Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?

Frumento ancora verde ma spighe già gonfie. Giugno, per noi romantici campagnoli,  il tempo che precede le “messi dorate”.

 

 

Mi ci sono voluti quarant’anni per accettare, tra le spighe del FRUMENTO, l’assenza di papaveri e fiordalisi, ora
ci sono da accettare le carreggiate dei trattori che dividono in settori le “piane” del grano.

carreggiate nel frumento, indicano lo spargimento di sostanze "aliene" sul nostro pane.
carreggiate nel grano, indicano lo spargimento di sostanze “aliene” sul nostro pane.

Prima si vedevano solo alla bassa, nelle pianure immense del cremonese e del mantovano, posti da sogno per noi di collina che abbiamo appezzamenti minuscoli, da noi lavorare significa avere trattori sempre in manovra per via dell’irregolarità del terreno e dei poderi piccini.
Alla bassa è raro vedere persone nei campi, eppure non c’è un filo d’erba fuori posto, non un’infestante e chilometri su chilometri di mais di un verde quasi nero. Passando in auto si notano e si apprezzano l’ordine e la pulizia, non la mancanza di uccelli, di erbacce, di “natura”.

Brutta stagione, ecco le due parole che autorizzano anzi, pare costringano, i nostri contadini a spargere anticrittogamici e antiparassitari.
Già il chicco  da seme viene trattato per la difesa da attacchi fungini, la concia lo protegge sia “nel sacco”, che nel primo periodo di crescita, non si chiama chicco, si chiama Cariosside, un nome meno affettuoso che lo allontana dall’idea di cibo.
Va toccato con i guanti, quindi cibo da maneggiare con cautela.
Appena seminato occorre diserbare perché le erbacce sottraggono nutrimento al grano. Occorre distruggere alopecuro, loietto e papavero per cui il Glifosate si poteva utilizzare in pre emergenza entro 72 ore dalla semina. Ora non ho capito cosa succederà ma anche per i prodotti peggiori di solito lasciano finire le scorte per cui per almeno un paio d’anni bisogna mangiarseli a tutti i costi, il nostro fegato dovrà tenerseli…in deroga.
Sembra che ora con gli erbicidi non basti più fare un trattamento,  occorre anche un trattamento post emergenza a fine inverno.
Nel periodo della fioritura occorre anche “dare qualcosina” per l’allegazione (sempre per via del brutto tempo, anche eventuale…), ci sono prodotti definiti “antistressanti nei confronti delle avversità meteoriche”.
Occorre poi intervenire con trattamenti anti-fusarium perché aprile ogni dì un barile rovina il raccolto.
Appena “legati” i fiori hanno sicuramente bisogno di un aiuto per non essere “nebbiati”, semmai la cattiva stagione durasse tutto l’anno.
Occorre poi proteggere i chicchi dentro le guaine perché se c’è rischio di gradine gli insetti potrebbero mangiarli approfittando delle guaine scalfite.
Con questi step di veleni si protegge il grano che noi dovremo mangiare.

Non mi ero mai chiesta quanti trattamenti subisse il grano fino a che ho visto le carreggiate tra gli steli alti. Ricordo le sgridate quando pestavo le spighe andando a cercare fiordalisi e non ti scordar di me, ed ero così piccola che le spighe sovrastavano la mia testa. Vedere quelle carreggiate mi ha dato un’idea di consumo, di sacralità devastata. Erano parallele, a distanze precise, grandi come le barre irroratrici, poco creative, non potevano avere a che fare con gli stessi extraterrestri che fanno cerchi nel grano.
Ho letto che all’interno dei cerchi il grano è “modificato”. Anche quello che mangiamo ogni giorno lo è. Dopo gli anni sessanta i grani coltivati sono varietà moderne. Frumento che rimane basso e produce di più. L’allettamento con relativa difficoltà di raccolta e conservazione è un grosso handicap delle vecchie varietà. Poco importa che il glutine delle nuove varietà sia così estraneo al nostro sistema digestivo da portare alla celiachia. Questa nuova intolleranza porta un giro d’affari favoloso, quindi ricchezza per chi sa approfittarne.

Le vecchie varietà di grano allettano facilmente, producono poco e non sono convenienti.
Detto così potrei immaginare il contadino opulento, arricchito e scaltro, che produce prodotti pessimi per arricchirsi. Forse è meglio fargli due conti in tasca a costui.
Nella nostra azienda seminiamo grano Bologna e Blasco, ottimo grano per la panificazione, definiti moderni perché posteriori al “senatore cappelli” che ha segnato il punto di non ritorno del grano salubre negli anni 60.
I conti li stiamo facendo nelle nostre tasche e siamo certi di non sbagliare.
Il grano Bologna e il Blasco (definito speciale sulla bolla di ricevimento del consorzio perché era proprio bello) dell’anno 2015 ci è stato pagato 146 euro a tonnellata, (tra le mutazioni in corso… sapevate che il quintale non si usa più come unità di misura?)
due conti?
eccoli:
spese di aratura, e preparazione del terreno,
abbiamo seminato i nostri semi dell’anno precedente, operazione non molto gradita dalle case sementiere ma legale dal 2010.
Prima occorreva la fattura d’acquisto per poterlo consegnare al compratore.
grano 2014 pezzo 18 euro ql. Comprando i semi il costo è 40 euro al quintale.
costo di gasolio, manutenzione trattori escludendo l’ammortamento perché sono vecchi.
costo trebbiatura e trasporto al compratore.
Non ho messo le spese di anticrittogamici e antiparassitari perché non li usiamo. I nostri chicchi dell’anno precedente non vengono avvelenati eppure la produzione è buona e ad oggi, dopo mezzo secolo di coltivazione non abbiamo mai perso un raccolto.
Però abbiamo perso il guadagno per colpa di politiche scellerate,  è come se grandinasse ogni anno.
Con i 14,60 euro al quintale si coprono tutte le spese e niente altro.

Se vedete ancora grano nei campi è perché dobbiamo coltivare a rotazione per mantenere la terra fertile e perché riceviamo le sovvenzioni dalla comunità europea. La famigerata PAC che distribuisce a pioggia aiuti agli agricoltori, sia a noi che al principe Carlo d’Inghilterra e a Benetton, forse a loro un po’ di più perché pare abbiano qualche ettaro di terreno in più.
Noi riceviamo l’elemosina perché coltiviamo frumento, stiamo sulle spalle dell’europa perché non siamo autosufficienti eppure vi assicuro che lavoriamo tanto e sappiamo fare il nostro lavoro. Conviene di più far arrivare grano dall’Ucraina e dal Canada che dalle nostre campagne, perché?
Forse le loro coltivazioni intensive costano meno? Forse loro non sono massacrati dalle tasse? Forse smaltiscono da noi prodotti problematici? Perché non si tiene conto del peso ecologico che ha il trasporto di queste merci?
Mi sento davvero poco opulenta e molto schifata.

Ho trovato qui  notizie importanti circa le manipolazioni   che troviamo nei nostri orti e sulle nostre tavole. Pur non condividendo il pensiero del giornalista circa gli OGM ho gradito l’informazione e mi sono fatta le stesse domande.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/

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Pubblicato da

millaboschi

Sono Milla, contadina da sempre, floricoltrice da 15 anni.

4 pensieri su “Frumento, grano, farine, pane. Buon cibo o veleno?”

  1. Ciao, da qualche tempo mi sto facendo le stesse domande riguardo all’uso senza criterio dei diserbanti ed antiparassitari nella produzione di cereali (e non solo cereali). Vorrei chiedervi, rispetto alla vostra esperienza, quale resa avete registrato come raccolto per ettaro. Dall’altra parte mi chiedo chi fissa il prezzo del vostro raccolto e se non sia giusto aumentare il prezzo (pagando il vostro lavoro onestamente, senza speculare) proprio a fronte della resa inferiore.
    Un caro saluto e buona fortuna

    1. ciao Giovanni, per chi ritira il grano, le produzioni agricole si dividono in certificate e non certificate bio, questo fa la differenza nel prezzo e la certificazione ha il suo bel costo. Non esistono rapporti “sulla fiducia” se non con i privati che ci conoscono. Il grano che produciamo in Italia è una rottura di scatole per gli importatori. Lo comprano, giusto per poter mettere “italiano” sul totale canadese ecc che sversano sul mercato. La grave crisi dell’agricoltura è dovuta alle politiche scellerate, non alle erbe infestanti o alla grandine che viene ogni tanto. La nostra produzione per ettaro, senza alleganti e prodotti che aumentino il peso specifico del chicco (esistono anche quelli!!!), varia da 50 a 100 q.li a seconda della stagione. Quello che un’azienda agricola appesa per i piedi non può accettare è proprio la variabilità!
      Occorre calcolare ESATTAMENTE quanto produrrà un ettaro, perché è soggetto a spese fisse, non ci sta l’annata scarsa.La terra va spremuta al massimo, l’agricoltura è diventata industriale per sopravvivere. La coltura “senza rischi” oltre che all’uso esagerato di pesticidi, porta al “mar del plastico” spagnolo, che è il peggio diventato realtà, che dovremo accettare.
      scusami se ti ho sommerso di lagnanza 🙂 ma è tempo di papaveri e fiordalisi e se ne vedono pochissimi!
      grazie per averci letti e per il “buona fortuna”, serve a tutti noi, produttori e consumatori!

  2. Grazie a voi per la risposta.

    Mi piacerebbe però capire meglio (da inesperto della materia che sono) il meccanismo. Mi spiego meglio. Io so di realtà come quelle di Arvaia a Bologna, che prendono il nome di CSA ovvero comunità di supporto agricolo. Qui sarebbe l’associazione stessa, basata sulla fiducia tra produttori e consumatori, a stabilire quanto e come dovrà avvenire la produzione della stagione futura, così come ad assegnare il giusto compenso economico ai produttori. In questo modo, similmente ad un gruppo di acquisto solidale, vengono eliminati gli intermediari ed il prezzo finale è accordato a tavolino direttamente tra produttori e consumatori. Così viene assegnata la responsabilità ai diretti interessati, svincolandola (almeno in parte) dalle borse finanziarie speculative e dalle politiche scellerate. Quindi non è più contemplato in questo caso di dare la colpa alle scelte politiche o alle speculazioni dei mercati, ma tutto viene deciso responsabilmente in prima persona, il che sarebbe un esempio di mercato sano e non drogato.

    Alla luce di questo fatto e di questa possibilità, vorrei capire la vostra posizione. Ovvero se avete mai pensato di avviare la coltivazione solo sulla base di un ‘mercato certo e non drogato’ (come quello di una CSA) ovvero far si che a ritirare il vostro grano, siano tutti e soli ‘privati che vi conoscono’, cioè privati che pagano il vostro lavoro, a prescindere dalle fluttuazioni speculative del mercato.

    Ma forse ho saltato qualche pezzo? Cos’è il ‘mar del plastico’?

    Spero che possano ritornare a fiorire numerosi, papaveri e fiordalisi. Un saluto e grazie

    1. Ti sono grata per l’informazione, ne faccio tesoro! Conosco i GAS e quando ero più in forma ho partecipato ai loro mercati, con aromatiche officinali e succulente, ma non conoscevo questa realtà. ARVAIA è fantastica, è una di quelle cose che fanno ben sperare e quindi rincuorano. http://www.arvaia.it/
      Il mar de plastico è in Almeria, una distesa di serre che si vede dallo spazio. Sotto plastica lavorano e vivono immigrati magrebini, senza imparare la lingua e quindi senza inserirsi nel paese in cui vivono. Usano pestici e ogni tipo di porcheria, loro li respirano e noi li mangiamo. Da li proviene gran parte di frutta e verdura spagnola.
      http://verne.elpais.com/verne/2015/09/23/articulo/1443003299_631218.html

      ancora grazie!

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