Huernia pendula

parliamo di piante e di fotografia

E’ fiorita in questi giorni Huernia pendula. Cellulare alla mano mi parte la compulsione delle foto. Sembra quasi più importante fotografare che godersi il momento. C’è instagram che aspetta per condividere con gli amici virtuali, c’è il sito che aspetta le foto per poter vendere piante (e riuscire a sopravvivere in un momento così complicato). Ci sono gli amici reali, quelli che trascuro per via del lavoro e del virtuale, a cui comunicherò di essere ancora viva tramite la foto di un fiore.

fotografia: un mondo misterioso (Huernia pendula fa emergere le lacune)

non so esattamente quante foto scatto ogni giorno, tutte da dilettante, come mezzo ho un telefonino smarzo. Rimando il corso di fotografia a quando avrò tempo e a quando smetterò di dirmi -tanto ormai…- (da notare che il corso me lo farebbe mia figlia da remoto visto che è il suo mestiere e non ho nemmeno la scusa del costo, conto sullo sconto 🙂 )

Fotografando Huernia pendula mi sorge la solita domanda: ma perché cavolo non è fotografabile? Perché il colore non somiglia nemmeno a quello reale? Cosa sbaglio? Propongo un esempio:

queste due foto sono state fatte con la stessa luce su fondo di colore diverso. Nessuna delle due è fedele alla realtà.

IL COLORE REALE è quello sotto che però non ci permette di vedere i particolari della pianta, bitorzoli e sfumature non sono visibili

troppo scura per vederla bene, eppure questo quasi nero è la sua bellezza.

lasciando perdere le solite filosofate su quanto sia reale quello che vediamo e su quando sia soggettiva la nostra visione delle cose, mi attivo per fare foto migliori.

Huernia pendurata, basta foto! Parliamo della pianta

Asclepiadacea non comune, di piccola taglia, resistentissima alla siccità, sensibile alla botrite e ai marciumi da troppa acqua. Resiste al sole ma preferisce la mezz’ombra. Nel trovarle un angolino ideale per la coltivazione, dobbiamo tenere conto che spesso in natura le piante così piccole godono del riparo di sterpaglie. Fiore quasi nero, autunnale. Tende a crescere strisciando, emette radici ovunque tocca il terreno. I fiori sono rivolti verso il basso, la parte sopra, cioè il “retro” del fiore è questo:

per vedere altre foto (migliori di queste, perché i fiori vicino al nero sono davvero pochi)puoi seguirmi su instagram.

BUONA COLTIVAZIONE!!!

scrittura, coltivazione e imbarazzo

è quasi imbarazzante scrivere dopo tanto tempo, un po’ come quando non ci si telefona o non ci si scambiano messaggi con una persona cara e si resta lì, bloccati dal dubbio: é troppo tardi? Avrei dovuto farmi sentire prima?

E’ andata così: tra i tanti casini che riempiono le mie giornate, ho pure aperto una pagina su Instagram, poi ho arrancato per mettere foto ogni giorno e avere un minimo di visibilità. Risultato? Ho trascurato il blog e anche un poco la serra, visto che le mani son sempre due e le ore sempre 24. Le mie passioni sono la scrittura e la coltivazione, ha senso fare altro? Sono sempre più legata al cellulare e sempre meno alla parte meditativo-cazzeggiante dell’osservazione delle piante. La pagina è bella (credo 🙂 ricca di foto giornaliere (quella sotto è di ieri) ma lo scambio verbale è ben altra cosa, forse più adatta a me.

è tempo di Lithops e Conophytum: i generosissimi !

grazie Gabriella!

Oggi Gabriella ha lasciato un commento entusiasta sul primo fiore della sua Orbea variegata e io ho capito quanto mi sto perdendo. NON ho visto parecchie cose quest’anno. Perdendo fioriture, nascite e crescite microscopiche delle piante, mi sento più ignorante e meno ricca. Grazie a lei, che mi conosce perché ha avuto la pazienza di leggere il mio libro, io faccio un passo indietro e mi/vi scrivo. Ho deciso di ripartire con le schede delle piante, che sono poi le parole che seguono la gioia dell’osservazione, e altro. Credo che riprenderò l’idea iniziale del blog: descrizione della vita di campagna, con rucola e aromatiche varie, casini, tanti cactus e tantissime succulente, così come viene, in amicizia. Scrittura, coltivazione e imbarazzo superato. Il messaggio di Gabriella è qui: https://millaboschi.com/wp-admin/edit-comments.php

il mio libro è in vendita qui, senza spese postali

se qualcuno avesse voglia di leggerlo o di regalarlo. Ne parlo poco perché ho sempre paura che pensiate che voglio vendervelo per forza 🙂 🙂 ma sappiate che non è così.

Ne sono molto fiera e ogni tanto (abbiate pazienza) lo metterò.

Piante grasse rustiche cioè resistenti al freddo

Sta arrivando l’estate e sembra fuori tempo parlare di freddo? ASSOLUTAMENTE NO! Occorre preparare in anticipo le aiuole invernali per dare tempo alle piante grasse rustiche di adattarsi.

Dopo aver letto decine di articoli a proposito di piante grasse RUSTICHE sento di poter affermare che questo è un termine veramente da elasticizzare un po’ per adattarlo a noi.

Si definiscono piante grasse rustiche quelle che possono vivere, o almeno sopravvivere in pieno campo per tutto l’anno.

È chiaro che interpretando alla lettera, senza alcuna postilla, per le nostre grasse il tema si riduce a tutti i sempervivum, qualche sedum ed Euphorbia e poche opunzie. Decisamente poco per la nostra passione. Meglio sperimentare, magari creando …un campo adatto.

Ma come farlo? Tra le nostre piante abbiamo esemplari magari unici o troppo giovani o forse adatti ma…tutti troppo di famiglia per essere sacrificati!

Solitamente i miei esperimenti durano fino a metà novembre cioè fino a quando le piantine mi guardano con aria così “raffreddata” da costringermi a desistere.

Sicuramente meno doloroso utilizzare le esperienze altrui, ma le condizioni climatiche sono diversissime, anche a pochi km di distanza. Basta la leggera corrente d’aria presente nel letto dei fiumi per cambiare l’intensità della nebbia per cui, da Bannone a Lesignano ( 2 km in linea d’aria) c’è uno scarto di …molte agavi, mammillarie, echinopsis ecc. ecc. per questo motivo le indicazioni di vari cataloghi qualche volta ci hanno delusi.

Per quanto riguarda il “pieno campo” dalla definizione iniziale, occorre ricordare che il nostro terreno argilloso è asfittico e mal drenato per le esigenze delle succulente.

Creare il luogo adatto per le piante grasse rustiche

Indispensabile quindi creare una roccaglia  per svernarle all’aperto.

Purtroppo la roccaglia non può essere composta solo da un paio di sassi come pensavo (considerate le mie forze) ma deve essere abbastanza alta da permettere il rapido scolo delle acque e avere una buona pendenza verso sud per catturare tutti i raggi del sole.

Per limitare le inevitabili perdite occorre:

  • conoscere il luogo di provenienza delle piante (non solo altitudine ma anche longitudine)
  • utilizzare piante non molto giovani e non troppo vecchie
  • predisporre le “aiuole” in primavera per permettere all’apparato radicale di svilupparsi al meglio durante l’estate
  • concimare in settembre con potassio e fosforo per irrobustire la pianta e aiutarla nel lavoro di concentrazione dei succhi cellulari che evita la formazione di ghiaccio all’interno degli articoli
  • tenere le piante in serra fredda l’inverno precedente l’impianto definitivo all’aperto
  • ricordare che oltre all’intensità del gelo è importante, per la sopravvivenza delle cellule, il suo protrarsi in ore e giorni, quindi possiamo aiutarci con qualche telo di tessuto non tessuto come pronto soccorso per allentarne un po’ la morsa in annate eccezionali.

Gli studi più approfonditi che ho trovato sono stati fatti in zone della Francia in cui gela per  circa due mesi l’anno, quindi un po’ meno che da noi, ma loro, i fortunelli, non hanno nebbia e su questo dovremo sperimentare…in proprio.

RESISTONO AL GELO SCOPERTE

 *CYLINDROPUNTIA Imbricata(-24), whipplei, kleiniae, davisii, leptocaulis, viridiflora

 *SEDUM acre, sexangulare, album, telepiastrum, reflexum vive in Russia!,spurium, forsterianum, alpestre, telephium (ha tuberi che in primavera riformano la pianta apparentemente morta durante l’inverno)

  *GYMNOCALICIUM bruchii, gibbosum, brachypetalum

  *NOTOCACTUS submammulosus

  *OPUNTIA humifusa, fragilis, polyacantha, ericacea, macrorhiza, aculEata (tutte le opunzie americane vengono dalle montagne rocciose al nord del 31° e 34° parallelo, quasi una garanzia!), tuna (teme più la siccità del freddo), huajapensis e joconostele(gelano a -5 ma poi ricacciano e i nuovi polloni sono più resistenti), compressa (-26!), Scheeri.    

  *TEPHROCACTUS darwinii

RESISTONO ALL’APERTO SE PERFETTAMENTE ASCIUTTE

   *AGAVE parryi, utahensis, neomexicana, arizonica, americana, toumeyana,victoria reginae, leopoldii

   *ANACAMPSEROS una vera sorpresa!!!

   *ARIOCARPUs fissuratus(-10)

   *ASTROPHYTUM myriostigma(-5)

   *ECHINOCEREUS viridiflorus, reichembachii, triglochidiatus

   *ESCOBARIA vivipara(-23), missouriensis

   *CAMAECEREUS silvestrii

   *CARNEGIA

   *DELOSPERMA cooperi, nubigeum

   *DINTERANTHUS (-4)

   *PEDIOCACTUS E SCLEROCACTUS con suolo secco resistono fino a – 12

   *CORIPHANTA sulcata, macromeris, durangensis

   *CRASSULA sarcocaulis

   *ECHINOCACTUS grusonii (-4)

   *ESCOBARIA vivipara, leei

   *FENESTRARIA (-4)

   *GYMNOCALICIUM saglionis, cardenasianum

   *GRAPTOPETALUM paraguayensis

   *LEWISIA

   *MAMMILLARIA heideri, wrightii, grahamii, viridiflora, senilis, lauii, dasyacantha

   *OBREGONIA denegrii (-7)

   *OPUNTIA ericacea, basilaris, polyacanta var. rufida, clorotica, engelmannii, macrocentra, tuna ( resiste bene da noi anche protetta solo da un telo), phaeacantha (la varietà    comanchica resiste a – 15).

    *ORTEGOCACTUS –7

    *TALINUM

    *THELOCACTUS macdowelli

    *TITANOPSIS –4

 

Tollerano sporadiche gelate

    *YUCCa filamentosa, glauca

    STANNO BENE IN SERRA FREDDA

    *ALOE saponaria, ristata, brevifolia

    *CLEISTOCACTUS, COOYOCACTUS, ECHINOPSIS, GYMNOCALICIUM,  LOBIVIA, OREOCEREUS, PARODIA, REBUTIA, TRICHOCEREUS, WEIGARTIAE, WIGGINSIA, qualche CEREUS e qualche NEOPORTERIA, GEENOVIA (-6), THELOCACTUS macdowellii

    *EUPHORBIa dendroide, resinifera

    *LEWISIA

Per quanto riguarda la temperatura della SERRA RISCALDATA , l’esperienza che ho è lunga 20 anni.

Mantengo una minima invernale da 5 a 7 gradi con puntate di massima a 37 nelle giornate soleggiate di gennaio.

Non bagno (orrore!!! Nemmeno le haworthie! per non creare umidità pericolosa per le cactacee) da fine ottobre al 28 febbraio. Arriviamo (io e le piante) alla ripresa vegetativa senza danno, è capitato di dover fare trattamenti preventivi con fungicida per paura di non saper gestire al meglio l’areazione invernale

Tornando alla rusticità, ricordiamoci che, a volte, bastano un muretto, una siepe, addirittura un grosso vaso per avere una zona più dolce. RICORDIAMO CHE NELLE ZONE MOLTO NEBBIOSE TUTTO QUANTO ABBIAMO DETTO FIN QUI VA RIDIMENSIONATO: le piante “bevono” la nebbia e rischiano molto di più.

Sono sicura che sperimentando personalmente troveremo angoli riparati, sicuri e unici, nei nostri spazi, per creare nicchie di coltivazione molto soddisfacenti.

Lo spirito di sopravvivenza delle nostre piante ci stupirà ancora!!!!

Naturalmente per tutte le centinaia di piante che sono rimaste fuori da questa breve lista attendo notizie delle vostre ricerche. Partendo dalla convinzione che sono escluse “dall’aperto” in Europa solo le piante equatoriali come melocactus, Uebelmannia e peresckia c’è parecchio da provare, anzi, ricordo di aver visto non so dove una bella foto di melocactus sotto la neve. Certo sarà stato un evento straordinario, però…è stato! Quindi…

                                      BUONA COLTIVAZIONE!

Crassula “Buddha’s Temple”: delizioso ibrido

in vendita qui: https://www.castellarocactus.com/catalogo-crassulaceae/

Crassula “Buddha’s Temple” è una deliziosa pianta dalle dimensioni ridotte che attira l’attenzione per l’aspetto “a pagoda”. Si tratta di un ibrido prodotto nel 1959 tra Crassula pyramidalis e Crassula perfoliata var. falcata.

foglie perfettamente compatte

“non amo gli ibridi”

ecco una frase che ho ripetuto spesso e che mi devo rimangiare. Rimangiare nel senso vero della parola se parliamo di frutti o di verdure abilmente ibridate per una resa produttiva migliore. Nel caso di “Buddha’s Temple” l’aspetto così orientale è irresistibile. Le foglie piatte, disposte in file da quattro con gli angoli esterni leggermente sollevati la rendono molto simile a un tempio.

facile coltivazione e… delusione autunnale

si coltiva all’ombra, in terriccio povero:

https://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

In terriccio ricco diventerebbe più bella, più verde e più grande, perdendo però la compattezza che la identifica. Coltivando una pianta quasi tutti immaginiamo la fioritura come premio per la nostra costanza. Ahimè! la parente monocarpica di crassula “Buddha’s Temple” ci rovinerà la festa: quasi tutte muoiono dopo la fioritura.

fiori senza stelo sull’apice del fusto

come rimediare?

per non perdere la pianta occorre togliere polloni laterali e riprodurla durante l’estate. E’ molto facile, ci può essere qualche difficoltà nella radicazione solo se pretenderemo di farlo in tempo di caldo torrido. Il periodo in cui ho avuto i risultati migliori è maggio/giugno. Mi sembra bello superare l’ostacolo del “tanto muore” e non privarsi di tanta meraviglia.

eccezioni di Crassula “Buddha’s Temple”

Non tutte muoiono dopo la fioritura, ne ho avuto un clone che entrava in sofferenza ma si ripigliava in un tempo relativamente breve. E’ importante ricordare che le eccezioni esistono (e che si scrive con una z sola per non doverlo cercare su google). Qualche tempo fa scrivendo su fb che avevo una crassula Buddha’s Temple da 5 anni e che era in ottima salute, ho ricevuto un attacco violentissimo da parte di un leone da tastiera, probabilmente inferocito dalla perdita dei suoi esemplari. Internet è uno strumento magnifico ma anche un’arma alla portata di tutti. Probabilmente la mia pianta aveva assorbito poco dell’antenata monocarpica e il leone poco dell’intelligenza dei sui avi.

per info basta un messaggio al 347 4121367 oppure una visita al sito castellarocactus.com dove la troverete insieme a tante altre meraviglie

Ornithogalum sardienii: piccole grandissime gioie

Ornithogalum sardienii è un piccolo gioiello che svelerà le sue meraviglie solo se saremo abbastanza attenti nell’osservazione. Il bulbo si protegge dal sole con pellicole trasparenti che si screpolano durante la crescita e seccano ma rimangono a protezione della pianta per qualche anno.

scoprire rarità

Meno comune del suo parente Ornithogalum longibracteatum, si potrebbe definire pianta umile per le sue dimensioni ( bulbi max 2 cm diametro) e il suo fogliame filiforme. Come tutte le cose preziose sfuggirà al profano o al distratto.Se invece sei succulentofilo come me e la maggioranza dei lettori di questo blog scoverai Ornithogalum sardienii da lontano e ti sembrerà che ti chiami.

in vendita qui : https://www.castellarocactus.com/catalogo-liliaceae/

coltivazione di Ornithogalum sardienii

coltivo e riproduco questa pianta da qualche anno e mi sento di poter affermare che è pianta semplicissima. La coltivo con sole schermato in terriccio da cactus, https://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/ chiede poca acqua estate e inverno. Da il meglio del suo verde nella stagione invernale ma cresce tutto l’anno. Proviene dal Sudafrica.

fiorituraornithogalum sardienii

fiori delicatissimi, in linea con la semplice eleganza della pianta. Fiorisce a luglio quando le foglie sono ridotte al minimo. Dalla foto si vede quanto serva una macchina fotografica per avere macro decenti. Purtroppo con un cellularino (un po’ smarzo) non sono riuscita a fare una buona foto. Rimedierò aggiungendo le istruzioni per l’uso. Dai un’occhiata alla foto e poi chiudi gli occhi e migliora l’mmagine con la fantasia. Forse quest’anno riuscirò a fare di meglio, di certo ci proverò. Credo che il documentare con foto ben fatte sia indispensabile per dare un modesto contenuto alla cultura del verde.

Su questa bellissima pianta è ancora raro trovare notizie attendibili e non ho trovato tracce di lei sui miei libri. La ricerca continua con la promessa di integrare le informazioni appena possibile. Del resto cos’è il collezionismo se non curiosità insaziabile?

Tijuana, miseria e speranza

eccoci a Tijuana, dopo avere sorvolato chilometri di baracche di lamiera stese sulla collina, siamo riusciti a scendere a terra, vetri dell’aereo appannati e dolore alle orecchie, poi il caldo assordante di novembre che sale dall’asfalto, dalla terra battura e dall’emozione di un luogo nuovo, mitico, cantato.

Arrivati a Tijuana

Facce da italiani: la dogana ci controlla i bagagli mentre tutti gli altri, che sono messicani, escono tranquillamente. Tassisti abusivi e non, ci assalgono. Ovunque pubblicità di studi dentistici, Probabilmente il cambio favorevole attira i sorrisi americani. La strada costeggia il confine ma alla mia destra, dove mi aspettavo di vedere l’America c’è solo un alto muro di lamiera che nasconde alla vista San Diego e i suoi lussi.

Il muro

Immagino dall’altra parte un’ombra fresca, mentre qui il riflesso del sole respinto verso sud ha “strinato” anche l’erba del fosso. E poi iniziano a sfilare di fianco all’auto le croci: di legno malamente conficcate a terra, la maggior parte inchiodate al muro, dritte, ciondolanti, storte, screpolate, con un nome inciso oppure mute. La guida ci spiega che sono i mojado che non ce l’hanno fatta, quelli che non sono arrivati ma non ritornano e senza nemmeno una pausa rispettosa continua a parlare, chiedendo se abbiamo allergie. Sembra tutto normale, c’è da organizzare per la cena.

Normali orrori

Dopo tutto “normale” lo è davvero visto che succede ogni notte. La maggior parte di loro non ha nemmeno la croce ma solo un mucchietto di polvere nel deserto spostata dal vento. I coyote di cui parla Manu Chao sono i traghettatori di queste anime disperate, gli “scafisti” dell’inferno fra Messico e America, il deserto come il mediterraneo.

Magone

Non riuscii a fotografare quelle croci, abbassai in grembo la digitale per non profanare la tomba e piansi. Tra le lacrime, nel riverbero feroce del muro, quelle braccia sembravano muoversi e sentivo mormorii, le borse di plastica sparse sul bordo della carretera sventolavano come fantasmi. L’autista si accorse del mio sentire e attraverso lo specchietto retrovisore mi sorrise e mormorò in un bell’italiano orgoglioso: è andati, non sofriscono. Lui è messicano e sottostà agli ordini secchi della guida che è un genovese dalla faccia da galeotto.

Vil razza dannata

La salita che porta fuori Tijuana è un cantiere, brulica di messicani che continuano la costruzione del muro. Si chiudono dentro? Chiudono fuori gli americani? Forse serve semplicemente un supporto per le croci dei prossimi giorni e loro sono manodopera a basso costo ingaggiata dall’America per crocifiggere sé stessi. Ma Dio dov’è? Forse su una di quelle croci?

Tijuana:
il muro ancora in costruzione

Vacanza

andiamo verso il Pacifico, il giorno del viaggio tanto sognato è qui e di certo non posso piangere tutto il tempo, che se ci penso bene non posso farci niente e non è mia la colpa di appartenere alla sciagurata razza umana. Ho la felicità di un’alga spiaggiata ma vado avanti: alla maggior parte del mondo non importa come mi sento nè di questo muro e dei barconi nel mediterraneo. Chiudo la tristezza in fondo alla valigia e l’affogo in questo oceano che scava sotto i piedi e si solleva in onde come se gli battesse il cuore.

Andrei al Mexico

Si avvicina novembre: quanta voglia di riempire una valigia e andare via (il Mexico andrebbe benissimo). Va bene anche uno zaino che non sono poi tante le cose indispensabili, le scarpe di scorta per non restare a piedi nudi nel deserto, le pastiglie per la pressione e un po’ di polverine per la maledizione di Montezuma, maledetto lui e la sua divina cioccolata. Servono i soldi, ma quelli quando si parte son già sul conto dell’agenzia e sembra di viaggiare gratis. Che voglia di sentire lo stomaco che rimane a terra ancora per un attimo dopo il decollo!

ho viaggiato troppo poco

Noi si partiva a novembre, quando la campagna dorme e si può scappare un momento senza trascurare niente e nessuno. Abbiamo fatto pochi viaggi, siamo contadini e abbiamo radici che non si possono portare da nessuna parte senza soffrire, ma il sogno del Mexico lo abbiamo realizzato ben tre volte.

2020

non si può andare da nessuna parte! Ecco: per me il coronavirus è una scusa decorosa anche se so bene che le energie per un viaggio non ci sono più. Faticoso da dire perché è una ammissione senza ritorno, buona da oggi per tutta la vita. La preparazione del viaggio è la ricerca della strada giusta, del luogo che ci evochi qualcosa (qualsiasi cosa) magari un filo di malinconia o un batticuore che non si sa più se viene da un film o da una vita passata, si può farne senza?

Chilango?

Oggi mi viene da pensare allo sbarco a Città del Mexico: eccomi a casa, ma perché mi sento così se non ci sono mai stata? Ma davvero davvero mai??Ma proprio mai? E allora perché sembra tutto un ricordo? Ricordo di avere socchiuso gli occhi perché tutti quei colori sembravano esplodere dentro. Le case basse e le scritte pubblicitarie dipinte direttamente sui muri sembravano cuocere nel calore di inizio novembre. Una luce che non avevo immaginato e bouganville che si gettavano oltre i muri di recinzione per accarezzare i passanti. Tutto squillava: i colori, il calore, i clacson, le voci e quelle ore di sole regalate perché doveva essere già buio dall’altra parte del mondo da dove avevamo volato.

solo due giorni

solo due giorni a Città del Messico, e poi di nuovo in aereo per Tijuana, proprio quella di Manu Chao. Un aereo che sembrava un piccolo autobus scassato che però volava anche, e quelle facce da viaggio in provincia che sedevano con noi.

Novembre non è tempo di turisti, Gloria, la bambina vicino a me stava andando dalla nonna a mostrarle il fratellino nuovo e mi parlava sorridendo paziente per la mia ignoranza. Mi spiegò le sue felicità parlando adagio per premettermi di trovare il senso di una lingua che non era la mia. Quando mi disse in inglese che le masse di polvere sospesa sopra il desero erano la spiaggia del cielo ci mettemmo a ridere, mi regalò un braccialetto fatto da lei e fummo perfettamente consapevoli della bellezza di un incontro a mezz’aria su una carretta volante a cui prima di atterrare si appannarono i vetri. Le orecchie punsero tantissimo durante l’atterraggio. Lei si premette un solo orecchio con la mano, l’altra le serviva per premere quello del fratellino, l’amore è proprio questo.

spiaggia del cielo

Gloria

Gloria adesso avrà 25 anni, mi è capitato di pensare a lei durante un’alluvione a Oaxaca e di pregare perché fosse all’asciutto. Alla dogana fermarono solo noi, gli italiani fra tanti messicani. Ci salutammo da lontano con un sorriso mentre continuava a camminare e mostravo i documenti.