Sempervivum tectorum, semprevivi

semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.

I semprevivi, Sempervivum tectorum, danno il meglio sotto la brina.

semprevivi sempervivum tectorum
semprevivi sempervivum tectorum

si ricoprono di cristalli e ci fanno riflettere sul  modo di dire “sembra finto”.

E’ il finto che deve essere fatto così bene da sembrare vero, non il contrario.

Sempervivum tectorum ha foglie lanceolate, molto carnose, ciliate, lunghe fino a 8  centimetri. Le minuscole ciglia sul margine delle foglie, trattengono la nebbia e, se la temperatura scende, diventano magiche.

E’ la pianta che, per tradizione, viveva sui tetti del forno e del gabinetto, delle case di campagna.
Da una singola rosetta appoggiata sui coppi, (senza artifizi, solo appoggiata!) prende vita una colonia inarrestabile che, in poco tempo, ricopre ogni centimetro disponibile. Poi si sporge dal tetto con lunghi stoloni, a cercare nuovi spazi. Se proprio non c’è più posto, trascorso un periodo ragionevole, per dar tempo al vento di provare a farla traslocare “a spinta”, lo stolone secca, e la rosetta parte alla ventura, cadendo…dove capita.

Sempervivum: nel vero senso del termine, mette radici ovunque cada. Se non cade sulla terra, basterà una crepa nel cemento, una pietraia, per ripartire con una nuova colonia, alla conquista del mondo. Le rosette cambiano colore e consistenza a seconda dell’esposizione solare e del fondo di coltivazione. Se in pieno sole, sui tetti, in estate le foglie sono rossicce e sottili. Disidratate se piove poco e costrette a bere solo rugiada, gonfie se le le aiutiamo con qualche annaffiatura.

Nella maggior parte delle case contadine non si coltivava niente “solo” per bellezza. Non perché mancasse il buongusto, ma perché mancava il tempo, e per via dell’acqua da attingere col secchio, dal pozzo. Il Sempervivum tectorum aveva tanti usi pratici e tanti magici. Il nome popolare, “erba dei calli”, ci racconta che veniva usato per esfoliare gli occhi di pernice e i duroni. Ci sono notizie anche di rimedi per curare mal di denti, sordità, bruciature.  Ma non esiste pianta a cui non sia attribuita anche una capacità magica. Sempervivum è una rosetta bassa, semplice semplice, morbida, senza difese, eppure…era considerato il parafulmine della casa!  Sembra poco? Mescolata con altri ingredienti era l’erba magica per preparare l’arcano, ossia la pomata che, spalmata sulle mani, le rendeva invulnerabili, capaci di afferrare anche il ferro rovente. Un perfetto isolante! Su questo direi che ci toccherà fidarci ciecamente del vecchio testo da cui ho preso la notizia.

Ma in tema di isolamento verde (che fa tanto tendenza),  Sempervivum tectorum, può funzionare come isolante coltivandola sul tetto? Ovvio che un tappetone verde spesso dieci/quindici centimetri, non può non funzionare. Diventa un groviglio di radici carnose, intrecciate alle proprie foglie secche e alla polvere. Isolante lo è di sicuro. Mi domando se sia un discorso valido o un’idea romantica.

Le piante riconquistano i loro spazi, colonizzando le macerie, ripopolando le cave dismesse, per nostra fortuna, ricostruiscono quello che noi distruggiamo. Però, l’idea romantica, di solito non è quello che intendiamo per “avere un tetto sicuro sopra la testa”. Credo sia difficile pensare a un tetto senza infiltrazioni con tante radici sopra, a meno che non si sia disposti a predisporre con guaine la copertura, come si fa per i giardini pensili veri e propri. Inoltre, in caso di nevicate “eccezionali”, la massa ruvida delle rosette, sarebbe un grosso problema per il mancato scivolamento della neve e quindi per il peso complessivo.

Ho virgolettato la parola “eccezionali” perché la ritengo abusata. Non mi sembra corretto  definire eccezionali eventi che si ripetono, anche solo due o tre volte, in un secolo. La nostra vita è eccezionalmente breve rispetto alle ere climatiche della terra, cento anni sono solo un attimo per lei. Tutto questo per dire che occorre essere prudenti nelle nostre costruzioni a lungo termine, e che ricoprire i tetti del pollaio o della casetta del cane è già sufficiente per sentirci green, senza rischiare di rovinare il tetto dell’intera casa (se non progettato per giardino pensile).

Mi viene anche un po’ di tristezza quando vedo in tv le coltivazioni  fatte sui grattacieli.  Pensate a quanto materiale di isolamento stendono su quei tetti: dura poco e andrà ad inquinare appena scaduto. (Una volta portato in discarica possiamo anche dimenticarlo, ma non è finita lì). Inoltre, quanto terriccio  porteranno lassù? Per coltivare verdure in un substrato di 15 centimetri appoggiato su argilla espansa, (così era il progetto mostrato in quell’occasione), occorrerà pompare acqua e concime continuamente.  Quanta energia si sprecherà per il trasporto di materiale, che è terriccio universale non TERRA, (c’ è una bella differenza), e per pompare acqua? Tutto questo intanto che, su terreni meravigliosi, si stendono chilometri di pannelli solari, che dovrebbero stare sui tetti, o in luoghi disagiati per l’agricoltura, e si demotivano i giovani a restare o tornare in campagna! C’è davvero bisogno di coltivare sui tetti?

Mi è toccato pure di vedere in una trasmissione sull’agricoltura ( ohibò), la coltivazione di un mini orto in vaso. Si seminava su substrato di terriccio universale e….pannolone per bambini! Non conosco i tempi di smaltimento del pannolone, però so che ci sono comuni che premiano le mamme virtuose che usano quelli di cotone lavabile, per cui…qualche dubbio sulla salubrità è legittimo.

I Sempervivum tectorum appartengono alla famiglia CRASSULACEE. Esistono molte varietà naturali di sempervivum, che sono autoctone  su Pirenei, Alpi,   Appennini e nel nord dei Balcani. Dedicherò un ulteriore articolo alle tante varietà ibride che meritano attenzione, per la loro bellezza e per la loro caparbietà nelle condizioni più disagiate.

I fiori sono estivi,  rosa opaco, sbocciano a mazzolini su un unico stelo, alto da 20 a 40 centimetri. Di solito hanno 13 petali appuntiti,  il frutto è un follicolo. La pianta è monocarpica per cui, dopo la fioritura, muore. Naturalmente le rosette che fioriscono, e quindi muoiono, sono sempre le più vecchie, una piccola percentuale sul tutto.  Vengono trasformate in humus all’interno della grande colonia,  in pochissimo tempo spariranno, coperte da nuova vegetazione.

L’unica manutenzione annuale, necessaria solo se siete molto precisi, è l’asportazione degli scapi fiorali secchi. Cosa che farà il vento per voi, se avrete pazienza di aspettarlo. In questo modo verranno portati “in giro”, nei vortici d’aria, anche i semi, insieme alla vecchia vegetazione. Andranno a colonizzare altrove dimostrando che anche le piante “camminano”.

Non è un fiore vistosissimo se lo si guarda “a terra”, cioè dall’alto al basso. Ha un che di magico se lo si guarda sui tetti, da sotto in su. C’è un che di miracoloso in quelle sagome che si stagliano contro il cielo, ancorate e nutrite solo dalla polvere che si ferma tra i coppi. Così gioiose e grate da riuscire perfino a fiorire…dal nulla.

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Pubblicato da

millaboschi

Sono Milla, contadina da sempre, floricoltrice da 15 anni.

3 commenti su “semprevivi, Sempervivum tectorum, erba dei calli.”

  1. Complimenti per questo bellissimo articolo. Sembra una favola e, lo ammetto, mi ha persino commosso. La tenacia di queste piantine è straordinaria e sebbene non sia da molto che me ne sto interessando, ho capito che da loro c’è solo da imparare.
    Posso approfittare per chiedere, se possibile, ulteriori informazioni riguardo l’utilizzo del Sempervivum (così come il Sedum) come cicatrizzante per ferite cutanee? Come si applica? Anche in questo caso bisogna asportare la pellicola della parete inferiore della foglia e applicarlo a mo’ di cerotto? Grazie.

    1. grazie, le tue parole mi sono preziose!
      Per tradizione si usano le foglie dei Sempervivum spellate, come i Sedum, oppure si fanno impiastri di foglie fresche tritate.
      In Val Taro (PR) si preparava una manteca con foglie schiacciate e lardo di maiale macinato, si spalmava poi sulla pelle come lenimento per ematomi, contusioni, distorsioni e irritazioni cutanee… anche non ben identificate 🙂
      Nella montagna parmense e piacentina c’è ancora qualcuno che la chiama “erba d’urcìon” perché ci facevano gli impacchi per lenire il dolore degli orecchioni. Non male vero?
      buona coltivazione!!!

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