quelli più esposti sono…paonazzi
Orbea variegata, i fusti in ombra sono verdi e quelli più esposti sono…paonazzi

come farsi notare

Tutto l’anno se ne sta lì, buttata tra le altre piante, quasi sempre dietro le altre piante, per questo aspetto sciattino, niente spine, niente foglie, solo qualche protuberanza molle lungo i fusti… poi un giorno, tra luglio e agosto, passando vicini allo scaffale o al muretto delle piante grasse, ecco che penseremo: il gatto del vicino l’ha fatta di nuovo, oppure: chi è morto là sotto?

E’ lei, la regina delle puzzole, ossia l’erba merda, come la definì una maestrina, che mai e poi mai avrei sospettato conoscesse quella parola. Sporge il bocciolo dal bordo del vaso, in sordina che nemmeno te ne accorgi, poi apre i cinque petali tigrati e si appoggia aderente al vaso, come una decorazione di ceramica. Bella soda, con uno spessore di tutto rispetto, mica come certi petali molli che sventolano al minimo colpo d’aria…

Orbea variegata, si lancia fuori e aderisce al vaso.
Orbea variegata, si lancia fuori e aderisce al vaso.

tecniche di riproduzione a imbroglio

Sta lì, immobile anche nella bufera e sprigiona un odore irresistibile per i mosconi, che accorrono a frotte a deporre le loro uova, su un così perfetto…abbaglio! Furba lei! Se attirasse farfalle queste deporrebbero bruchi che la mangerebbero, invece le uova di moscone non posso danneggiarla, non è carne!!! Dopo qualche giorno dalla schiusa, loro muoiono di fame e lei, ben impollinata prepara il frutto.

non è un frutto di Orbea variegata, perché in questo momento non ne ho ma le asclepiadee hanno frutti molto simili
non è un frutto di Orbea variegata, perché in questo momento non ne ho ma le asclepiadee hanno frutti molto simili

naturalmente nemmeno i semi potevano essere semi qualsiasi, questi sono volanti, sono muniti di un gran ciuffo di peli che il vento porta lontano. Se desiderate seminarli occorre monitorare attentamente il baccello, o incappucciarlo con un tulle. Se si apre quando siete distratti è impossibile fermare il volo

Asclepiadacea semi, attaccati al loro aquilone di peli possono viaggiare su un alito di vento
Asclepiadacea semi: attaccati al loro aquilone di peli, possono viaggiare su un alito di vento

so che queste ultime foto sono molto grandi, ma sono così geniali questi escamotage che non possiamo perderceli per una foto troppo piccola!!

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Stapelia olivacea: l’importanza dei libri

Stapelia olivacea…fino a prova contraria! Le monografie sono indispensabili.

Compro ormai pochissime piante, per 3 motivi:

  1. con una piccola attività come la mia riesco a spuntare solo prezzi esosi… all’ingrosso e  non sono per niente competitiva, i produttori fanno prezzi buoni solo ai grandi venditori.
  2. per questione di spazio, la mia è una grande collezione in una piccola serra in cui riproduco le mia piante.
  3. perché mi sono imposta di tenere solo quello che posso curare bene. La terza sembra una considerazione scontata? Vi assicuro che non lo è. Per me, collezionista compulsiva “limitarmi” è difficilissimo.

…quindi acquisto solo cose straordinarie (per lo meno ai miei occhi). Ho migliaia di piante in coltivazione ma c’è sempre qualcosa per cui valga la pena di stringersi un po’ e ricavare un posticino. Di norma lascio i cartellini che sono sulle piante perché i coltivatori da cui mi rifornisco sono moooolto in gamba. Qualche volta però, il caso è eclatante!

Stapelia olivacea, ma anche no

ex Stapelia olivacea
ex Stapelia olivacea, anche se non ha il nome è proprio bella!!!!

questa Stapelia olivacea farlocca è un acquisto di due anni  fa, ora, alla luce di un nuovo libro monografia sulle asclepiadaceae risulta essere…altro. Il problema è che io ho riprodotto per un anno la suddetta pianta e l’ho venduta con questo nome, facendo in prima persona la figura …del cioccolatino, coi miei clienti! (chissà se cioccolatino nel senso di fessacchiotto si dice solo a Parma)

inoltre quando mi sono regalata la monografia sulle asclepiadee ho cercato di risparmiare…(tempi duri!!!) e ho comprato quella che costava solo una settantina di euro (scusate se è poco) per cui questa pianta non c’è. Santo cielo e pensare che con soli 130 euri (passatemi la i visto che l’euro singolare ha così poco potere d’acquisto) avrei potuto prendere il volume supertuttologo di questa famiglia di piante e avrei svelato l’arcano!!!

Purtroppo catalogare piante solo con internet è  impossibile, sfogliando pagine e pagine si trova tutto e il suo contrario per cui metto in conto di comprare l’altro libro, non posso convivere con la curiosità del chi è costei!!! Appena la trovo vi aggiorno sulla sua identità, se invece voi la conoscete già, spero vogliate condividere l’informazione 🙂

ipotesi:

Potrebbe essere una Stapelia schinzii var. angolensis ma non ne sono certa e per non prendere l’abitudine a fare il “cioccolatino” aspetto di avere un testo con una foto più chiara

per la cronaca, la vera Stapelia olivacea è questa

stapelia olivacea
stapelia olivacea

 

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Classificazione delle nostre piante grasse: è indispensabile?

Classificazione: come collezionista forse ho sviluppato un’idea contorta della sua importanza.

Sapere il nome della pianta, almeno a che famiglia appartiene ci aiuta a capire come curarla e a parlarne, o a trovarla nei cataloghi. Non sapere la classificazione esatta, fa della pianta una pianta di serie b?

Per me collezionista, per un lungo periodo è stato così.  Perché, secondo me, toglieva valore all’insieme di piante che avevo, perfettamente (?) cartellinate. Compravo comunque le piante che mi piacevano, ma cercavo di “inquadrarle” in un nome, senza rendermi conto che a volte è proprio impossibile.

 

vediamo di capire come si fa la classificazione di una pianta:

Nella classificazione, l’ideale sarebbe indicare:FAMIGLIA, GENERE, SPECIE, SOTTOSPECIE, VARIETA’, CULTIVAR, CLONE. Di solito si indicano solo Famiglia (con lettera maiuscola), specie, varietà.
La specie è la più piccola unità, cioè gruppo di piante, distinguibile da altri gruppi per dei caratteri trasmissibili per eredità, i cui individui sono tra loro fertili.
Le specie tra loro affini sono riunite in Generi, che a loro volta si raggruppano in
Famiglie.
Le specie si dividono poi in sottospecie, cioè gruppi di piante o di popolazioni che presentano caratteri distintivi propri, non nettamente separati da altri.
Le cultivar (CV) sono varietà coltivate non ottenute da seme ma da propagazione agamica (di solito con innesti, talee, ecc.). Moltissime piante ornamentali e da frutto sono cultivar.
Il clone è un intero gruppo di individui ottenuti agamicamente (talea, micropropoagazione, ecc.) da una sola pianta; tutti gli individui sono perciò identici.
 per classificare correttamente una pianta occorre sapere di lei tutte queste notizie!

A me la cartellinatura è servita principalmente…per imparare.

La cartellinatura “in proprio” è un buon passatempo, oltre che un buon modo di informarsi sulle piante. A forza di cercare e guardare, si imparerà a riconoscere almeno la famiglia, non bisogna però pretendere troppo dal fai da te. Per essere precisi occorre contare il numero delle spine, delle coste, aspettare di vedere i fiori. Molto meglio lasciar cartellinare chi ha raccolto i semi e ha messo in produzione la pianta. Ci sono inoltre parametri variabili, per cui la stessa pianta coltivata al sole o all’ombra, concimata con azoto oppure no, avrà aspetto e colore completamente diversi. Tutto questo lavoro si faceva sui libri…quando ero giovane. (questa frase non mi piace, ma non so come sostituirla ohibò)

Poi nelle collezioni, è arrivato internet, come un ciclone.

tutti, preparati e non, possiamo scrivere, pubblicare, informare e disinformare! Credo che la classificazione  ne abbia sofferto molto.

Recentemente ho avuto la gradita visita di un gruppo di grandi coltivatori rivieraschi, meno male che sono passati senza appuntamento, altrimenti avrei somatizzato una imbarazzante febbre da cavallo! Bene, questo per arrivare a parlare di un paradosso mediatico che sta accadendo.

I coltivatori di cui vi dicevo, si sono spinti fin qui, in una serra grande come il loro sgabuzzino delle scope, per comprare esemplari di “Adromischus millaboschi” da mettere in produzione. Vi assicuro che non ho un senso dell’umorismo così sviluppato da aver inventato questa  storia!

“Adromischus millaboschi” e gigapirla

Un gigapirla (termine rubato alla mia cara amica Luciana) sta vendendo su ebay un “Adromischus millaboschi”, quindi… classificato col mio nome! Costui ha rubato la foto da questo blog e non ha nemmeno capito che quello era il nome del blog, non della pianta!!! Ci sarebbe da ridere ma preferisco fare una riflessione seria: quanti collezionisti di Adromischus avranno comprato questa pianta, pensando di arricchire la loro collezione? Qualcuno avrà la possibilità di esternare al gigapirla le sue rimostranze? Penseranno che IO abbia messo in vendita questa cosa?

questi sono i miei Adromischus,

http://millaboschi.com/428-2/

se io avessi avuto la capacità e la conoscenza per dare il mio nome a una nuova specie forse la venderei direttamente no?

Si tratta di una truffa, questo è certo, ma internet sembra aver sdoganato le minitruffe! Anche il vendere  fatto online da privati, dicendo che sono “piantine che non mi stanno in casa“, è concorrenza sleale. Viene fatto senza il cappio dell’IVA sui prezzi, senza controlli fitosanitari e, spesso, senza conoscenze nel settore.

prendiamo atto che tutto cambia!

Tutto cambia,  anch’io compro dove spendo meno.  Però, per favore, ricordiamoci di chiedere istruzioni per il mantenimento della pianta, alla persona da cui compriamo, non al vivaista di fiducia. Cerchiamo di non mandare foto di piante malate e domande per la cura, e la cartellinatura,  al vivaista  via whatsApp, perché lui non c’entra con gli acquisti fatti altrove. Dopo il terzo messaggio potrebbe essere colpito da un attacco di itterizia e virare a un giallo verde, che non è clorosi, perché quella lui sa come curarla. Ricordiamoci che i messaggi notturni, se è vero che  non fanno perdere tempo al nostro vivaista, è anche vero che gli tolgono il sonno e gli procurano sicuramente l’ittero sopra descritto, oltre a una gran voglia di imparare parolacce in tutte le lingue.

todo cambia e noi ci si adatta

https://youtu.be/0khKL3tTOTs

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Allium x proliferum: cipolla che cammina, cipolla egiziana

Allium x proliferum, alliacea che…cammina

Non sarebbe magnifico avere una cipolla perenne in vaso? Magari un gustoso bulbo da mangiare fresco senza estirparlo mai? Eccolo qui!

Il bulbo principale di Allium x proliferum, si lascia a dimora tutto l’anno, resiste a -10°. Si moltiplica anche alla base ma, principalmente, sulle cime.

Proprio sulle cime prenderemo il nostro raccolto, senza perdere la pianta madre.

gravidaza trasparente della cipolla che cammina?
gravidanza trasparente della cipolla che cammina?

ebbene si: sulle cime!!!

“che cammina” significa che, una volta maturi, i bulbi nuovi “in testa” allo stelo cavo, saranno troppo pesanti per essere retti e… cappotteranno.

cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima
cipolla egiziana, ciuffi di cipolle sulla cima

Come adolescenti da seguire, la pianta madre li nutrirà ancora, fino a quando avranno affondato radici nella terra, poi “l’ombelico” seccherà e potranno dire di avere camminato, spostandosi a una distanza pari alla lunghezza dello stelo. Io insisto nel dire che non è male per un essere senza gambe no?

Allium xproliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro pre…andare avanti!
Allium x proliferum tranciato dalla grandine: basta quella piccola porzione di stelo integro per…andare avanti!

L’Allium x proliferum ha un buon sapore di cipolla. Il bulbo preso dalla pianta e cucinato subito, ha una dolcezza ben diversa dalle sue compagne, che hanno fatto tanta strada prima di arrivare sul tavolo. E’ buono cucinato, ma anche crudo, in insalata, specialmente con pomodori biondi o rossi e rucola.

coltivazione semplicissima

Allium x proliferum si coltiva in terreno leggero, concimando con acqua di bollitura delle verdure, o con lupini. Gradisce la mezz’ombra, ma resiste anche al sole tutto il giorno, annaffiando in abbondanza. Si riproduce evitando di mangiare tutti i bulbi apicali. Basta interrarli fino a metà, invece di condirli 🙂 . Non dimenticate di bagnarla qualche volta anche durante l’inverno, perché il gelo asciuga moltissimo la terra e nei piccoli vasi c’è poca riserva di umidità.

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Bomboniere: posa in opera di idee semplici

Bomboniere quasi fai da te, con piante bellissime, senza bisogno di grande abilità manuale.

Bomboniere per occasioni speciali? Di norma chi non ha molta manualità, consulta un mese intero di pinterest e siti vari, sogna, fa i conti col proprio tempo, e poi…si affida a un negozio specializzato.

io,  che trovo più semplice rinvasare cactus di grandi dimensioni, che fare un fiocco simmetrico, ho vissuto l’approccio alla bomboniera, come una sfida. Mi piacciono molto le sfide,  tirano fuori il meglio, qualche volta azzerano la stanchezza, e danno una bella energia.

bomboniere semplicissime
bomboniere semplicissime

 

La bomboniera è un vero e proprio regalo

Penso che le bomboniere debbano rappresentarci. Sono un regalo vero e proprio, alle persone che sono degne dei nostri pensieri, per ringraziarle della loro presenza nella nostra vita.

Devono rappresentarCi, nel senso vero, quindi non devono esprime le nostre possibilità economiche, ma la nostra fantasia, e le nostre affettuosità. Se amiamo l’oggettistica, ha senso regalare un “oggetto bomboniera”, ma se siamo appassionati di piante, dobbiamo fare in modo, che le nostre “bomboniere vive”, (così le ha definite il bimbo che le ha volute per la cresima), abbiano una buonissima aspettativa di vita. Una pianta stecchita, magari perché ha sassolini incollati sulla superficie, (messi per essere ben trasportabile), sarà un brutto ricordo della nostra festa.

le bomboniere del bimbo che vuole regalare qualcosa di vivo.
le bomboniere del bimbo che ha voluto regalare qualcosa di vivo.

In che modo le daremo ai nostri ospiti?

Decidiamo in che modo “consegnarle” agli ospiti, e da lì partiamo con il modo più consono di confezionamento. Se si decide di metterle come segnaposto, meglio confezionarle  nella scatolina trasparente, è molto brutto vedere terriccio sulla tovaglia. Per quanto siano fatte bene, ci sarà sempre qualcuno che, giocandoci,  riuscirà a rovesciarne un po’. Avete mai visto le persone che intanto che parlano, ravanano ogni cosa sul tavolo??? Quelli sono uno spauracchio per le nostre piante. Se si decide per la scatolina trasparente, dovremo tenere presente che andranno confezionate, perfettamente asciutte, poche ore prima della cerimonia, perché il respiro delle piante farà appannare il contenitore. Il coperchio andrà chiuso proprio un attimo  prima di andare in scena!

Se invece le piante saranno appoggiate su un tavolo, magari vicine alla tanto di moda sweet table, o alla confettata, potremo lasciarle libere. Sarebbe buona cosa fare il buco di scolo nel vaso, per cui, per evitare fuoriuscite di terra o sabbia, è bene mettere un foglietto di carta sul fondo. Con qualche annaffiatura la carta si scioglierà, e saremo certi che non sporcano. Per il vetro il foro di scolo non si può fare, ma “a vista”  regoleremo le annaffiature.

Coltiviamo le vostre piante

via libera dunque alla scelta delle piante, alla dimensione e alla forma dei vasi. Ci sono ragazzi che stanno facendo i loro vasi in creta, intanto che noi coltiviamo le loro “piante matrimoniali”, che saranno pronte a fine agosto.

Se venite in anticipo, e scegliete piante che possiamo riprodurre per voi, spuntate prezzi migliori!! Una deliziosa bimba, qualche hanno fa, piantò da sola le talee da foglia in autunno, e in primavera, per la cresima, offrì piante nate dal suo lavoro, confezionate magistralmente dalla mamma (splendida Rebecca!!!).

tutte le piante sono belle

…però ne converrete che alcune sono così tanto “comuni” da non catturare più la nostra attenzione. Per questo l’ideale sarebbe mettere insieme un gruppo di piante poco viste, che si accordino per colore e dimensione, creando stupore.

mettendo molte varietà di piante, si toglie all’insieme l’idea di “fatto in serie”, e si lascia ai destinatari lo sfizio di scegliere.

Per preparare queste bomboniere non occorre manualità,

INGREDIENTI INDISPENSABILI: BELLE PIANTE,  contenitori graziosi e… attenzioni affettuose nel confezionarle.

bomboniera biscottiera
bomboniera biscottiera

può essere un’idea carina preparare anche un centrotavola in armonia con le bomboniere, completa l’insieme!

se avete visto qualche oggetto strano che  vorreste usare per le bomboniere possiamo inventarci qualcosa insieme, naturalmente qualcosa di unico, che vi rappresenti!

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so che la scritta “svanita” sopra le foto è fastidiosa, ma va fatta per evitare di vedere le proprie cose messe in vendita da cialtroni del web, che sfilano quattrini in cambio di NULLA!!!

 

 

 

 

Bowiea volubilis, cresce e arrampica anche 15 cm al giorno

Bowiea volubilis. Dopo l’inverno a riposo, la partenza è sprint: arrampica anche 15 centimetri al giorno.

Bowiea volubilis è una delle bulbose più resistenti che coltiviamo. Poco esigente in fatto di temperatura, (ce la fa anche a 2°). Dopo l’inverno a riposo, cioè senza vegetazione, parte a razzo.

 Bowiea volubilis, la partenza!
Bowiea volubilis, la partenza!

Appena le giornate si allungano, riparte in vegetazione. Caccia fustini sottili, di quelli che diresti basti un alito di vento per coricarli…e invece no!!! “tasta” con qualche senso che non so, le piante vicine, sembra che le annusi ma…qui lo dico e qui lo nego, non mi azzardo ad affermarlo (si sa mai che qualcuno chiami la neurodeliri) e abbraccia quelle che le piacciono.

Bowiea volubili, sta annusando?
Bowiea volubili, sta annusando?

In serra sale rapidissima, abbarbicata al Myrtillocactus, che è il gigante del bancale in cui lei vive. In questo modo arriva fin quasi al soffitto, fiorisce, fruttifica, e, da quella posizione privilegiata, lascia cadere semi che nasceranno anche nei bancali vicini. Anche un tantino opportunista forse…

Famiglia liliacee, Sudafrica

E’ una liliacea africana, ha fusti sottilissimi, molto ramificati, che portano foglie anch’esse sottilissime, quasi indistinguibili  dai fusti. I fiori sono verdi, copiosissimi, larghi circa un centimetro, composti da sei tepali separati fino alla base. I frutti sono capsule che a maturazione sono marroncine, i semi sono neri.

Germinano meglio se cadono da soli, dove gli pare. Sembra uno scherzo,  molte piante preferiscono il “fai da te”, alla semina “con cautela” che faccio io. Una sorta di sta su da dosso, non verbalizzato ma reale.

Vive bene in terriccio da cactus, ben drenato, poco concimato. Consiglio per i neofiti: quando in autunno la vegetazione ingiallisce, non scambiatelo come un segnale di sete, occorre sospendere l’annaffiatura e lasciarla andare a riposo. Si riprende a bagnare quando il getto primaverile alto qualche centimetro ci segnalerà che “è sveglia”.

Bowiea volubilis, aspetto autunnale
Bowiea volubilis, aspetto autunnale

Non ho trovato notizie sull’uso di questi bellissimi bulbi, grossi fino a 20 centimetri, belli turgidi. Sono certa che a qualcosa servono, però ancora non lo so….la ricerca continua!!!

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Myrtillocactus geometrizans. Generosa pianta messicana con frutti commestibili

Myrtillocactus geometrizans può essere raccontato in molti modi, decantando le sue qualità e la sua robustezza ma preferisco raccontare perché la mia pianta si chiama Quasimodo.

Myrtillocactus geometrizans, con me da 35 anni. alto circa 3 metri e mezzo
Myrtillocactus geometrizans, con me da 35 anni. alto circa 4 metri e mezzo

Myrtillocactus geometrizans, 35 anni fa, era per me un sogno. Trovandola su un libro di piante grasse, mi colpì l’azzurro intenso del suo fusto, che era  corretto a tavolino, ma non potevo saperlo. Evidentemente chi aveva forzato quell’azzurro era innamorato dell’azzurrocereus che ha  davvero il colore così intenso.

Noi collezionisti, si sa, siamo innamorati di tutte le piante ma in modo particolare di quelle che non riusciamo a trovare. Nelle mie ricerche mi imbattei in esemplari molto “segnati”. Per la sua costituzione si punge facilmente durante i trasporti e, ad ogni puntura, corrisponderà per sempre  un anello calloso biancastro, che è la cicatrice.

Ero molto giovane, ancora credevo che le rughe e le cicatrici fossero difetti, e soprattutto, che fossero corredo solo degli altri. Quando finalmente trovai l’esemplare  che stavo cercando, ci guardammo e fu amore. Era perfetto!! Proprio come lo volevo.  Fu incartato benissimo e infilato tra i sedili, perché dentro il baule  “non stava in piedi”. Strano, un vaso grande, con una pianta proporzionata, deve stare in piedi, anche quando c’è il vento…

piccoli difetti

Solo quando scaricai Quasimodo dall’auto e lo appoggiai a terra vidi che era gobbo. Molto, anzi moltissimo. Era una pianta ricavata facendo radicare  un ramo esterno, quelli che di solito non si tagliano per fare talee perché sono curvi, quasi a palla. Non fui delusa, l’innamoramento è ben impermeabile a questi piccoli difetti. Semplicemente gli cambiai il vaso con uno più pesante, cercando di raddrizzarlo un poco, piantandolo un po’ “di traverso”, per renderlo più stabile.

piccoli imbrogli

La venditrice era stata ben abile a posizionarlo in modo che io non mi accorgessi del problema, eravamo predestinati. Cominciò subito a buttare rami e rametti. Con arte istintiva, crebbe  bilanciando il peso dei nuovi rami al meglio. Possedeva l’orgoglio della compensazione che tanto ho fatto mio. Nel grande vaso arrivò all’altezza di circa un metro e mezzo, senza mai fiorire. Nè io né lui immaginavamo che saremmo arrivati ad avere una serra tutta nostra!

grandi soddisfazioni

Quando la vita ci regalò l’opportunità della serra e di grandi bancali per mettere radici, lui era il numero due per altezza dei miei esemplari. La più grande era l’Euphorbia eritrea, segaligna e rigidissima. Poi lui, tondeggiante e imprevedibile. Appoggiato sul bancale sgranchì le radici e cominciò a fiorire e fruttificare di felicità. A distanza di 14 anni è arrivato a 4 metri e mezzo di altezza. Quando riempie la serra del suo profumo delizioso, mi ricorda di sollevare lo sguardo, per non perdere la fioritura, lassù, ormai vicina al telo del soffitto.  I frutti sono simili ai mirtilli, sulle bancarelle a Città del Mexico si chiamano carambullos.

Myrtillocactus geometrizans in fiore
Myrtillocactus geometrizans in fiore
Myrtillocactus geometrizans frutto
Myrtillocactus geometrizans frutto

Fra tanti ricordi forse potrebbero servire un po’ di ragguagli botanici

Myrtillocactus geometrizans è una cactacea messicana, verdeazzurra nelle puntate giovani, verde nelle parti più vecchie. Tronco con  5/6 coste, areole con almeno 5 spine radiali brevi e una centrale, lunga fino a 3 centimetri. Forma un breve tronco e poi decine di rami. In alcuni testi si legge alto fra i 3 e i 5 metri, io credo vada anche oltre. Fiori bianchi profumatissimi, frutti rosso bluastri.

Pianta vigorosissima, spesso usata come portinnesto. Da coltivare in terreno per cactacee o terreno da orto con aggiunta di sabbia o di materiale inerte. Noi la coltiviamo a 7° C, suppongo che asciutta resista a temperature inferiori ma non voglio rischiare, siamo amici di vecchia data.

Myrtillocactus geometrizans fiore e frutto
Myrtillocactus geometrizans fiore e frutto

 

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Euphorbia characias e lathyris: splendide anche senza irrigazione

Euphorbia characias, in fiore a fine inverno, lussureggiante tutto l’anno negli angoli asciutti del giardino. Euphorbia lathyris, l’antitalpa (?).

Da pochi giorni è arrivata  la bolletta dell’acqua, ancora sotto shock ho pensato di suggerirvi alcune piante che non pesano sul bilancio idrico. Le Euphorbia characias stanno esplodendo di fiori, in un angolo che non ho mai raggiunto con la gomma dell’irrigazione. Fatica e spesa zero!

Inseguendo la  chimera di un giardino a manutenzione bassissima (lo zero ideale non oso nemmeno sperarlo), mi sono imbattuta in queste deliziose invadenti creature. Questo è un angolo abbastanza riparato dalla grandine, ma anche dalla pioggia. Stiamo uscendo da uno degli inverni più asciutti che ricordiamo. Niente neve e nemmeno acqua. Solo gelo, che asciuga ulteriormente il terreno.

Abbiamo avuto qualche nebbia, forse è bastata, oppure le euforbie hanno estratto dal terreno il necessario con le radici lunghissime. Se ne stanno lì,  appoggiate al vecchio muro, con lo stelo infilato al limite del battuto del cortile, in piena fioritura, foglie turgide come se fosse piovuto ieri.

Euphorbia characias ssp wulfenii, splendida fioritura di fine marzo
Euphorbia characias ssp wulfenii, splendida fioritura di fine marzo

un incontro fortunato

Coltiviamo all’aperto, da almeno 20 anni Euphorbia characias black pearl, Euphorbia characias ssp Wulfenii e Euphorbia lathyris. In tutto questo tempo hanno sparso semi ovunque e si sono acclimatate al punto che decidono loro dove mettere su casa. Molto apprezzate le fessure degli autobloccanti fermati a sabbia.

L’abbondante fioritura prepara semi e figli già formati, sugli steli più vecchi. Girovagando in rete ho letto che Euphorbia characias è biennale, tesi che non posso sposare perché ne ho una che ha almeno 5 anni, però qualcuna effettivamente ha vita breve, dopo due o tre anni secca completamente, sostituita da figlie nate vicinissime. Estirpare la pianta secca è davvero difficile, le radici sono profondissime. Io lascio fare al tempo. La nuova vegetazione copre il moncone secco della vecchia pianta e… così sia, come in natura.

prima di tutto il giardino deve essere luogo di relax

Rimango dell’idea che il piacere del giardino, non debba essere rovinato dalla voglia di perfezione. Occorrono anche momenti all’aperto  a  pancia all’aria, altrimenti a cosa serve tanto lavoro? Euphorbia characias necessita di una sola manutenzione all’anno, per eliminare i vecchi steli, niente altro. Facendola nel momento giusto, possiamo eliminare il vecchio, recuperando le nuove piantine sull’apice.

Se abbiamo piantine in esubero facciamone regali. Invece di correre al supermercato per comprare “un pensierino” perché facciamo visita a qualcuno o andiamo a cena da amici, portiamo un nostro vasetto. E’ un gesto antico, di quando ci si scambiavano “getti” di tutte le piante, fra parenti e amici. E’ un dono gentile, pensato, ecologico e affettuoso.

Euphorbia characias infiorescenza con plantule
Euphorbia characias infiorescenza con plantule

Ricordate che Euphorbia characias e lathyris, come tutte le Euphorbie, hanno una linfa particolare, un lattice irritante per le mucose e per gli occhi. Un po’ di riguardo dunque nel maneggiarle. Gli animali di solito sanno istintivamente di non poterla toccare. Di tutti i nostri cani e gatti, nessuno ha mai provato a masticarla.

il posto giusto

A seconda dello spazio che avete a disposizione potete scegliere la pianta più adatta. Euphorbia characias black pearl arriva a un’altezza massima di un metro,  non ne ho mai avute più grandi di 80 centimetri. Ben altra stazza quella di Euphorbia ssp wulfenii, più alta di me (si, ok non sono un gigante) supera il metro e settanta e si espande altrettanto.

Molto simile ma più contenuta la famosa Euphorbia lathyris, detta catalpa, o pianta antitalpe. Fogliame simile ma ramo unico, non accestito, poco ramificato, fioritura estiva.

Euphorbia lathyris
Euphorbia lathyris

Lathyris è biennale, il secondo anno ramifica, fiorisce e poi muore, spargendo in giro centinaia di semi. Per quello che riguarda la sua capacità di allontanare le talpe posso darvi due versioni. Nella prima, molto sentita e letta,  vi assicurerò che repelle le talpe, ve ne venderò il numero giusto di esemplari dopo attenta misurazione del vostro orto, e cercherò di inventarmi una buona scusa per quando tornerete a dirmi che non funziona.

La seconda versione invece è meno favolistica: piantatela dove non ci sono talpe altrimenti rischierete di vederla capottarsi perché ci sono passate sotto. Nel mio orto e in giardino è così. Forse le mie talpe non hanno un grande olfatto? Non saprei, ma in fondo grandi danni non ne fanno. Se non si usa letame fresco, non troveranno molti vermi da mangiare e rimarranno in numero tollerabile.

 

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Lithops: sassi viventi, coltivazione e collezionismo

Lithops, mesembriantemacea africana, mimetica fino ad essere quasi invisibile.

Lithops deriva dal greco: lithos, sasso e ops, aspetto. Pianta sasso  è perfettamente descrittivo. Per tutto l’anno i sassi viventi vegetano o restano dormienti, perfettamente nascosti fra i sassi “veri”. Sarà la fioritura a renderli splendidamente visibili.

Queste meravigliose piante sono composte da una sola coppia di foglie saldate fra di loro. Sono altamente specializzate, oltre che nel mimetismo, nel vivere al risparmio. Popolano di meraviglia i subdeserti africani, per cui, poca acqua e temperature al limite della sopravvivenza, sono all’ordine del giorno.  Limitano l’apertura degli stomi e si coprono con uno strato ceroso per traspirare al minimo.

Non possono permettersi di veder evaporare i pochi liquidi assorbiti con tanta fatica, per questo hanno addirittura trasformato la consistenza della linfa, rendendola meno liquida.Quando la stagione è davvero ardente, raggrinziscono le foglie, dando l’impressione di sprofondare nel terreno sabbioso. Lasciano in superficie solo le finestrelle traslucide da cui entra la luce necessaria alla fotosintesi.

A seconda della loro provenienza le lithops (femminile se riferito alla pianta, maschile se riferito a “sassi viventi”) fioriranno in periodi diversi, da fine agosto al pieno inverno. L’areale di provenienza è molto vasto!  I fiori sono bianchi o gialli, vengono impollinati da mosche, api o scarafaggi.

 

Dopo la fecondazione il fiore si trasforma in capsule da seme, perfettamente suddivisa  in cellette. Anche queste cellette sono un meccanismo di sopravvivenza eccezionale. Occorrono circa sei mesi perché i semi siano maturi e questo è quanto serve  per aspettare la stagione delle piogge. Una volta maturi, basterà una sola goccia di pioggia per aprire qualche celletta e lasciar traboccare i semi insieme all’acqua. Non tutte si aprono, l’acqua potrebbe essere poca e non ci si può permettere di disperdere tutte le speranze di vita. La prudente riserva verrà rilasciata in più piogge, ottimizzando i tentativi.

Lithops capsule da seme
Lithops capsule da seme

Noi coltiviamo le Lithops in terriccio molto sabbioso, li abbiamo tenuti anche in sabbia pura e sono stati benissimo.

Trovo che siano piante di semplicissima manutenzione, anche se sento spesso clienti scoraggiati dire: mi muoiono sempre.

Ho capito due cose in questi 35 anni di innamoramento:1° serve terriccio ghiaioso, sabbioso, non concimato   2° MAI annaffiare nel periodo in cui le vecchie foglie si “aprono” e sta uscendo il nuovo corpo. MAI SIGNIFICA MAI, NON QUALCHE VOLTA E NON POCO!!!  🙂     in questa fase la pianta si nutre delle vecchie foglie, basta una pioggia o un’annaffiatura abbondante per trasformarla in una masserella molliccia nel giro di una notte.

La riproduzione si fa quasi sempre da seme.

Le piante molto vecchie possono arrivare ad avere due o tre corpi, ma sarebbe assurdo dividerli dopo tanta fatica per accestire. Se perfettamente asciutti reggono temperature invernali vicine allo zero.

Volutamente non ho elencato nomi di Lithops da collezionare, un elenco non rende l’idea. Ognuna di loro merita una chiacchierata e un servizio fotografico personale che faremo presto.

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Annaffiare le piante grasse: diamo il via alla stagione delle piogge

Le giornate si allungano, a marzo si ricomincia ad annaffiare, l’operazione che decide della loro salute e bellezza.

Annaffiare finalmente!!! Le piante sono molto disidratate, anche se meno di come sarebbero in natura, le nebbie padane riescono a entrare anche in serra e tonificano un po’. Molte  hanno perso parte delle radici capillari e hanno raggrinzito l’epidermide. Abbiamo imitato meglio che potevamo la stagione asciutta, hanno “sentito” attraverso il gran secco, che non era tempo di vegetare. Si deve fare questo perché a metà pomeriggio d’inverno è già buio e anche il resto della giornata ha luce fioca, non  adatta alla vegetazione senza luce artificiale.

Cosa si dovrebbe fare? (predicare bene e…)

Sarebbe buona cosa separare le piante a vegetazione estiva e invernale, i cactus dalle succulente, le asiatiche dalle americane e via così. Caso per caso, arriveremmo ad avere una serra ordinata,  suddivisa in cellette in cui coltivare: ricadenti da sole,  rampicanti da sole ecc. ecc. Questo sarebbe il massimo per una coltivazione “da laboratorio” in cui nebulizzare acqua arricchita, a ognuna il giusto per lei,  su substrato inutile. Mi sono accorta che sto descrivendo la coltivazione industriale che non fa per me.

…  fare quello che ci dà soddisfazione!

La nostra serra ha un che di selvaggio, rampicanti che afferrano le ricadenti e se le sposano x vivere erette, piante da ombra che si nascondono dietro le alte, per proteggersi dal sole; invadenti coraggiose che migrano di vaso in vaso allungando stoloni, dove piace a loro. Germogliano semi, sparsi qua e là nei bancali dove sono caduti da soli. Abbiamo piante che dovremo potare perché spingono il soffitto, all’altezza di 6 metri, per sporgersi verso il cielo.  Questo è quanto di più lontano possa esistere da una coltivazione “ordinata”. Il caos organizzato che si sono costruite, è il risultato di 35 anni di coltivazione amatoriale, appassionata.  Spesso, in questa giungla, dimentico che questo è anche il mio mestiere!

“L’annaffiare” da cui siamo partiti, da noi  si fa “guardando in faccia” le piante, una per una.  Arriva il doccino!!! Qualcuna avrà bisogno solo di un rapido spruzzo, effetto rugiada, qualcuna  andrà bagnata benissimo, quelle appese riceveranno doppia doccia, perché in alto fa più caldo e i vasi contengono poca terra. Una sorta di bagno-pasto calibrato a mano, magari, perché no, anche parlandosi e ascoltandosi. Una coltivazione amorosa.

 

Si comincia ad annaffiare gradatamente, dando alle piante il tempo di ricostruire l’apparato di radici capillari idoneo a nutrirsi attraverso l’acqua. Quando tutto è in piena vegetazione, si può procedere con annaffiature più abbondanti e, (solo quando serve davvero) con le concimazioni. Qualcuna, ad esempio le haworthia, arriva raggrinzitissima a primavera, però non le bagnamo per non creare umidità alle euphorbie. Da noi ci si adatta 🙂

con amore

Mi accorgo rileggendo, che questo, più che un articolo informativo,  è una lettera d’amore. Queste piante mi hanno accompagnato negli alti e bassi della vita, mi hanno aspettato quando non riuscivo a curarle, incoraggiato quanto ne avevo bisogno. Sono state generose e amorose,  mi hanno insegnato che non importa quanto lunga sia stata la siccità e impervio il terreno,  sempre si può tornare a fiorire.

 

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Rhipsalis pilocarpa, cactacea che non sembra una cactacea

Rhipsalis pilocarpa, l’aspetto è quello di una cicciotta morbida, ma è una cactacea.

A fine inverno fioriscono le Rhipsalis pilocarpa e la serra si riempie di profumo, fin troppo dolce. Il “troppo” è spesso una caratteristica delle cactacee, troppe spine, fiori fin troppo vistosi, troppo amanti della siccità per sopravvivere a cure normali.Forse sono così interessanti proprio per i loro eccessi. Si amano o si odiano, difficile trovare qualcuno a cui piacciano…un po’.

Rhipsalis pilocarpa si presenta come un cespuglio di fusti cilindrici, penduli, coperti di spine così morbide da sembrare peli. E’ meravigliosa coltivata in cesti appesi. I fusti sono lunghi fino a 80 centimetri, piacevolmente disordinati.  In natura crescono sulle diramazioni di grandi alberi, da questo possiamo intuire che non amano il sole e che gradiscono terriccio di foglie decomposte.

generosa, profumatissima fioritura di fine inverno
generosa, profumatissima fioritura di fine inverno

Tutti i testi che ho, indicano come temperatura minima, almeno +10° e massima non più di 30°, in serra le coltivo a temperature estreme da +5° a 43°, non danno segno di sofferenze. L’ambiente è molto secco, forse tollerano per questo motivo temperature così basse e così alte. Richiedono qualche concimazione in più rispetto alle altre cactacee, tendono a virare al giallo se le si trascura. Hanno bisogno di  annaffiature estive settimanali.  D’inverno, in appartamento, possono accontentarsi di annaffiature quindicinali o addirittura mensili, al coltivatore il compito di capire quando la pianta a sete, non ci sono regole fisse.  Vivere appesi sopra a un termosifone oppure in un androne freddo, crea esigenze diverse.

In serra le bagnamo poco, meno di una volta al mese. Non lo facciamo per sadismo ma per non creare umidità alle  piante coinquiline, che hanno bisogno di secco. Arrivano alla fine dell’inverno un poco appassite ma pronte alla fioritura e generose di bellezza e profumo, come tutte le grasse.

Usiamo terriccio ben drenante, la nostra “ricetta” standard, con un’ aggiunta di segatura.

http://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

Non so quanto sia scientifica questa tecnica. L’idea viene dal  “non si butta via niente” campagnolo. Vedendo i mucchi dorati della segatura sotto la sega bindello nell’aia, ho pensato che a qualcosa di bellissimo dovevano pur servire. Passandoci dentro le dita si sente che è materiale vivo e che  desidera altra vita. Chi meglio delle epiphyte per trasformarlo in fiore?

i rami messi a radicare fioriscono, forse per ringraziare di un contenitore così "messicano"
i rami messi a radicare fioriscono anche senza radici, forse per il piacere di un contenitore così “messicano”

In natura le Rhipsalis vivono come ospiti, non parassiti, sui castelli di rami dei grandi alberi. Vegetano  associate a bromeliacee, orchidee e felci, nelle foreste tropicali, in Messico, Antille,Brasile, Bolivia, Paraguay e Argentina. Qualche specie si trova anche in Madagascar, forse qualche uccello migratore le ha aiutate a colonizzare un nuovo  continente, milioni di anni fa, quando i continenti erano più vicini?

In serra e online potete acquistare le nostre Rhipsalis pilocarpa,  e tante altre Rhipsalis,  tutto l’anno. (Sospendiamo le spedizioni solo nei periodi di gelo).

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Agave americana: coltivazione e curiosità

Agave americana, rigida come una scultura. Imponente protagonista di giardini siccitosi in clima mite, o di grandi vasi da ricoverare, in zone gelive.

All’Agave americana l’origine è rimasta nel nome, ma tutte le agavi sono di origine americana, del “vecchio” e “nuovo” Mexico.  Pare che il nome agave derivi dal greco agaous, che significa magnifico. Che il nome sia descrittivo è la norma, questo  è  addirittura un elogio!

Agave americana è ben distribuita nel mondo, naturalizzata nelle zone dove il clima lo ha permesso. Teme il gelo. A Parma, quasi ovunque, resistono e si fanno belle per qualche anno e poi, basta un inverno un poco più rigido, e se ne vanno, cotte dal gelo (arriviamo anche a -15). In qualche posizione particolarmente felice riescono a  sopravvivere all’aperto. A pochi chilometri da qui, in provincia di Reggio, vicino al castello di Rossena, una bella colonia prospera in piena terra da molti anni. Forse complice il terreno roccioso e scosceso che sgronda l’acqua rapidamente, forse il gesso delle rocce riflette e mantiene il calore.

L’Agave americana è la regina delle agavi, la più nota e la più grande,  con i suoi 3 metri di diametro, (la pumila è la più piccola, con 10 cm di diametro). Le foglie sono verde azzurro, le spine sono nere, corte e ricurve, quelle lungo i margini delle foglie, lunga e dritta quella terminale.

Tirando verso il centro della pianta questa lunga spina, si ottiene un ago con filo attaccato, pronto per fare cuciture di riparazione, non certo raffinate, ma sicuramente molto utili a chi restava fuori nei campi per settimane. Questa pratica, ce l’ha mostrata una ragazza a Teotihuacan,  noi lo avevamo già visto fare da un ragazzo siciliano che aveva il nonno pastore. Che ci si aggiusti il mantello di sisal in Mexico, o di lana in Sicilia…funziona.  Il mondo è sorprendentemente piccolo e gli stessi trucchi si manifestano ovunque. (Dalla parente stretta Agave sisalana, si ottiene il sisal, robusto e immarcescibile, buon sangue non mente!)

Un altro uso curioso che ci mostrò la ragazza di Teothiuacan , (questa davvero una novità, per noi)   fu il ricavare un foglio trasparente pronto a sostituire la carta, semplicemente spellando una foglia.

Agave americana per scrivere
Agave americana per scrivere

A beneficio dei turisti, o forse per movimentare qualche festa, la ragazza ci mostrò anche un’agave a cui era stato scalzato lo stelo florale. Con un mestolo creato giusto per l’uso, raccoglievano l’essudato che grondava dalla ferita,  riempiendo la rosetta basale. La pianta continuava a pompare linfa verso lo stelo che non c’era più. Questa linfa una volta fermentata diventa pulche, in europa meno famoso della tequila, ma  altrettanto popolare in Messico. Viene servito nelle pulquerie ed è  a buon mercato.

La coltivazione dell’Agave americana è quanto di più semplice si possa provare. Occorre terriccio per cactacee, oppure terriccio sabbioso, oppure…quel che c’è. Troppo robusta per riuscire ad ucciderla, crescerà benissimo se rinvasata a tempo debito, oppure adatterà la sua dimensione e la produzione di getti laterali, al contenitore che le daremo; quando si dice “far con quel che c’è” si parla di lei.

Interessanti anche le varianti Agave americana mediopicta e Agave americana variegata, che aggiungono al bel verde  una striatura color crema al centro  della foglia, la mediopicta, e gialla sul bordo esterno la variegata.


Agave americana è monocarpica, per cui fiorirà una sola volta e poi lascerà spazio alle figlie, nate come getti laterali. Come ultimo dono alla vita maturerà semi all’apice dello stelo. Quando sarà tutto pronto, lo stelo si romperà con un semplice colpo di vento e cadrà portandoli lontano dalla pianta madre almeno 5 metri. Tanto è alto lo stelo. In questo modo la pianta colonizza altro suolo e la vita continua.

in vivaio offriamo tutto l’anno un vasto assortimento di agavacee di varie dimensioni

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Crassula ovata: pianta dei soldi, dell’amicizia, di giada

Crassula ovata, nella tradizione popolare la pianta dei soldi.

Crassula ovata ha fama di pianta che “porta bene”. Non solo per le erbe ad uso medicinale, si è osservata la forma e se ne è fatto  uso per curare l’organo a cui somigliano. Abbiamo trovato la forma addirittura per la fortuna, quale meglio delle monete? Pianta dell’amicizia perché si moltiplica con grande facilità, a favore di amici e conoscenti. Di giada per il colore.

Crassula ovata è, fra le crassulacee, la più popolare, e senza dubbio la più resistente. Unico problema insuperabile è il gelo, per tutto il resto si ingegna a sopravvivere. Ama la mezz’ombra. Se la posizioneremo all’ombra tutto il giorno si farà più scura e più bella, però esprimerà il suo disagio smettendo di fiorire. Se la collocheremo in pieno sole diventerà tutta rossa, virerà dal verde al giallo ma non ne morirà e fiorirà ugualmente. Se invece avrà il sole la mattina o nel tardo pomeriggio ci regalerà grandi fioriture invernali e sfoggerà il suo bel verde…giada.

Crassula ovata in fiore
Crassula ovata in fiore

Il suo periodo di riposo è  la nostra estate. Osservandola bene noteremo che verso giugno diventerà un pochino avvizzita, fermerà la crescita e per qualche settimana berrà poca acqua. Non cerchiamo  di aiutarla, dandole più acqua o peggio, rinvasandola o concimandola, sta solo facendo una pausa. Dall’inizio di settembre tornerà a vegetare e, a fine ottobre, su ogni apice, tra le due ultime foglie appaiate della nuova crescita, scopriremo un capolino di boccioli.

In dicembre cominceranno ad aprirsi i fiori a stella, bianchi, delicati. Una volta secchi, non ne vogliono sapere di staccarsi dalla pianta. Rimangono intatti, ancora belli fino a Pasqua. Se poi la porteremo all’esterno il vento o la pioggia li staccheranno.  Per chi ha voglia di un centrotavola romantico sarà sufficiente staccare delicatamente i fiori ormai secchi ma ancora perfetti e metterli a galleggiare in un piccolo contenitore, perché no,  con qualche candela.

Specialmente d’inverno la pianta tende a “pulirsi” lasciando cadere foglie e interi apici, dopo aver lasciato seccare porzioni di ramo. Ho letto che lo farebbe in condizioni di siccità estrema. Nella mia idea romantica invece, penso che sia il suo modo di riprodursi. In natura, durante la siccità diverse piante lasciano morire gli apici, che sono la parte più tenera, più bisognosa d’acqua e meno “utile” alla vita della pianta. Nel caso della crassula invece, le punte cadono dopo avere preparato le radici, perfettamente turgide.

Crassula ovata apice con radici pronto a staccarsi dalla pianta madre
Crassula ovata apice con radici pronto a staccarsi dalla pianta madre

A tutti gli effetti sono nuove piante, non certo parti di cui la pianta si è liberata per spirito di sopravvivenza. In questo modo la pianta si sposta, colonizza il terreno vicino alla pianta madre. Trattandosi di apici, cadranno nel perimetro circostante la chioma, non sotto, la pianta madre, questo è un particolare importante. Le piante figlie avranno la luce necessaria, non saranno “soffocate” dalla madre.

Crassula ovata è una crassulacea africana, ha bisogno di terriccio ben drenante, di concimazioni rare e poco azotate. Ha fiori riuniti in un dicasio, su un peduncolo di 3/4 centimetri. Fiori bianco rosati con antere violette. Si coltivano diversi ibridi, tutti con caratteristici tronchi, più o meno grandi,  molto carnosi.

Oltre a Crassula ovata di varie dimensioni, abbiamo disponibili alla vendita: Crassula ovata “variegata”, Crassula ovata “blue bird” (a fiore rosa),  Crassula ovata “gollum” (detta anche hobbit) e molte, anzi moltissime altre crassule di cui parleremo nei prossimi articoli.

 

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Astrophytum: piante stella, cadute da chissà quale parte del cielo

Astrophytum, quale nome migliore  per descriverli? Pianta stella.

gli Astrophytum sono cactacee, che sembrano cadute da chissà quale parte del cielo. Geometrie perfette, esigenze minime e fioriture in tonalità calde di giallo o giallo a gola rossa.

Sono piante messicane, con o senza spine, con ciuffetti di peli bianchi o senza.

Sono quasi tutti di semplice coltivazione, hanno bisogno di tanto sole e di un periodo invernale a temperatura bassa per preparare le abbondantissime fioriture estive. Sono piante autosterili per cui…abbiamo una buona scusa per coltivarli a coppie. Si ibridano molto facilmente, questo ha dato il via a un collezionismo “alternativo”, che non riguarda le piante in purezza ma le piante “costruite” in laboratorio. Interessanti le tante “variabili” che riguardano il numero di coste, la puntinatura, la spinatura e, ultima moda, i “bozzi vari”. Forse comincerò ad interessarmi a queste novità bitorzolute quando la natura avrà smesso di meravigliarmi.

Gli Astrophytum sono piante bellissime, molto variabili con l’età, come noi. I semenzai hanno il fascino della perfezione miniaturizzata. Gli adulti  non sono più  perfetti ma soggetti unici, molto diversi uno dall’altro. Gli esemplari vecchi sono rocce contorte, veri capolavori.

Per chi si volesse cimentare nella semina dei cactus, gli Astrophytum sono le piante ideali per cominciare. D’estate, dal bellissimo fiore fecondato, si sviluppa il frutto che matura in sole due settimane. Quando è pronto si spacca e mostra i semi, abbastanza grandi, nero-bruni.  Si possono seminare subito e nascono in fretta.

Dalla semina, per qualche mese, è consigliabile irrigare da sotto, riempiendo il sottovaso e buttando l’acqua in eccesso dopo qualche ora. Bagnando dall’alto si rischia di destabilizzare la pianta o addirittura di estirparla perché all’inizio ha una sola radice delicata, quindi poco ancoraggio.

L’unico che dà qualche problema di coltivazione è l’Astrophytum asterias che perde facilmente le radici durante l’inverso, se tenuto asciuttissimo, ma può marcire se inumidito. L’Astrophytum asterias ad oggi è in cites 1 per cui non di facile reperibilità. Nel caso lo trovassimo in vendita accertiamoci che sia accompagnato da legale autorizzazione rilasciata dagli organi competenti. Qualche anno fa si trovavano piante grandi che, dopo essere state allevate (non coltivate ma proprio allevate) su portainnesto, venivano rese franche e vendute a caro prezzo. Questo per sopperire alla naturale lentezza della pianta. Non abbiamo tempo di aspettare i suoi comodi!!!

L’elenco cites 1 contiene specie a rischio di estinzione. Facendone oggetto di desiderio, noi collezionisti,  alimentiamo un mercato illegale. Sarebbe bello che ci limitassimo  a guardare le piante, oppure a fare safari fotografici, negli orti botanici che si adoperano per conservare e riprodurre le specie a rischio.

Gli Astrophytum amano il sole ma occorre un minimo di attenzione al momento dell’uscita primaverile. Se messi direttamente al sole, dopo il  ricovero invernale, si ustionano facilmente. Non potendo cospargerli di crema solare…proteggiamoli con un leggero tulle per i primi giorni, oppure lasciamoli ambientare per un po’ dove prendono sole solo al mattino o verso sera.

Va benissimo il terriccio normale da cactus ben drenante, senza bilancino 🙂 di cui abbiamo parlato qui:

http://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

 

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Haemanthus albiflos, Amaryllidacea sudafricana

Haemanthus albiflos, ecco un’altra pianta cara alle nostre nonne.

Per Haemanthus albiflos questo essere “pianta delle vecchie case” può essere un vantaggio oppure no. Le piante molto viste non vengono più coltivate su larga scala e spariscono dai banchi di vendita per un po’. La ricerca della novità è una legge di mercato.

Haemanthus albiflos è una succulenta della famiglia dell’amaryllis. E’ composta da un bulbo succulentissimo e da foglie distiche, leggermente pelose, sia sulla pagina che lungo i bordi, lunghe fino a 30 cm, robuste ma non rigide. Produce scapi fiorali lunghi una ventina di cm su cui spuntano ciuffi di fiori bianchi, a ombrella, con lunghe antere gialle. Una volta impollinati, i fiori (e tutto la scapo) si piegano verso terra e maturano frutti arancio rossastri, contenenti un solo seme. Sono frutti molto decorativi  se si pensa che per ogni ombrella, ne può avere fino a dieci.

Quest’anno un bruco di cavolaia (sicuramente bulimico) ha mangiato tutte le antere ma almeno 4 frutti per ogni ombrella ce l’hanno fatta a maturare! Così testardi meritano una chance.

E’ una pianta generosa e robustissima. La mia pianta è stata più volte abbandonata a sé stessa, è rimasta nel medesimo vaso per almeno 5 anni, allargandosi e fiorendo ugualmente. Credo che le piante sappiano aspettarci e capiscano le nostre emergenze. A proposito di emergenze, la mia ha trascorso un inverno in una casa non riscaldata, dove sicuramente si è sfiorato lo zero termico, ed è ancora qui, a ricordarmi con la sua tenacia e la sua generosità, la persona che la accudiva prima di me.

Non ho mai provato la semina, questo sarà il primo tentativo, vi aggiornerò sui risultati. La moltiplico staccando i bulbi laterali quando sono già abbastanza grandi da avere radici proprie.

haemanthus albiflos bulbi
haemanthus albiflos bulbi

La coltivo a mezz’ombra, annaffiandola una volta a settimana durante l’estate e una volta al mese d’inverno. Ama il terriccio da grasse, molto drenante.  Fiorisce in autunno, conserva i frutti fino a primavera.  Non perde mai le foglie, come ci si aspetterebbe da una amaryllidacea. Seccano quelle alla base, una alla volta, man mano che produce quelle nuove.

Abbiamo piante di Haemanthus albiflos  disponibili tutto l’anno in serra e on-line (naturalmente non spediamo nei periodi di gelo)

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Eziolatura, filatura, deformazione delle piante piante grasse

l’Eziolatura o “filatura”, è la deformazione della pianta dovuta a un cattivo equilibrio luce-acqua

Eziolatura: deformazione chiamata anche “filatura” delle piante grasse (e delle piante in generale).

Un grave problema, che si riscontra quando ancora non siamo perfettamente in sintonia con le nostre piante, è l’eziolatura, detta volgarmente “filatura”. Con questo termine si descrivono cactacee semisferiche che cominciano ad alzarsi, prendendo  forma colonnare; le colonnari, invece, si stringono sulla punta crescendo come “strozzate” da un legaccio invisibile e  girano la parte chiara, (sottile) verso la luce. Naturalmente il fenomeno può riguardare anche  le succulente. In questo caso i rami si allungano, diventano esilissimi, decolorati rispetto alla crescita precedente, le foglie di distanziano in modo anomalo.

L’eziolatura è dovuta a uno squilibrio luce-acqua, questo non significa necessariamente che la nostra casa non sia luminosa.  I nostri inverni  sono lunghi e bui; annaffiandole, o ricoverandole bagnate, stimoleremo la crescita in condizioni avverse e fileranno.Come se questo non bastasse, anche le nuove spine diventeranno completamente diverse da quelle precedenti, corte e molli, se non addirittura assenti.

Attenti a non confondere eziolaturafototropismo naturale della pianta.

Nel primo caso la pianta si deforma producendo velocemente una punta sottile che va verso la luce, perdendo il suo aspetto naturale; nel fototropismo invece,  le cellule del lato in ombra, si allungano lentamente per esporre meglio tutto il corpo, (nella sua forma normale),  verso la fonte di luce.

In pianura padana, in zona di gelate, ogni anno occorre traslocare le piante al riparo. Trovo utile segnare con un indelebile un lato del vaso, per poter riposizionare la pianta, anno dopo anno, girata verso lo stesso punto cardinale. In questo modo sceglierà il suo modo ideale di esporsi al sole. Mi sembra un gesto affettuoso verso  creature vive che ci fanno tanta compagnia.

Immagino sia difficile vivere in un ambiente molto lontano da quello naturale, diversa esposizione solare, diverse latitudine e longitudine, altezza sul mare. Le piante grasse sono molto generose, si accontentano, e come noi, si adattano. Però dobbiamo aiutarle a riconoscere le stagioni, attraverso una corretta annaffiatura e gestione della temperatura. Dobbiamo, mediante l’annaffiatura ben gestita,  bloccare la loro crescita e regalare loro una stagione di riposo, che corrisponda alla nostra stagione meno luminosa.

Se siamo all’inizio della nostra collezione, e quindi ancora un pochino ingenui e molto ottimisti, scambieremo questa crescita repentina per un successo. Non lo è. Qualche volta non ho avuto cuore di dirlo a clienti entusiasti, che  descrivevano crescite miracolose: tanto così in un mese!!! Stavano prendendo fiducia nel loro pollice verde, sono stata zitta.

Le piante grasse sono lente, e tali devono rimanere, per restare fedeli a sé stesse.  Per mantenere le cactacee perfettamente semisferiche, senza diventare “a pera”, o colonnari, senza strozzature, dobbiamo metterle in piena luce d’estate, possibilmente all’aperto, e poi… prepararci all’inverno. Sarebbe più giusto dire prepararle all’inverno, però siamo noi a dover entrare nell’ottica che il troppo accudimento è dannoso.
Dovremmo nasconderci l’annaffiatoio e:                                                              1°smettere di essere ansiosi al primo “appassimento”
2°accettare  una leggera disidratazione invernale
3°capire che  il “gonfiore”  non è sempre sano.

Per mantenere la forma primitiva delle piante, occorre farle asciugare perfettamente, PRIMA del ricovero invernale. Noi che abbiamo la fortuna di vivere in un paese nebbioso, (la nebbia è uno spettacolo da visionari), ci preoccupiamo di spostare le piante in luoghi riparati, (anche la nebbia bagna e bisogna evitare che le piante ne siano esposte), senza annaffiare, già da metà ottobre. Solo col terriccio perfettamente asciutto da qualche settimana, la pianta capisce che è ora di riposare.

L’eziolatura è un danno irreversibile.

Questo non significa che dovremo buttare le piante deformi; sarà molto piacevole guardare, a distanza di anni, quanta strada abbiamo fatto insieme alle nostre piante. Le nostre inesperienze ormai risolte saranno  lì, portate in memoria dai nostri vecchi esemplari, che non saranno al meglio per canoni da perfezionisti, ma…chi lo è?  Possiamo forse chiamare Piante con la P maiuscola i poveri esemplari perfetti, coltivati in fretta, concimando a dismisura? Sono esteticamente perfetti, perché sono coltivati in modo artificiale, lontani dalle difficoltà della vita, però, quando arrivano a casa nostra, all’aria aperta, sono fragilissimi  e inadatti a vegetare senza artifizi.

Dopo tutto questo parlare rimane solo un suggerimento da scrivere: se proprio non possiamo evitare di prenderci cura esageratamente, se è più forte di noi il dover annaffiare, non resta che… ricalibrare la dimensione dell’annaffiatoio 🙂

maggior responsabile dell'eziolatura
maggior responsabile dell’eziolatura

 

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semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.

I semprevivi, Sempervivum tectorum, danno il meglio sotto la brina.

semprevivi sempervivum tectorum
semprevivi sempervivum tectorum

si ricoprono di cristalli e ci fanno riflettere sul  modo di dire “sembra finto”.

E’ il finto che deve essere fatto così bene da sembrare vero, non il contrario.

Sempervivum tectorum ha foglie lanceolate, molto carnose, ciliate, lunghe fino a 8  centimetri. Le minuscole ciglia sul margine delle foglie, trattengono la nebbia e, se la temperatura scende, diventano magiche.

E’ la pianta che, per tradizione, viveva sui tetti del forno e del gabinetto, delle case di campagna.
Da una singola rosetta appoggiata sui coppi, (senza artifizi, solo appoggiata!) prende vita una colonia inarrestabile che, in poco tempo, ricopre ogni centimetro disponibile. Poi si sporge dal tetto con lunghi stoloni, a cercare nuovi spazi. Se proprio non c’è più posto, trascorso un periodo ragionevole, per dar tempo al vento di provare a farla traslocare “a spinta”, lo stolone secca, e la rosetta parte alla ventura, cadendo…dove capita.

Sempervivum: nel vero senso del termine, mette radici ovunque cada. Se non cade sulla terra, basterà una crepa nel cemento, una pietraia, per ripartire con una nuova colonia, alla conquista del mondo. Le rosette cambiano colore e consistenza a seconda dell’esposizione solare e del fondo di coltivazione. Se in pieno sole, sui tetti, in estate le foglie sono rossicce e sottili. Disidratate se piove poco e costrette a bere solo rugiada, gonfie se le le aiutiamo con qualche annaffiatura.

Nella maggior parte delle case contadine non si coltivava niente “solo” per bellezza. Non perché mancasse il buongusto, ma perché mancava il tempo, e per via dell’acqua da attingere col secchio, dal pozzo. Il Sempervivum tectorum aveva tanti usi pratici e tanti magici. Il nome popolare, “erba dei calli”, ci racconta che veniva usato per esfoliare gli occhi di pernice e i duroni. Ci sono notizie anche di rimedi per curare mal di denti, sordità, bruciature.  Ma non esiste pianta a cui non sia attribuita anche una capacità magica. Sempervivum è una rosetta bassa, semplice semplice, morbida, senza difese, eppure…era considerato il parafulmine della casa!  Sembra poco? Mescolata con altri ingredienti era l’erba magica per preparare l’arcano, ossia la pomata che, spalmata sulle mani, le rendeva invulnerabili, capaci di afferrare anche il ferro rovente. Un perfetto isolante! Su questo direi che ci toccherà fidarci ciecamente del vecchio testo da cui ho preso la notizia.

Ma in tema di isolamento verde (che fa tanto tendenza),  Sempervivum tectorum, può funzionare come isolante coltivandola sul tetto? Ovvio che un tappetone verde spesso dieci/quindici centimetri, non può non funzionare. Diventa un groviglio di radici carnose, intrecciate alle proprie foglie secche e alla polvere. Isolante lo è di sicuro. Mi domando se sia un discorso valido o un’idea romantica.

Le piante riconquistano i loro spazi, colonizzando le macerie, ripopolando le cave dismesse, per nostra fortuna, ricostruiscono quello che noi distruggiamo. Però, l’idea romantica, di solito non è quello che intendiamo per “avere un tetto sicuro sopra la testa”. Credo sia difficile pensare a un tetto senza infiltrazioni con tante radici sopra, a meno che non si sia disposti a predisporre con guaine la copertura, come si fa per i giardini pensili veri e propri. Inoltre, in caso di nevicate “eccezionali”, la massa ruvida delle rosette, sarebbe un grosso problema per il mancato scivolamento della neve e quindi per il peso complessivo.

Ho virgolettato la parola “eccezionali” perché la ritengo abusata. Non mi sembra corretto  definire eccezionali eventi che si ripetono, anche solo due o tre volte, in un secolo. La nostra vita è eccezionalmente breve rispetto alle ere climatiche della terra, cento anni sono solo un attimo per lei. Tutto questo per dire che occorre essere prudenti nelle nostre costruzioni a lungo termine, e che ricoprire i tetti del pollaio o della casetta del cane è già sufficiente per sentirci green, senza rischiare di rovinare il tetto dell’intera casa (se non progettato per giardino pensile).

Mi viene anche un po’ di tristezza quando vedo in tv le coltivazioni  fatte sui grattacieli.  Pensate a quanto materiale di isolamento stendono su quei tetti: dura poco e andrà ad inquinare appena scaduto. (Una volta portato in discarica possiamo anche dimenticarlo, ma non è finita lì). Inoltre, quanto terriccio  porteranno lassù? Per coltivare verdure in un substrato di 15 centimetri appoggiato su argilla espansa, (così era il progetto mostrato in quell’occasione), occorrerà pompare acqua e concime continuamente.  Quanta energia si sprecherà per il trasporto di materiale, che è terriccio universale non TERRA, (c’ è una bella differenza), e per pompare acqua? Tutto questo intanto che, su terreni meravigliosi, si stendono chilometri di pannelli solari, che dovrebbero stare sui tetti, o in luoghi disagiati per l’agricoltura, e si demotivano i giovani a restare o tornare in campagna! C’è davvero bisogno di coltivare sui tetti?

Mi è toccato pure di vedere in una trasmissione sull’agricoltura ( ohibò), la coltivazione di un mini orto in vaso. Si seminava su substrato di terriccio universale e….pannolone per bambini! Non conosco i tempi di smaltimento del pannolone, però so che ci sono comuni che premiano le mamme virtuose che usano quelli di cotone lavabile, per cui…qualche dubbio sulla salubrità è legittimo.

I Sempervivum tectorum appartengono alla famiglia CRASSULACEE. Esistono molte varietà naturali di sempervivum, che sono autoctone  su Pirenei, Alpi,   Appennini e nel nord dei Balcani. Dedicherò un ulteriore articolo alle tante varietà ibride che meritano attenzione, per la loro bellezza e per la loro caparbietà nelle condizioni più disagiate.

I fiori sono estivi,  rosa opaco, sbocciano a mazzolini su un unico stelo, alto da 20 a 40 centimetri. Di solito hanno 13 petali appuntiti,  il frutto è un follicolo. La pianta è monocarpica per cui, dopo la fioritura, muore. Naturalmente le rosette che fioriscono, e quindi muoiono, sono sempre le più vecchie, una piccola percentuale sul tutto.  Vengono trasformate in humus all’interno della grande colonia,  in pochissimo tempo spariranno, coperte da nuova vegetazione.

L’unica manutenzione annuale, necessaria solo se siete molto precisi, è l’asportazione degli scapi fiorali secchi. Cosa che farà il vento per voi, se avrete pazienza di aspettarlo. In questo modo verranno portati “in giro”, nei vortici d’aria, anche i semi, insieme alla vecchia vegetazione. Andranno a colonizzare altrove dimostrando che anche le piante “camminano”.

Non è un fiore vistosissimo se lo si guarda “a terra”, cioè dall’alto al basso. Ha un che di magico se lo si guarda sui tetti, da sotto in su. C’è un che di miracoloso in quelle sagome che si stagliano contro il cielo, ancorate e nutrite solo dalla polvere che si ferma tra i coppi. Così gioiose e grate da riuscire perfino a fiorire…dal nulla.

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Guacamole: chiudi gli occhi e assapora… sei in Messico

Guacamole: seguiamo la ricetta classica messicana e serviamolo con tortillas, totopos, stria e piadina romagnola, su una tovaglia coloratissima.

Guacamole, un pretesto gustoso per sentirsi in Messico.

guacamole a Coyacan
guacamole a Coyacán

Amo dei giovani, gli embrioni di progetti che custodiscono. I viaggi che faranno, i sogni che realizzeranno, o che culleranno per sempre. Amo dei vecchi i loro ricordi, le luci delle immagini che hanno visto e ancora brillano nei loro occhi.

…e poi ci siamo noi, che da ragazzi non abbiamo  viaggiato, non ancora vecchi abbastanza per smettere di sognare (succederà mai?) e non abbastanza giovani per partire, lasciando a casa i brutti pensieri. Abitanti di un’età di mezzo, che non è più forte, e non è ancora debole.

Novembre è stato, per alcuni anni, il nostro “mese del viaggio”. Il viaggio non poteva essere altro che “al Messico”, per amore delle piante, per i colori o forse per atavica memoria. Per questo, da novembre, inizia la malinconia e la caccia all’atmosfera. Ripesco il tappeto messicano, rigorosamente a righe, di colori improponibili, che funzionano a meraviglia come catarifrangenti, nel grigio di bassa collina padana. Indosso gli orecchini comprati alla barranca del cobre e preparo guacamole. Non si evoca bene nulla, senza passare dalla cucina.

Il cibo per ricordare

La mia ricetta del guacamole è semplicissima, fresca e “luminosa”, come il mercato dove l’ho assaggiata la prima volta a Coyacán.

Coyacán a novembre
Coyacán a novembre

Ci misero sul tavolo un piatto di cartone, infilato in un sacchetto da congelatore. In questo modo, il piatto usa e getta, può essere riutilizzato all’infinito, senza lavarlo, semplicemente sostituendo il sacchetto.  Sul banco, davanti a noi, una fila  di terrine piene di salse colorate. In mezzo al deserto di presenze di metà novembre, una signora anziana scaldava sorridendo tacos e tortillas. Fra le terrine, qualche fiore in un barattolo  di latta, disposto senza arte, con gentilezza semplice.

guacamole e fiori gentili a Coyacán
guacamole e fiori gentili a Coyacán

 

C’è anche un “altro” Messico da vedere, fatto di zone hotelere e lusso sfrenato, ma non è nelle nostre corde e, passandoci dentro ogni tanto, ci siamo sentiti turisti, nel senso consumistico-dispregiativo del termine, osservati senza sorriso, trattati a distanza, come inquinatori e guardoni senza empatia, a cui spillare soldi con disprezzo.

ricetta:

Guacamole:
2 avocado maturi (passando il cucchiaio la polpa deve staccarsi bene dalla buccia)

uno spicchio di aglio

uno scalogno e una piccola cipolla (è molto interessante vedere che in Messico non si limitano all’uso di una cipolla, miscelano diverse varietà, arricchendo così il bouquet di profumi e sapori)

10 pomodorini datterini o simili, privati della pelle

4 foglie di coriandolo

cumino, pepe,  un peperoncino (se non è destinato a bambini, ma è buono anche senza)

un lime (o mezzo limone ben maturo)

tritare finemente aglio, cipolla, peperoncino, scalogno e coriandolo, aggiungete i pomodorini tritati grossolanamente e il succo di lime.

Pestate… anzi, “spiaccicate” gli avocado, insieme alla buccia grattugiata del lime. Io uso un’ apposita terrina a “maialino” che ho comprato a Puerto Escondido. Ha il fondo zigrinato, proprio per ridurre la polpa dell’avocado in crema, senza tagliuzzarlo, come farebbero il robot da cucina o il coltello.

Miscelate tutto con cura e lasciate riposare in frigorifero per almeno un’ora, meglio un giorno. Tradizione richiede che la midollona dell’avocado venga nascosta nel guacamole, per rallentarne l’ossidazione.

guacamole messicano
guacamole messicano

 

buen provecho  W   Mexico!!!

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Panettone Vegan Motta: nuova produzione dal 2017

Motta che sfotte i vegani? non ci credo! sicuramente si stratta della preparazione al lancio di una linea vegana

Motta  dice: “avremmo potuto aggiungere bacche di goji…seitan…” no, ragazzi, non scherziamo, il seitan sostituisce la carne, non lo abbinate al panettone!

Lo stesso Motta di “tartufon, c’est bon?”, “du gust is megl che uan?” “c’è Gigi? e la cremeria?”  Questi hanno una squadra di pubblicitari fantastica, non hanno fatto una giggionata, c’è sotto qualcosa…

Sfottere i vegani per il gusto di farlo? uh, non capisco: i vegan sono il 5% della popolazione italiana e sono in aumento. Una minoranza da sacrificare per esaltare la “tradizionalità” del prodotto? Io avrei fatto questo calcolo. 5% vegan, con almeno 5/6 amici cari ciascuno a cui dispiace sentire lo sfottò?  Ci sta, e mancano ancora le mamme, le zie e le nonne, diventano tanti, ne avrà tenuto conto la Motta?

Mia zia per esempio, per questo natale, non ha inanellato nel carrello nemmeno un Motta per i suoi regali, e neanche un Alemagna e un Bauli, niente Buitoni e La valle degli orti, lo sa che sono la stessa cosa, e se prima continuava a comprarli perché c’è lo stabilimento  a Parma, adesso è davvero arrabbiata. E la questione della cessione alla nestlé della parte gelati non le era proprio piaciuta. Era una bella storia quella del fornaio pasticcere italiano. Come vedete la questione “tradizione” che volete sottolineare è un po’…tirata.

Io da parte mia non comprerò nemmeno le merendine da voi quest’anno, quelle per i miei ospiti naturalmente. Certo non basterà che a farvi sorridere, aspetto la nuova produzione io.

Non mi sembra il caso di aprire una discussione sui perché e perché no, dei vegani. Vorrei sottolineare che dal rispetto delle minoranze scaturisce la libertà intellettuale di ogni singolo individuo.

Uova: dozzine di motivi per non mangiarle

Raccomando ai vegani di controllare la vitamina D. Lasciandola scendere troppo, l’umore peggiora e fanno anche male le “giunture” e i muscoli. Si rischia di essere considerati fibromialgici,  e curati con oppiacei… e si rischia di incontrare medici che scuotono la testa giudicando…

Buon Natale senza Motta

Cynanchum marnierianum, asclepiadacea dal Madagascar

Cynanchum marnierianum, asclepiadacea ricadente del Madagascar

 

Cynanchum marnierianum ha l’aspetto secco, morto, per niente appetibile. Forse per una forma di  difesa passiva, perfetta nei confronti delle mandibole di eventuali predatori.

Quando lo comprai, tantissimi anni fa, ero all’inizio della mia collezione, mio marito mi disse “t’è comprè un spròc sèc”. I “spròc” sono i legnetti sottili e secchi che si legavano a mazzolini per avviare la stufa o il camino. Posizionati sotto la legna più grossa, garantivano che la fiamma prendesse rapidamente, e disgelasse le case, la mattina presto. Questo molto prima dell’arrivo dei  maleodoranti cubetti accendifiamma.

Amo il dialetto, la lingua del mio paese, con tutta la cultura che c’è dentro. Ritengo un’imposizione l’esclusione del dialetto dal linguaggio dei bambini. Io,  per esempio, non lo so scrivere e…non è giusto!

Quando  ero piccola, nelle classi scolastiche, si distinguevano i figli dei contadini perché lo parlavano, era sintomo di povertà. Povertà culturale? Assolutamente no, noi sapevamo tante cose, della campagna, degli animali, delle stagioni. Semplicemente non conoscevamo l’italiano. Come oggi i bimbi immigrati. Conoscono “altro”, non l’italiano ma… a questo serve la scuola no?

Cynancum marnierianum viene dal Madagascar, è strisciante, ha rami lunghissimi, grossi fino a un massimo di 4 millimetri, verde-grigio o ruggine-grigio a seconda delle stagioni e dell’esposizione solare. Ho letto che dovrebbe avere foglie opposte triangolari, che durano poco,  le mie piante non le hanno mai avute.

I rami sono tondeggianti, solcati da rilievi longitudinali, divisi in “porzioni” da nodi bene evidenti. Su quei nodi si formano le radici, se ne facciamo talee, o anche, semplicemente, se appoggiano si strisciando sul terreno. Sugli stessi nodi si formano i fiori, a gruppi di 3/4. I fiori sono verdi, con calice piccolissimo e petali uniti a palloncino, tramite le punte,  non  saldate ma solo vicine.

Cynanchum marnierianum

Cynanchum marnierianum

Cynanchum marnierianum non necessita di cure speciali, è resistentissimo sia agli attacchi fungini che agli insetti. Non è appetitoso per la cocciniglia come le altre asclepiadacee.

Il periodo migliore per la riproduzione è da primavera inoltrata a settembre. Ho visto sulle mie piante spettacolari fioriture da ottobre a dicembre,  non ho mai visto frutti. Forse ha bisogno di impollinatori speciali?

 

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Ceropegia armandii: aspetto stupendo inquietante preistorico

Ceropegia armandii ha un grande difetto: sembra finta e quindi è a rischio di palpeggiamenti violenti

Questa “liana spigolosa” marrone scuro attira sempre l’attenzione e, siccome siamo diretti discendenti dei primati, tutti noi abbiamo bisogno di “tastare” le cose che non abbiamo mai visto, per approfondire la conoscenza. 🙂

E’ normalissimo cercare di usare tutti i sensi per “capire” di cosa si tratta a tutti i livelli, la maleducazione non centra. Nel caso di Ceropegia armandii, abbiamo bisogno di capire tutto! Al nostro primo incontro con lei è perfino difficile definire se è animale o vegetale, se è cosa viva o morta, e poi, man mano la curiosità cresce fino a doverla toccare a annusare. E’ ruvida al tatto come un’iguana e le radici abbozzate, su ogni porzione di ramo, potrebbero essere zampette.


Ceropegia armandii è una splendida asclepiadacea proveneniente dal Madagascar, ancora poco diffusa, forse più nota nella versione “green”.
La armandii, cioè quella che ho fotografato è marrone scura tutto l’anno, sono scurissime anche le puntate giovani, anche tenuta all’ombra. La versione Ceropegia armandii “green” che ho visto in vendita aveva sezione più piccola, articoli verdi e fiore diverso.
Queste piante non amano il sole, hanno portamento rigido ricadente, i nuovi articoli crescono in prolungamento di quelli dell’anno precedente, mantenendo,  nel punto di nuova crescita vegetativa, una specie di “incastro”, molto marcato. Hanno foglie piccolissime, solo sulla vegetazione dell’anno, e solo per qualche settimana in autunno.

Sono piante lente, o almeno, sono lente da noi che concimiamo pochissimo, diventano rapidissime solo quando decidono di fiorire. Cacciano un lungo ramo rampicante (non ricadente come il resto della pianta) che si allunga e si attorciglia su qualsiasi cosa possa aiutarlo ad arrivare molto in alto, ne abbiamo avuti anche lunghi un paio di metri.
Questo è il motivo della bruttezza delle foto, erano veramente in alto e fare free klimb non è proprio il mio mestiere.

Ceropegia armandii si riproduce molto facilmente per porzione di ramo. Si tagliano in primavera-estate, porzioni di rami, possibilmente nel punto di intersezione, si lasciano asciugare qualche giorno e si piantano in terriccio ben drenante.
Radica in fretta, non ha esigenze particolari, se non il bisogno di essere difesa dalle cocciniglie che la trovano prelibata.

Un buon insetticida sistemico, che non macchi, è l’ideale in caso di attacchi importanti. Il trattamento va ripetuto due volte a distanza di 10-12 giorni per eliminare anche le cocciniglie nate finito il periodo attivo dell’insetticida.
Per pochi insetti e poche piante si può tentare con macerato di aglio. La pianta è impermeabile per cui occorre spennellare tutta la superficie col macerato, specialmente le parti più nascoste…più volte!

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Sedum spectabile pianta medicinale dei vecchi giardini

Sedum spectabile è quella pianta grassa che trovate nell’angolo più trascurato dei vecchi giardini.

L’autunno è il trionfo dei Sedum spectabile (e non solo, sono tantissimi gli ibridi interessanti di sedum), se è asciutto danno il meglio, se nebbioso, i fiori presenteranno sicuramente qualche muffetta, ma saranno belli comunque.

Oggi parliamo dello “spectabile” perché è il più diffuso, quello ormai autoctono di diritto.

Altezza dai 30 ai 50 centimetri, a seconda della composizione del suolo e della concimazione che gli daremo, foglie ovato-spatolate verde pallido riunite in gruppi di 2-3 ogni nodo, fiori rosa con sfumature malva, riuniti in corimbi larghi fino a 10 centimetri. Fioritura autunnale.

Mi meraviglia sempre  scoprire che anche le piante dei giardini “poveri”, di campagna, quelli costruiti con  scambi e mai acquistando, arrivino da così lontano. Nello specifico, lo spectabile arriva dalla Cina (in tempi non sospetti), nelle vecchie case dell’Appennino parmense.  Nessuno della mia famiglia ricordava come fosse arrivato lì.

A casa mia se ne era persa (o forse non c’era mai stata) l’informazione circa l’uso medicinale, però l’uso  si poteva indovinare perché cinquanta anni fa, in campagna, erano pochissime le piante coltivate solo a scopo decorativo. Le foglie di Sedum spectabile , private della pagina sottile superiore, servono per disinfettare le punture di insetto. Evitano il formarsi di “ponfi” dopo un prelievo di zanzara, e non è poco in pianura padana.

Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d'insetto
Sedum spectabile, tolta la pellicina superficiale si appoggia la foglia sulla puntura d’insetto

Un vecchio muratore la riconobbe come ” la pianta del fridi” cioè pianta delle ferite, mi raccontò che in cantiere ne tritavano una manciata, la mettevano sulle escoriazioni, fasciavano il tutto  e continuavano  a lavorare.

I sedum sono la pianta jolly per l’angolo del giardino dove “non cresce niente”, dove non arriva l’irrigazione, o quello non ancora sgombrato dai rottami del muratore. Dedichiamo all’angolo-rottami un pensiero gentile e ne avremo grandi soddisfazioni. Se lo sgombero  non si può fare nell’immediato, non arrabbiamoci troppo,  sfidiamo la sorte avversa e decoriamolo!

Quel cumulo di materiale inerte è ben drenato, come una montagna di lava, per cui le piante grasse ci staranno benissimo. Scaviamo qualche buchetta e mettiamo terra oppure riempiamo quelle già esistenti oppure…affidiamoci alla povere portata dal vento e piantiamo direttamente i nostri sedum in quei piccoli anfratti che imitano egregiamente le crepe delle rocce.

Il risultato sarà sorprendente. Sono tante le varietà di Sedum resistenti al gelo, diverse per portamento, dimensione e colore. Scegliendo con cura si potrà ricoprire completamente la superficie da nascondere e creare un bel movimento di farfalle api e bombi. Questi ultimi amano questa fioritura in modo particolare. Se invece avete poco tempo per la ricerca di sedum “strani” o preferite fare altro, basterà un Sedum spectabile di partenza: taleando i rami in piena estate  e dividendo i cespi in primavera, ne avrete tantissimi esemplari in fretta. E’ piuttosto semplice anche la riproduzione da seme ma i semi non sono facilissimi da reperire.

Una caratteristica molto piacevole dei sedum rustici è l’accenno di vegetazione che si trova alla base dei vecchi rami, ancor prima che secchino. Sembra una garanzia per la prossima primavera.

Sedum spectabile, vegetazione autunnale
Sedum spectabile, vegetazione autunnale

 

Un bellissimo accostamento può essere fatto con Sedum sieboldii, però credo che potrebbe poi diventare un problema rimuovere il mucchio  di calcinacci perché…troppo bello!

Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Il sedum spectabile ha bisogno di una sola manutenzione annuale, nel tardo autunno avrà bisogno di essere “pulito” dai rami secchi e dalla foglie marcescenti che saranno sul terreno intorno alla base. Non è un’operazione indispensabile per la vita della pianta, però le darà un aspetto ordinato e pulito.

Se avete una buona manualità potete utilizzare gli apici fiorali per ghirlande e centrotavola invernali. Per questo scopo, è meglio raccogliere i fiori ancora belli colorati e farli seccare in luogo asciutto e arieggiato. Seccando sulla pianta possono diventare opachi per la nebbia della stagione.

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Sedum sieboldii: erba Teresina. Crassulacea giapponese

Sedum sieboldii: crassulacea giapponese resistente al gelo, semplice, graziosa, senza prestese.

Sedum sieboldii è sicuramente una delle “grasse” più popolari che conosco.

Onnipresente nelle vecchie case, è arrivata da lontano senza tanto chiasso. Ognuno le dà un nomignolo diverso,  tutti vezzeggiativi, forse per il suo aspetto così “ricamato”. Mia suocera la chiamava  Teresina, la dimenticava in un angolo per tutta l’estate, per poi riscoprirla in autunno.

A novembre dà il meglio, le foglie azzurrine, a verticilli di  due o tre, virano al rosso, con sfumature dorate, poi ogni apice si decora di un pon pon composto da decine di fiorellini rosa. Non chiede nulla, se la rinvaseremo al momento giusto (senza rimandare per anni), e se la concimeremo  (meglio utilizzare preparati poco azotati), ci regalerà foglie più grandi e grasse e fiori più “grossi”, se non la cureremo per niente, vivrà ugualmente e fiorirà…nonostante noi.

Viene dal Giappone. I giapponesi sono considerati i maestri delle cultivar, creano continuamente ibridi che appassionano milioni di persone nel mondo, e ne deludono  altrettante,  per l’innaturalità e la fragilità di questi ibridi. La loro “Teresina” invece, tutta naturale, conquista anche chi non colleziona succulente, con la sua versatilità.

Noi la coltiviamo in terriccio da piante grasse, ricco di materiale inerte, sta bene anche in terriccio universale o argilloso, devo ancora trovare un composto che non le piaccia. Nei vasi appesi fa un figurone, ricadente sul davanzale sembra il vestito a balze di una ballerina gitana. La forma variegata crema è leggermente meno vigorosa, ma altrettanto indistruttibile.

Finita la “fiammata” autunnale, gli steli seccano e rimane dormiente tutto l’inverno. Prima di fermare del tutto la vegetazione, prepara le nuove puntate per la primavera successiva, che rimarranno almeno tre mesi rasoterra, come affacciate sul nuovo anno.

Si può riprodurre dividendo il rizoma in tante parti, a primavera. Questo è un metodo che non mi piace,  le vecchie piante corpose sono stupende. La soluzione alternativa è sacrificare qualche ramo in estate. Si taglia alla base, si seziona piantando  sotto terra un paio di centimetri di fusto, fino al nodo di intersezione delle foglie, loro devono restare fuori ad assicurare la fotosintesi. Fatelo quando il fusto è “corposo”, a fine giugno. Se saprete curarla bene, con le annaffiature giuste, tenendola all’ombra fino a radicazione avvenuta, fiorirà già il primo anno.

Come manutenzione straordinaria richiede solo una pulitura per liberarla dai vecchi fusti una volta seccati. Non un solo motivo per non averla!

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cactacee e succulente: temperature minime per superare l’inverno

Cactacee e succulente: per ogni pianta cerchiamo la  temperatura ideale per superare l’inverno

Inverno-pianura padana-piante grasse:  ecco fatto! Se questi soggetti possono stare nella stessa riga, possono anche convivere. Il trattino che le unisce è la passione di chi le coltiva.

Viviamo ai piedi delle prime colline che portano all’Appennino, da una parte le salite e i primi pendii, dall’altra, basta attraversare la pedemontana e la pendenza verso Parma si fa quasi impercettibile, è già pianura, quindi nebbia e galaverna da novembre a marzo. Siamo stati una palude, non c’è niente di strano se sopra le nostre terre (che sono una bonifica) i vapori sembrano quelli di un paiolo, per tanta parte dell’anno. Ovvio che coltivare piante grasse qui comporti qualche difficoltà, inutile dire che in quanto appassionati di piante “toste” siamo un po’ tosti anche noi e accettiamo per le nostre piante,  i traslochi a cadenza semestrale che la temperatura richiede.

Da bravi collezionisti, oltre che venditori, siamo anche accumulatori seriali, per cui, durante l’estate compriamo chicche, riproduciamo e seminiamo a tutto spiano, per poi ritrovarci in autunno con migliaia di piante che richiedono di essere riparate. Quella che a prima vista e in pieno sole  sembrerebbe un’impresa impossibile, si trasforma in un “si-può-faaare!!!” appena la temperatura scende e arrivano le prime nuvole fredde. A questo punto potrebbe partire il capitolo consigli basato sulle nostre esperienze, studi, conoscenze ecc ecc. ma prima, accettate il consiglio più utile che mi sento di darvi: NON FIDATEVI DEI CONSIGLI!!

Paradosso? No, saggezza e piante sacrificate a suggerimenti seguiti alla cieca. Chiunque vi consigli, lo farà come me, in base alle sue esperienze ma, come nella vita di tutti i giorni, quello che va bene per uno non è detto funzioni per l’altro. Ogni balcone, portico, appartamento, è un microclima unico!!! Non possiamo sperare che una lista di nomi con la temperatura vicina ci indichi in toto che cosa fare. Ci darà un’indicazione preziosa da cui partire per sperimentare, ma non certezze al 100%.

Ogni collezione è unica, è curata con suggerimenti generici che il collezionista adatta alla sua situazione. Il coltivare in casa e in cortile non ha nulla  a che vedere con la vita di serra, quella sono capaci tutti di gestirla, bastano un termometro e un igrometro e il gioco è fatto. A casa tutto è più complicato e quindi più stimolante. Ci saranno sicuramente nella vostra collezione, piante che sverneranno bene in quell’angolino, che magari è un “dente” del balcone che neanche vi piace, ma ci passa sotto un tubo dei termosifoni, oppure in garage o fra le doppie porte. A voi scoprire quale angolo va bene per chi.

In piena pianura padana, su un’alta terrazza vicino a Parma ho visto vivere una squadra di cactacee che da me, a 20 km appena, non avevano superato l’inverno nemmeno dentro la vecchia stalla  riparate col tessuto non tessuto. Erano addossate al muro, sotto una tettoia di nemmeno 40 cm, quindi esposte alle piogge di “stravento” delle bufere invernali e alla neve. Un vero mistero che mi fece sentire coltivatrice inesperta anche dopo tanti anni di coltivazione. Il trucco c’è ovviamente, ed è addirittura doppio. Nell’appartamento, sotto la terrazza, abita un inquilino freddoloso, ma questo non  basta, a piano terra  c’è un ristorante, cucina funzionante 18 ore al giorno e quindi, canna fumaria della cucina che  intiepidisce il muro dietro la schiena delle cactacee tutti i giorni di tutto l’anno!

Quando parliamo di temperature invernali ideali stiamo parlando non solo di minime ma anche di massime. Assolutamente falso che le grasse richiedano temperature alte, non tutte, anzi, quelle che amano il caldo tutto l’anno sono veramente poche. Le cactacee hanno bisogno di SENTIRE L’INVERNO per preparare la fioritura. Se la temperatura sarà sempre estiva…come potrà tornare a fiorire la primavera? Mancherà sempre una stagione per arrivarci. Molte piante nei paesi d’origine vivono grandi escursioni termiche anche quotidiane che noi non possiamo offrire, ma almeno l’escursione estate-inverno cerchiamo di dargliela. Se proprio volete le vostre cactacee a vista, in salotto per i mesi invernali, dovrete rassegnarvi a non vederle fiorire, o fiorire pochissimo. Se riuscite a regalare loro un periodo al fresco vi ripagheranno alla grande.

Ho preparato una piccola dispensa con le mie esperienze, spero possa esservi utile la condivisione dei miei appunti, non è detto funzioni anche a casa vostra; l’abilità di adattare i miei esperimenti ai vostri angoli farà la differenza, renderà speciale la vostra collezione, anno dopo anno.

BUONA COLTIVAZIONE!!!

piante-grasse-temperature minime invernali tollerate

 

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Baobab, Adansonia digitata

Baobab Adansonia Digitata
Baobab Adansonia Digitata

Oggi seminerò 8  Baobab, Adansonia digitata proveniente dall’Africa. Occorrono semi, terriccio e una dose grande di ottimismo. Un seme è sempre  un investimento.

La semina non è particolarmente difficile, anzi! L’ottimismo serve solo per proiettare i pensieri in un futuro lontanissimo dove qualcuno a cui abbiamo voluto bene continui ad accudirli. Ogni seme è un buon pensiero per cui 8 semi… sarà un buon vortice di pensieri positivi; credo che sia questo il vero piacere del giardinaggio, meglio del risultato finale è la preparazione e la proiezione fantastica di quello che sarà.

Il Baobab fa parte della famiglia Bombaceae. L’ Adansonia digitata, il baobab appunto, è l’unica specie che vive in africa, le altre vivono in Madagascar e in Australia.
Il nome Adansonia gli venne dato da Linné in onore del botanico  Michel Adanson. Baobab deriva forse dall’arabo bu-hibab, frutto dai molti semi, o forse deriva da un termine dialettale africano che indica tutte le piante molto vecchie, un vero mistero la provenienza del nome, per questo albero che pare possa vivere un paio di millenni. Vegeta nella superstizione lui, un essere così generoso, che cresce dal nulla di terre povere e secche, si presta anche ad essere venerato o quanto meno circondato di leggenda. E’ la succulenta più grande al mondo e la più longeva in assoluto.
La storia che più lo ha reso famoso e simpatico è la sua sfida a Dio. Forse vedendo la faccenda da un’angolazione più umana possiamo dire che Dio si sentì sfidato e che lui era solo un povero Cristo… no, messa così sembra un paradosso, vediamo se riusciamo a venirne a capo.
Pare che dopo aver tanto sudato, è il caso di dirlo data la temperatura di Senegal e Sudan che sono le sue terre d’origine, per crescere fino a 25 metri, un giorno Dio si affacciò e lo vide. Deve essersi fatto un sacco di domande visto che intorno al Baobab era tutto desertico e lui svettava. Gli chiese se per caso lo stava sfidando. Baobab doveva essere stanco, oltre che sudato, doveva aver faticato parecchio per estrarre acqua da quella sabbia per cui pare che non abbia risposto amorevolmente, addirittura forse gli sfuggì uno sbuffo o forse una pernacchietta. Non si sa di preciso, comunque Dio si arrabbiò parecchio, lo prese con la sua manona, lo sradicò e … lo ripiantò a testa in giù!
Se Baobab fosse stato una pianta morbida, cresciuta nelle comodità probabilmente sarebbe morto, ma noi che abbiamo vissuto nelle difficoltà, prima di mollarci ci pensiamo per bene.
Intorno a lui, poveretto, a testa in giù, facevano la fila indigeni altrettanto poveretti, in cerca di semi, di fiori, perfino della corteccia per curare la malaria, era tutto un pianto.
Baobab decise che non ci poteva mollare, che fino a quando la linfa scorre, il sù e il giù sono solo opinioni, solo punti di vista, e fiorì. I fiori gli uscirono lassù che prima era il suo laggiù, fra quella che ora era la sua chioma, pur mantenendo la forma di radice.
I fiori vengono impollinati dai pipistrelli che golosissimi di polline volano da uno all’altro. I frutti sono bacche dure e fibrose, di forma allungata, possono arrivare a 40 cm di lunghezza. Si mangiano sia la polpa che i semi, e previa fermentazione se ne ricava anche una bevanda alcolica. Coi semi si produce un olio commestibile, coi frutti  un sapone.
La corteccia combatte la malaria, le foglie, secondo recenti studi, sono antitumorali… c’è tutto in albero! Non se lo poteva permettere di morire, per rispetto di chi in piena povertà, contava su di lui.

I semi mi sono stati donati da A.DI.P.A a murabilia, associazione straordinaria!  http://www.adipa.it

Prima di affidarli alla terra tengo i semi in ammollo per 24 ore, in questo modo si ammorbidisce la scorza durissima, è come simulare una stagione delle piogge, ci credono e germogliano meglio. Nascono bene tenendo umido il terriccio per qualche giorno. La crescita per i primi anni è abbastanza rapida poi rallenta. Teme il gelo e l’umidità autunnale della nostra pianura. Non mi pare sia soggetto a malattie, l’esemplare in fotografia  nato qualche anno fa è addirittura caduto dal davanzale a testa in giù ma, come il suo antenato famoso, ha ripreso a vegetare… dopo averci pensato un po’ su.

terriccio per piante grasse: senza bilancino!

 

terriccio nuovo: lo vogliamo nutriente, drenante, duraturo e… perfetto per ogni tipo di pianta, naturalmente.

Per quanto le piante grasse siano poco esigenti, anzi spartane, arriva il momento di rinvasarle e qui, per noi hobbisti perfezionisti, scatta “l’ansia da prestazione”. Prima mossa, correre a vedere da dove proviene OGNI PIANTA della nostra collezione. Coltiviamo, insieme alle piante, anche qualche grande illusione. Quella classica è di sapere, tramite la provenienza, il suolo che desidera, ma (di solito) possiamo solo sbizzarrire la nostra fantasia di viaggiatori da poltrona.
Africa? ci vorrà sicuramente molta sabbia, Mexico? andiamo con rocce da western. Qualcuno arriva a miscelare compattato da edilizia per simulare una death valley padana.
Però tutti abbiamo seguito anche la moda, l’ultima impone l’uso di ackadama, se spendo molto avrò sicuramente fatto la cosa giusta. Ho visto anche piante coltivate in torba pura ed erano splendide.
Naturalmente i “materiali” non hanno tutto quello che le piante trovano nella terra.
Per vivere le piante trasformano l’anidride carbonica e i sali contenuti nel terreno in materia vivente.
Hanno bisogno di Azoto, fosforo, potassio, magnesio, ferro, calcio, silicio, cloro, zinco, manganese e altro ancora, tutte sostanze normalmente contenute nel terriccio.
Credo che la povertà di alcune “modernità” possa essere sopperita da grande conoscenza, cioè, tutto quello che le piante non trovano nel substrato per trasformarlo in energia con la fotosintesi, viene loro somministrato tramite concimazioni continue. Sarebbe come se noi, invece di mangiare vivessimo di vitamine e integratori. A me non sembra la stessa cosa ma si può scegliere.
A livello hobbistico credo sia importante sentirsi indispensabili e quindi la ricerca dei materiali e la continua aggiustatura con alambicchi va benissimo.
A Livello di coltivazione “industriale” occorre essere competitivi e si forzano con gli alambicchi le piante. Il guadagno è misurato col numero di giorni di coltivazione indispensabili per arrivare al momento top per la vendita, e dalla fioritura ottenuta nel giorno giusto per la vendita (cosa vale uno stupendo crisantemo il 3 novembre?)
Noi coltiviamo in terriccio preparato in casa, non abbiamo giorni di vendita obbligata, ortensie per la mamma, mimosa 8 marzo, rose a s.Valentino. Con le grasse siamo più rilassati, fioriscono quando vogliono e sono belli tutto l’anno, anche senza fiore.
Io credo che le caratteristiche fisiche del terriccio siano più importanti di quelle chimiche. Il nostro terreno argilloso di campo potrebbe già di suo essere perfetto se non fosse che asciugando indurisce e “screpola” tranciando le radici più sottili. Si può aggiungere una parte di sabbia per ovviare l’inconveniente, magari anche un poco di terriccio di foglie per dare alle piante una riserva di sostanze nutritive a lungo termine.
Importante accorgimento per chi si cimenta nella preparazione miscelando terriccio da orto è sterilizzarlo. I semi di infestanti germoglieranno nei vasi e togliere le erbacce fra le spine è da fachiri. Meglio passare in forno la terra nel caso di piccole quantità, oppure coprirla con un telo di plastica trasparente per forzare la germogliazione di tutti i semi e quindi estirpare a mano.
La maggior parte delle piante grasse vive in terreno leggermente acido. Le cactacee del nordamerica (ad esempio ariocarpus e astrophytum) vivono in terreno neutro o leggermente alcalino. Per aggiustare il nostro terriccio per loro, si possono aggiungere gesso, calcinacci di muro, marmo pestato o conchiglie macinate. Nella mia zona l’acqua dei pozzi è talmente “dura” che non occorre aggiungere nulla.
Per le piante sudamericane, che invece prediligono PH acido, in particolare le Rhipsalis, ho notato che irrigate con la nostra acqua così calcarea virano al giallo, diventando quasi clorotiche. Per aiutarle si aggiunge torba al terriccio standard e le si espone all’acqua piovana. Evidentemente loro non riescono a scindere il ferro dai sali composti (calcio magnesio e ferro) per poter fare la clorofilla.
Per me che non ho l’età e nemmeno il fisico per andare a vangare carriole di terra la ricetta giusta è:
ottimo terriccio universale per biologico, pomice, lapillo vulcanico e torba bionda in parti uguali. Già miscelare bene queste montagne di terra è una bella fatica, non si può chiedere di più nemmeno a un marito molto disponibile.
Non aggiungo concime perché l’universale è già concimato abbastanza per almeno un anno.
Aggiusto il composto “al momento”, aggiungendo terriccio universale per le asclepiadaceae e le rhipsalis oppure sabbia per i mesembriantemi. Il terriccio si fa anche guardando la pianta e il suo apparato radicale, un po’ “a sentimento”. Ogni pianta è unica e “segnala” i suoi bisogni, occorre solo guardare bene.
Non ho inserito tra gli ingredienti la perlite e l’argilla espansa perché le ritengo troppo leggere, col tempo galleggiano e arrivano ad uscire dai vasi. La perlite è ottima solo per metterci a radicare le talee e secondo me solo per piante facili ai marciumi tipo le asclepiadeceae, per le altre non serve.
Non ho inserito la ghiaia perché è pesante da trasportare e non è un aspetto da sottovalutare quando si hanno piante in vasi grandi.
Sono sempre dell’idea che un hobby debba rimanere una stanza delle meraviglie in cui rilassarsi e non una fatica.

Sarebbe buona cosa preparare il terriccio con molto anticipo e lasciarlo maturare prima di usarlo, al tatto diventa più compatto, un’amalgama dall’aspetto naturale.
Bene, ora che il terriccio è pronto possiamo rinvasare!!!

Rinvasare cactus e succulente: perchè, come, quando


Noi ci prepariamo il terriccio da soli perché non siamo ancora riusciti a trovare un prodotto pronto che soddisfi le nostre esigenze.
Vendiamo il nostro terriccio in sacchi da circa 14 chilogrammi, meglio su prenotazione.

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Aeonium tabulaeforme: mandala vegetale

Aeonium tabulaeforme cattura lo sguardo e lo tiene impigliato nel suo mandala perfetto di foglie sovrapposte. Impossibile guardarlo di sfuggita.

Completa la perfezione del disegno il contorno di peletti di ogni foglia, perfettamente a scalare, fino a un centro che promette altri giri di mandala altrettanto perfetti, in futuro. Si allarga, piatto e preciso fino a un diametro di circa 50 centimetri, rompe la propria perfezione per fiorire e andare a seme e poi muore. Come un vero e proprio mandala sparisce lasciando al suolo molti semi che ricomporranno il disegno all’infinito.


E’ pianta di semplice coltivazione, Crassulacea, bisognosa di terreno ben drenato, ombra, temperatura invernale minima 5°. Non necessita di grandi vasi, l’ho sempre vista con stelo unico, alto pochi centimetri, non ramificato.
Come tutte le piante monocarpiche lascia un poco di amaro in bocca, si è tentati di tagliare il fiore al primo accenno di crescita per allungargli la vita. Fiorisce una sola volta,  poi muore, ma credo che vedere il ciclo vitale completo della pianta sia un’esperienza irrinunciabile, come imparare a lasciare andare le cose e le persone.
Di gran moda, in questo periodo, i mandala da colorare. Sono un surrogato “rapido” del mandala da disegnare e poi dipingere, noi abbiamo fretta.
I monaci buddisti e induisti, che fretta non ne hanno, disegnano i contorni  con sabbia colorata, poi riempiono le caselle con lentezza e precisione. Un lavoro che può richiedere giorni, a seconda del disegno.  Una cerimonia di capacità e pazienza che li aiuta a distaccarsi dal samsara, cioè dalle preoccupazioni della vita terrena,  poi…la distruzione, la sabbia viene mescolata, raccolta e restituita al fiume, a simboleggiare la provvisorietà della vita stessa. Le caselle del mandala, come i nostri pensieri e le nostre esperienze, riempiono di colore la nostra mente e il nostro cuore durante questa vita. Poi tutto si cancella e tutto ricomincia in un agire infinito.

Aeonium tabulaeforme, mandala vegetale.
Aeonium tabulaeforme, mandala vegetale.

Adromischus, piante che raccontano l’Africa

Non si può parlare degli Adromischus senza fare una considerazione sul collezionismo di piante.

Appartengono alla grande famiglia delle crassulacee, provengono dal Namaqualand e dalla Namibia…. c’è un fascino già nel nome di queste terre che non sarà mai svelato ai miei occhi, sicuramente non in questa vita. Le piante che ho fra le mani sono originarie di luoghi che non vedrò…e sono arrivate fino a me. Allora è davvero piccolo il mondo!
Queste piante stupende, di bassa statura, grande succulenza di foglie, aspetto spelacchiato-ciccione in vecchiaia, mi raccontano l’Africa. Stanno bene anche al sole ma un leggero riparo nelle ore più calde le fa belle, ne deduco che vivano in anfratti di roccia, forse riuscendo anche a colonizzarne  le crepe verticali. Mettono radici ad ogni foglia, che si stacchi dalla pianta madre o no. Pronte a non lasciarsi seccare dal sole senza mettercela tutta. In pieno sole rallentano la crescita e intensificano i colori rosso e ocra, all’ombra diventano verdi, elastiche ed adattabili come i più tenaci di noi. Se piove, l’acqua sparge i semi lontano, se non piove si riprodurrà senza spostarsi, tramite foglia, mentre i semi all’asciutto rimarranno dormienti aspettando un passaggio fino al prossimo temporale, anche per mesi.
Anche i colori e la picchiettatura delle foglie fanno sicuramente parte di un piano di mimetismo molto interessante. Vorrebbero vegetare d’inverno ma anche in serra occorre adattarsi come in natura, noi le teniamo asciutte da ottobre a marzo perché la poca luce dell’inverno padano ne rovinerebbe la crescita. Aspettano pazientemente marzo poi, dopo la prima annaffiatura, entrano in vegetazione e… ci perdonano.
Le concimiamo dopo la seconda bagnatura perché con l’asciutto invernale le radici capillari sono andate perdute, meglio aspettare che ricrescano. E’ bene usare concime povero di azoto in modo da non “ingrassarle” troppo e non pregiudicare la fioritura.
In alcuni testi si afferma che la fioritura “è insignificante”, non è così!!! I fiori necessitano di attenta osservazione, non sono grandi o coloratissimi, sono delicati, per veri osservatori.
Detestano i ristagni d’acqua, il terriccio deve essere drenante come per tutte le grasse.
Non presentano particolari fragilità, un buon terriccio e cure amorevoli le mantengono in salute. Naturalmente, conoscendo la provenienza, sappiamo che non tollerano il gelo.
Tutte le piante che coltiviamo NON SONO PRELEVATE IN NATURA.

Se hai qualcosa da insegnarci o da chiederci lascia un messaggio, la nostra curiosità è infinita e la nostra esperienza è a tua disposizione!

Kalanchoe anti cancro naturale

Kalanchoe, curanderos e sciamani la conoscono da sempre.

Le kalanchoe, altre piante del miracolo, ma quante sono?
I pubblicitari e i mass media usano continuamente le parole scioccante, miracolo, incredibile, per attirare la nostra attenzione, a me sembra che siano usate così a sproposito da aver perso ogni significato per cui voglio definire la kalanchoe “semplicemente” crassulacea anti cancro.
Ovviamente come preciso sempre, non sono un medico e non so quali siano le sostanze che portano alla guarigione. Se cerchi informazioni su questo ci sono fonti autorevoli, studiosi che lavorano per  portare alla luce antichi metodi di cura dimenticati con l’avvento della medicina moderna.
Le kalanchoe provengono dal Madagascar e dall’africa, sono state portate dagli schiavi durante la colonizzazione americana. Si riproducono in modo esponenziale e questo ne fa cure a costo vicino allo zero per tutti. Nei paesi poveri l’uso è rimasto costante. In questo momento di grande crisi economica e di valori sappiamo che le cure sono costose e che i nostri sistemi sanitari vacillano. Come abbiamo sentito riguardo alle cura per l’epatite C, siamo in balia delle case farmaceutiche che sono SPA, non onesti ricercatori al servizio della gente. Le cure non sono più accessibili a tutti, è consolatorio sapere che ci sono vie d’uscita.
Le kalanchoe sono circa 125 specie più le cultivar a scopo decorativo.
Quelle oggetto di studio, tradizionalmente usate da sciamani e curanderos sono tre:
kalanchoe pinnata, daigremontiana e gastonis.


La caratteristica di queste piante è la riproduzine esponenziale…come quella delle cellule tumorali nel nostro corpo. Il nome pare venga dal cinese Kalan-chow, crescita invadente.
Le piantine nuove si formano direttamente sulle foglie delle piante madri. Quando hanno raggiunto la dimensione giusta per diventare indipendenti, si staccano e, ovunque cadano mettono radici, anche sulla moquette di casa. Si possono riprodurre anche da foglia semplicemente staccandola e lasciandola appoggiata al terreno.

Hanno gusto un po’ amaro ma sopportabile. Devono essere mangiate crude, una porzione di foglia al giorno, da sola oppure insieme a un’insalata di verdure cotte che ne stemperi un poco l’amaro, oppure frullata insieme alla frutta.
E’ cicatrizzante per impacco, cura l’ipertensione i reumatismi la schizofrenia, gli attacchi di panico, evita lo shock anafilattico. Ovviamente io riporto queste notizie ma rimango sempre e solo la contadina che coltiva queste piante, senza pretese ulteriori. Ognuno il suo!
Viene chiamata la pianta di Ghoete perché, di tutto il mondo vegetale, era la sua preferita e piacere a un poeta non è cosa da poco.
In serra coltiviamo molte varietà di Kalanchoe, la Bearensis che cresce fino a sei metri, tocca il telo e poi, un po’ delusa, si piega verso il basso. ha grandi foglie che in Africa vengono usate come porte-enfant. Un neonato ci sta comodo per quanto sono grandi e ci sta coccolato perché sono ricoperte da una peluria fitta con effetto morbido velluto. Una volta sporcate si gettano, non inquinano e non costano.


la Kalanchoe humilis produce figli ben formati all’ascella delle foglie, si staccano, si interrano e in pochi giorni hanno già radici.


La synsepala invece produce nuove piante alla fine di un lungo stolone

Le cultivar di blossfeldiana sono le più comuni nelle vetrine dei fiorai,  hanno fiori di tutte le sfumature immaginabili, sono molto commerciali ma non per questo vanno sottovalutate. Un tocco di colore mette allegria, e anche questo è terapeutico.
Giusto per non perdere l’abitudine alla critica mi permetto di dire che la bellezza di questi fiori e la durata limitata a causa della coltivazione forzatissima olandese, sono un insulto al buon senso. C’è grande spreco di energia e di conseguenza tanto inquinamento dentro ogni vasetto ma… non è bello guastare la gioia della macchia di colore sul davanzale.


La coltivazione è semplicissima, ricorda che per le piante che vuoi mangiare devi usare terriccio per biologico o terra di campo misto sabbia, concima solo con lupini o letame per biologico.
Tenute a mezz’ombra crescono più in fretta.
Tutte hanno bisogno di temperatura sopra lo zero.
Se vuoi l’elenco completo delle kalanchoe che produciamo contattaci al 347 4121367 oppure lascia un messaggio.
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Rinvasare cactus e succulente: perchè, come, quando

Rinvasare è il momento migliore per conoscere davvero la pianta per intero e mettere alla prova le nostre capacità di coltivatori

9 marzo, in ritardo su tutto e in tempo per tutto, dipende dall’angolazione dello sguardo.
Di norma rinvaso le piante che ne hanno necessità in pieno inverno. Quando finisce la smania del natale, dopo aver rimesso in scatola i nastri rossi, gli angioletti e la tela da pacco paiettatta per l’anno prossimo, possibilmente un momento prima che parta la malinconia….si comincia a rinvasare.
In serra, con i miei ritmi da bradipo, ne ho per tutto gennaio. Non importa essere agili e in forma per fare questo lavoro, è indispensabile solo la tranquillità. Trattandosi di cactacee occorre lasciare il nervosismo fuori dalla porta, giusto per non fare movimenti bruschi rischiando di lasciare qualche brandello di pelle qua e là.
Le piante si rinvasano quando:
c’è un evidente squilibrio di proporzioni vaso pianta,
se la pianta è troppo grande ed esce dal bordo del vaso impedendone l’annaffiatura,
quando è troppo alta o ramificata per rimanere in equilibrio,
quando il terriccio è diventato troppo compatto per permettere all’acqua di entrare e di sgrondare rapidamente,
quando è malata e dobbiamo disinfettarla,
quando è un nuovo acquisto e abbiamo bisogno di controllare lo stato delle radici e di mettere il nostro terriccio, per unificare il ritmo di annaffiature con le piante che abbiamo già.


Per la sopravvivenza hanno bisogno di poche cose, però teniamo presente che il rinvaso e il taleaggio sono due momenti a rischio.
Io rinvaso in inverno per essere certa che la pianta sia a riposo, asciutta da tanto tempo. Pulisco bene le radici dalla vecchia terra, taglio quelle che sono secche o rovinate e rinvaso subito mettendo la terra nuova, perfettamente asciutta.
L’ideale sarebbe lasciar cicatrizzare le ferite fuori terra ma occorre spazio per farlo e in serra non ce l’ho per cui rinvaso subito, la pianta avrà poi tempo di chiudere le ferite anche nel vaso visto che non sarà bagnata per più di un mese. Non ho mai avuto attacchi fungini con questo sistema, cosa che invece può accadere nei rinvasi estivi, quelli che si fanno per emergenza quando la pianta è in piena vegetazione.

Le piante più spinose e più pesanti sono una vera sfida, sono programmate per essere inavvicinabili e il rinvaso richiede una concentrazione davvero zen.
Se siete nervosi…rimandate.
Le spine sono messe a difesa della pianta, al momento che deciderete di prenderla in mano sarete trattati come predatori, quindi uncinati, fiocinati e strappati, come tali.
Io non uso guanti per il rinvaso, non credo che ne esistano di adatti, qualcuno mi ha parlato di guanti da macellaio in maglina d’acciaio ma non voglio rompere le spine per cui uso carta e polistirolo.
Per le piante più leggere faccio una ciambella con la carta di giornale (certi quotidiani sembrano stampati appositamente per questo uso), con questa avvolgo e sollevo la parte spinosa riuscendo poi, tenendola “per il bavero”, a ripulire le radici e a posizionarla nel vaso giusto.

Sfilare le piante dai vasi di plastica è semplicissimo ma sono così brutti che cerchiamo di usarli il meno possibile.
Nel caso di vasi di coccio di solito si sacrifica il vaso. Una martellata bene assestata scarica i nervi e ci risparmia ore di manovre per sfilare radici che possono essere ben attaccate alle pareti del vaso.

La bellezza della pianta viene esaltata dal vaso giusto, dalla forma armoniosa e dalla nuance di colore che faccia risaltare qualche caratteristica, di fiore, di corpo, di spina.
Soggettiva è anche la scelta del terriccio. Non esiste un terriccio che trovi d’accordo tutti i coltivatori professionisti e tutti i collezionisti.
Chiedendo consigli vi accorgerete che tutti noi abbiamo la miscela giusta…secondo noi…e che sono tutte diverse!
I più precisi peseranno col bilancino tutti i vari intrugli provenienti da tutto il mondo e li misceleranno col cucchiaino da caffè. I più disordinati misceleranno un po’ e un po’ di quello che si saranno inventati raccogliendo materiale in natura.
Ogni pianta gradirebbe avere il substrato della zona da cui proviene, non perché lo abbia mai assaggiato (se siamo onesti non compriamo piante prelevate in natura) ma perché la sua famiglia si è specializzata nei secoli in quelle circostanze. Bisogna quindi studiare famiglia, origine, altitudine…. in realtà credo che accettino i nostri paciughi vari senza troppi problemi.
Non me ne vogliano i perfezionisti, sono piante specializzate in difficoltà!
Noi in vivaio prepariamo due tipi di terriccio, per cactacee e per…le altre.
Aggiusto poi correggendolo al momento, a sentimento, a seconda della pianta che ho in mano.
Per le cactacee usiamo una parte di terriccio universale, pari quantità di inerte vulcanico in pezzature diverse e pari quantità di torba bionda.
Per le Cassulacee e le grasse in generale aumentiamo la percentuale di terriccio e torba.
Occorre terriccio universale ottimo, le super offerte non sempre danno risultati soddisfacenti nel tempo.
Abbiamo scelto di non concimare al momento della preparazione del terriccio.
Abbiamo visto che la concimazione contenuta nell’universale è sufficiente, abbondando si rischia di “gonfiare le piante” a discapito della loro robustezza e salute.
Naturalmente per chi non vuole o non può preparare di persona il terriccio si può trovarlo anche già pronto.
Va provato nel tempo perché non tutti rispondono alle caratteristiche di drenaggio e qualità indispensabili alle piante grasse. A volte è macinato come fondi di caffè e quindi praticamente impermeabile, ce ne accorgeremo quando le piante appassiranno per la sete (l’acqua si ferma in superficie). A volte è troppo concimato e gonfia le piante poi si esaurirà in pochi mesi.
Occorre sperimentare le varie marche o trovare un vivaista di fiducia che vi venda la sua mistura segretissima ma non illudetevi, non vi darà mai la ricetta esatta come non ve la darebbe un cuoco!!!
Parlerò di terricci esaminando a fondo i vari materiali in commercio nei prossimi articoli.

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