Baobab, Adansonia digitata

Baobab Adansonia Digitata
Baobab Adansonia Digitata

Oggi seminerò 8  Baobab, Adansonia digitata proveniente dall’Africa. Occorrono semi, terriccio e una dose grande di ottimismo. Un seme è sempre  un investimento.

La semina non è particolarmente difficile, anzi! L’ottimismo serve solo per proiettare i pensieri in un futuro lontanissimo dove qualcuno a cui abbiamo voluto bene continui ad accudirli. Ogni seme è un buon pensiero per cui 8 semi… sarà un buon vortice di pensieri positivi; credo che sia questo il vero piacere del giardinaggio, meglio del risultato finale è la preparazione e la proiezione fantastica di quello che sarà.

Il Baobab fa parte della famiglia Bombaceae. L’ Adansonia digitata, il baobab appunto, è l’unica specie che vive in africa, le altre vivono in Madagascar e in Australia.
Il nome Adansonia gli venne dato da Linné in onore del botanico  Michel Adanson. Baobab deriva forse dall’arabo bu-hibab, frutto dai molti semi, o forse deriva da un termine dialettale africano che indica tutte le piante molto vecchie, un vero mistero la provenienza del nome, per questo albero che pare possa vivere un paio di millenni. Vegeta nella superstizione lui, un essere così generoso, che cresce dal nulla di terre povere e secche, si presta anche ad essere venerato o quanto meno circondato di leggenda. E’ la succulenta più grande al mondo e la più longeva in assoluto.
La storia che più lo ha reso famoso e simpatico è la sua sfida a Dio. Forse vedendo la faccenda da un’angolazione più umana possiamo dire che Dio si sentì sfidato e che lui era solo un povero Cristo… no, messa così sembra un paradosso, vediamo se riusciamo a venirne a capo.
Pare che dopo aver tanto sudato, è il caso di dirlo data la temperatura di Senegal e Sudan che sono le sue terre d’origine, per crescere fino a 25 metri, un giorno Dio si affacciò e lo vide. Deve essersi fatto un sacco di domande visto che intorno al Baobab era tutto desertico e lui svettava. Gli chiese se per caso lo stava sfidando. Baobab doveva essere stanco, oltre che sudato, doveva aver faticato parecchio per estrarre acqua da quella sabbia per cui pare che non abbia risposto amorevolmente, addirittura forse gli sfuggì uno sbuffo o forse una pernacchietta. Non si sa di preciso, comunque Dio si arrabbiò parecchio, lo prese con la sua manona, lo sradicò e … lo ripiantò a testa in giù!
Se Baobab fosse stato una pianta morbida, cresciuta nelle comodità probabilmente sarebbe morto, ma noi che abbiamo vissuto nelle difficoltà, prima di mollarci ci pensiamo per bene.
Intorno a lui, poveretto, a testa in giù, facevano la fila indigeni altrettanto poveretti, in cerca di semi, di fiori, perfino della corteccia per curare la malaria, era tutto un pianto.
Baobab decise che non ci poteva mollare, che fino a quando la linfa scorre, il sù e il giù sono solo opinioni, solo punti di vista, e fiorì. I fiori gli uscirono lassù che prima era il suo laggiù, fra quella che ora era la sua chioma, pur mantenendo la forma di radice.
I fiori vengono impollinati dai pipistrelli che golosissimi di polline volano da uno all’altro. I frutti sono bacche dure e fibrose, di forma allungata, possono arrivare a 40 cm di lunghezza. Si mangiano sia la polpa che i semi, e previa fermentazione se ne ricava anche una bevanda alcolica. Coi semi si produce un olio commestibile, coi frutti  un sapone.
La corteccia combatte la malaria, le foglie, secondo recenti studi, sono antitumorali… c’è tutto in albero! Non se lo poteva permettere di morire, per rispetto di chi in piena povertà, contava su di lui.

I semi mi sono stati donati da A.DI.P.A a murabilia, associazione straordinaria!  http://www.adipa.it

Prima di affidarli alla terra tengo i semi in ammollo per 24 ore, in questo modo si ammorbidisce la scorza durissima, è come simulare una stagione delle piogge, ci credono e germogliano meglio. Nascono bene tenendo umido il terriccio per qualche giorno. La crescita per i primi anni è abbastanza rapida poi rallenta. Teme il gelo e l’umidità autunnale della nostra pianura. Non mi pare sia soggetto a malattie, l’esemplare in fotografia  nato qualche anno fa è addirittura caduto dal davanzale a testa in giù ma, come il suo antenato famoso, ha ripreso a vegetare… dopo averci pensato un po’ su.

terriccio per piante grasse: senza bilancino!

 

terriccio nuovo: lo vogliamo nutriente, drenante, duraturo e… perfetto per ogni tipo di pianta, naturalmente.

Per quanto le piante grasse siano poco esigenti, anzi spartane, arriva il momento di rinvasarle e qui, per noi hobbisti perfezionisti, scatta “l’ansia da prestazione”. Prima mossa, correre a vedere da dove proviene OGNI PIANTA della nostra collezione. Coltiviamo, insieme alle piante, anche qualche grande illusione. Quella classica è di sapere, tramite la provenienza, il suolo che desidera, ma (di solito) possiamo solo sbizzarrire la nostra fantasia di viaggiatori da poltrona.
Africa? ci vorrà sicuramente molta sabbia, Mexico? andiamo con rocce da western. Qualcuno arriva a miscelare compattato da edilizia per simulare una death valley padana.
Però tutti abbiamo seguito anche la moda, l’ultima impone l’uso di ackadama, se spendo molto avrò sicuramente fatto la cosa giusta. Ho visto anche piante coltivate in torba pura ed erano splendide.
Naturalmente i “materiali” non hanno tutto quello che le piante trovano nella terra.
Per vivere le piante trasformano l’anidride carbonica e i sali contenuti nel terreno in materia vivente.
Hanno bisogno di Azoto, fosforo, potassio, magnesio, ferro, calcio, silicio, cloro, zinco, manganese e altro ancora, tutte sostanze normalmente contenute nel terriccio.
Credo che la povertà di alcune “modernità” possa essere sopperita da grande conoscenza, cioè, tutto quello che le piante non trovano nel substrato per trasformarlo in energia con la fotosintesi, viene loro somministrato tramite concimazioni continue. Sarebbe come se noi, invece di mangiare vivessimo di vitamine e integratori. A me non sembra la stessa cosa ma si può scegliere.
A livello hobbistico credo sia importante sentirsi indispensabili e quindi la ricerca dei materiali e la continua aggiustatura con alambicchi va benissimo.
A Livello di coltivazione “industriale” occorre essere competitivi e si forzano con gli alambicchi le piante. Il guadagno è misurato col numero di giorni di coltivazione indispensabili per arrivare al momento top per la vendita, e dalla fioritura ottenuta nel giorno giusto per la vendita (cosa vale uno stupendo crisantemo il 3 novembre?)
Noi coltiviamo in terriccio preparato in casa, non abbiamo giorni di vendita obbligata, ortensie per la mamma, mimosa 8 marzo, rose a s.Valentino. Con le grasse siamo più rilassati, fioriscono quando vogliono e sono belli tutto l’anno, anche senza fiore.
Io credo che le caratteristiche fisiche del terriccio siano più importanti di quelle chimiche. Il nostro terreno argilloso di campo potrebbe già di suo essere perfetto se non fosse che asciugando indurisce e “screpola” tranciando le radici più sottili. Si può aggiungere una parte di sabbia per ovviare l’inconveniente, magari anche un poco di terriccio di foglie per dare alle piante una riserva di sostanze nutritive a lungo termine.
Importante accorgimento per chi si cimenta nella preparazione miscelando terriccio da orto è sterilizzarlo. I semi di infestanti germoglieranno nei vasi e togliere le erbacce fra le spine è da fachiri. Meglio passare in forno la terra nel caso di piccole quantità, oppure coprirla con un telo di plastica trasparente per forzare la germogliazione di tutti i semi e quindi estirpare a mano.
La maggior parte delle piante grasse vive in terreno leggermente acido. Le cactacee del nordamerica (ad esempio ariocarpus e astrophytum) vivono in terreno neutro o leggermente alcalino. Per aggiustare il nostro terriccio per loro, si possono aggiungere gesso, calcinacci di muro, marmo pestato o conchiglie macinate. Nella mia zona l’acqua dei pozzi è talmente “dura” che non occorre aggiungere nulla.
Per le piante sudamericane, che invece prediligono PH acido, in particolare le Rhipsalis, ho notato che irrigate con la nostra acqua così calcarea virano al giallo, diventando quasi clorotiche. Per aiutarle si aggiunge torba al terriccio standard e le si espone all’acqua piovana. Evidentemente loro non riescono a scindere il ferro dai sali composti (calcio magnesio e ferro) per poter fare la clorofilla.
Per me che non ho l’età e nemmeno il fisico per andare a vangare carriole di terra la ricetta giusta è:
ottimo terriccio universale per biologico, pomice, lapillo vulcanico e torba bionda in parti uguali. Già miscelare bene queste montagne di terra è una bella fatica, non si può chiedere di più nemmeno a un marito molto disponibile.
Non aggiungo concime perché l’universale è già concimato abbastanza per almeno un anno.
Aggiusto il composto “al momento”, aggiungendo terriccio universale per le asclepiadaceae e le rhipsalis oppure sabbia per i mesembriantemi. Il terriccio si fa anche guardando la pianta e il suo apparato radicale, un po’ “a sentimento”. Ogni pianta è unica e “segnala” i suoi bisogni, occorre solo guardare bene.
Non ho inserito tra gli ingredienti la perlite e l’argilla espansa perché le ritengo troppo leggere, col tempo galleggiano e arrivano ad uscire dai vasi. La perlite è ottima solo per metterci a radicare le talee e secondo me solo per piante facili ai marciumi tipo le asclepiadeceae, per le altre non serve.
Non ho inserito la ghiaia perché è pesante da trasportare e non è un aspetto da sottovalutare quando si hanno piante in vasi grandi.
Sono sempre dell’idea che un hobby debba rimanere una stanza delle meraviglie in cui rilassarsi e non una fatica.

Sarebbe buona cosa preparare il terriccio con molto anticipo e lasciarlo maturare prima di usarlo, al tatto diventa più compatto, un’amalgama dall’aspetto naturale.
Bene, ora che il terriccio è pronto possiamo rinvasare!!!

Rinvasare cactus e succulente: perchè, come, quando


Noi ci prepariamo il terriccio da soli perché non siamo ancora riusciti a trovare un prodotto pronto che soddisfi le nostre esigenze.
Vendiamo il nostro terriccio in sacchi da circa 14 chilogrammi, meglio su prenotazione.

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Aeonium tabulaeforme: mandala vegetale

Aeonium tabulaeforme cattura lo sguardo e lo tiene impigliato nel suo mandala perfetto di foglie sovrapposte. Impossibile guardarlo di sfuggita.

Completa la perfezione del disegno il contorno di peletti di ogni foglia, perfettamente a scalare, fino a un centro che promette altri giri di mandala altrettanto perfetti, in futuro. Si allarga, piatto e preciso fino a un diametro di circa 50 centimetri, rompe la propria perfezione per fiorire e andare a seme e poi muore. Come un vero e proprio mandala sparisce lasciando al suolo molti semi che ricomporranno il disegno all’infinito.


E’ pianta di semplice coltivazione, Crassulacea, bisognosa di terreno ben drenato, ombra, temperatura invernale minima 5°. Non necessita di grandi vasi, l’ho sempre vista con stelo unico, alto pochi centimetri, non ramificato.
Come tutte le piante monocarpiche lascia un poco di amaro in bocca, si è tentati di tagliare il fiore al primo accenno di crescita per allungargli la vita. Fiorisce una sola volta,  poi muore, ma credo che vedere il ciclo vitale completo della pianta sia un’esperienza irrinunciabile, come imparare a lasciare andare le cose e le persone.
Di gran moda, in questo periodo, i mandala da colorare. Sono un surrogato “rapido” del mandala da disegnare e poi dipingere, noi abbiamo fretta.
I monaci buddisti e induisti, che fretta non ne hanno, disegnano i contorni  con sabbia colorata, poi riempiono le caselle con lentezza e precisione. Un lavoro che può richiedere giorni, a seconda del disegno.  Una cerimonia di capacità e pazienza che li aiuta a distaccarsi dal samsara, cioè dalle preoccupazioni della vita terrena,  poi…la distruzione, la sabbia viene mescolata, raccolta e restituita al fiume, a simboleggiare la provvisorietà della vita stessa. Le caselle del mandala, come i nostri pensieri e le nostre esperienze, riempiono di colore la nostra mente e il nostro cuore durante questa vita. Poi tutto si cancella e tutto ricomincia in un agire infinito.

Aeonium tabulaeforme, mandala vegetale.
Aeonium tabulaeforme, mandala vegetale.

Adromischus, piante che raccontano l’Africa

Non si può parlare degli Adromischus senza fare una considerazione sul collezionismo di piante.

Appartengono alla grande famiglia delle crassulacee, provengono dal Namaqualand e dalla Namibia…. c’è un fascino già nel nome di queste terre che non sarà mai svelato ai miei occhi, sicuramente non in questa vita. Le piante che ho fra le mani sono originarie di luoghi che non vedrò…e sono arrivate fino a me. Allora è davvero piccolo il mondo!
Queste piante stupende, di bassa statura, grande succulenza di foglie, aspetto spelacchiato-ciccione in vecchiaia, mi raccontano l’Africa. Stanno bene anche al sole ma un leggero riparo nelle ore più calde le fa belle, ne deduco che vivano in anfratti di roccia, forse riuscendo anche a colonizzarne  le crepe verticali. Mettono radici ad ogni foglia, che si stacchi dalla pianta madre o no. Pronte a non lasciarsi seccare dal sole senza mettercela tutta. In pieno sole rallentano la crescita e intensificano i colori rosso e ocra, all’ombra diventano verdi, elastiche ed adattabili come i più tenaci di noi. Se piove, l’acqua sparge i semi lontano, se non piove si riprodurrà senza spostarsi, tramite foglia, mentre i semi all’asciutto rimarranno dormienti aspettando un passaggio fino al prossimo temporale, anche per mesi.
Anche i colori e la picchiettatura delle foglie fanno sicuramente parte di un piano di mimetismo molto interessante. Vorrebbero vegetare d’inverno ma anche in serra occorre adattarsi come in natura, noi le teniamo asciutte da ottobre a marzo perché la poca luce dell’inverno padano ne rovinerebbe la crescita. Aspettano pazientemente marzo poi, dopo la prima annaffiatura, entrano in vegetazione e… ci perdonano.
Le concimiamo dopo la seconda bagnatura perché con l’asciutto invernale le radici capillari sono andate perdute, meglio aspettare che ricrescano. E’ bene usare concime povero di azoto in modo da non “ingrassarle” troppo e non pregiudicare la fioritura.
In alcuni testi si afferma che la fioritura “è insignificante”, non è così!!! I fiori necessitano di attenta osservazione, non sono grandi o coloratissimi, sono delicati, per veri osservatori.
Detestano i ristagni d’acqua, il terriccio deve essere drenante come per tutte le grasse.
Non presentano particolari fragilità, un buon terriccio e cure amorevoli le mantengono in salute. Naturalmente, conoscendo la provenienza, sappiamo che non tollerano il gelo.
Tutte le piante che coltiviamo NON SONO PRELEVATE IN NATURA.

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Kalanchoe anti cancro naturale

Kalanchoe, curanderos e sciamani la conoscono da sempre.

Le kalanchoe, altre piante del miracolo, ma quante sono?
I pubblicitari e i mass media usano continuamente le parole scioccante, miracolo, incredibile, per attirare la nostra attenzione, a me sembra che siano usate così a sproposito da aver perso ogni significato per cui voglio definire la kalanchoe “semplicemente” crassulacea anti cancro.
Ovviamente come preciso sempre, non sono un medico e non so quali siano le sostanze che portano alla guarigione. Se cerchi informazioni su questo ci sono fonti autorevoli, studiosi che lavorano per  portare alla luce antichi metodi di cura dimenticati con l’avvento della medicina moderna.
Le kalanchoe provengono dal Madagascar e dall’africa, sono state portate dagli schiavi durante la colonizzazione americana. Si riproducono in modo esponenziale e questo ne fa cure a costo vicino allo zero per tutti. Nei paesi poveri l’uso è rimasto costante. In questo momento di grande crisi economica e di valori sappiamo che le cure sono costose e che i nostri sistemi sanitari vacillano. Come abbiamo sentito riguardo alle cura per l’epatite C, siamo in balia delle case farmaceutiche che sono SPA, non onesti ricercatori al servizio della gente. Le cure non sono più accessibili a tutti, è consolatorio sapere che ci sono vie d’uscita.
Le kalanchoe sono circa 125 specie più le cultivar a scopo decorativo.
Quelle oggetto di studio, tradizionalmente usate da sciamani e curanderos sono tre:
kalanchoe pinnata, daigremontiana e gastonis-bonnieri

Kalanchoe daegremontiana

La caratteristica di queste piante è la riproduzine esponenziale…come quella delle cellule tumorali nel nostro corpo. Il nome pare venga dal cinese Kalan-chow, crescita invadente.
Le piantine nuove si formano direttamente sulle foglie delle piante madri. Quando hanno raggiunto la dimensione giusta per diventare indipendenti, si staccano e, ovunque cadano mettono radici, anche sulla moquette di casa. Si possono riprodurre anche da foglia semplicemente staccandola e lasciandola appoggiata al terreno.

come si usano? chiedendo a medici e erboristi naturalmente!!

Hanno gusto un po’ amaro ma sopportabile. Devono essere mangiate crude, una porzione di foglia al giorno, da sola oppure insieme a un’insalata di verdure cotte che ne stemperi un poco l’amaro, oppure frullata insieme alla frutta.
E’ cicatrizzante per impacco, cura l’ipertensione i reumatismi la schizofrenia, gli attacchi di panico, evita lo shock anafilattico. Ovviamente io riporto queste notizie ma rimango sempre e solo la contadina che coltiva queste piante, senza pretese ulteriori. Ognuno il suo!
Viene chiamata la pianta di Ghoete perché, di tutto il mondo vegetale, era la sua preferita e piacere a un poeta non è cosa da poco.
In serra coltiviamo molte varietà di Kalanchoe, la beharensis che cresce fino a sei metri, tocca il telo e poi, un po’ delusa, si piega verso il basso. ha grandi foglie che in Africa vengono usate come porte-enfant. Un neonato ci sta comodo per quanto sono grandi e ci sta coccolato perché sono ricoperte da una peluria fitta con effetto morbido velluto. Una volta sporcate si gettano, non inquinano e non costano.

la Kalanchoe humilis produce figli ben formati all’ascella delle foglie, si staccano, si interrano e in pochi giorni hanno già radici.

La synsepala invece produce nuove piante alla fine di un lungo stolone

Le cultivar di blossfeldiana sono le più comuni nelle vetrine dei fiorai,  hanno fiori di tutte le sfumature immaginabili, sono molto commerciali ma non per questo vanno sottovalutate. Un tocco di colore mette allegria, e anche questo è terapeutico.
Giusto per non perdere l’abitudine alla critica mi permetto di dire che la bellezza di questi fiori e la durata limitata a causa della coltivazione forzatissima olandese, sono un insulto al buon senso. C’è grande spreco di energia e di conseguenza tanto inquinamento dentro ogni vasetto ma… non è bello guastare la gioia della macchia di colore sul davanzale.

La coltivazione è semplicissima, ricorda che per le piante che vuoi mangiare devi usare terriccio per biologico o terra di campo misto sabbia, concima solo con lupini o letame per biologico.
Tenute a mezz’ombra crescono più in fretta.
Tutte hanno bisogno di temperatura sopra lo zero.
Trovi le kalanchoe che produciamo nel nostro catalogo,

http://www.castellarocactus.com/catalogo-crassulaceae/

contattaci per conoscere la disponibilità in tempo reale cell. 347 4121367

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Rinvasare cactus e succulente: perchè, come, quando

Rinvasare è il momento migliore per conoscere davvero la pianta per intero e mettere alla prova le nostre capacità di coltivatori

9 marzo, in ritardo su tutto e in tempo per tutto, dipende dall’angolazione dello sguardo.
Di norma rinvaso le piante che ne hanno necessità in pieno inverno. Quando finisce la smania del natale, dopo aver rimesso in scatola i nastri rossi, gli angioletti e la tela da pacco paiettatta per l’anno prossimo, possibilmente un momento prima che parta la malinconia….si comincia a rinvasare.
In serra, con i miei ritmi da bradipo, ne ho per tutto gennaio. Non importa essere agili e in forma per fare questo lavoro, è indispensabile solo la tranquillità. Trattandosi di cactacee occorre lasciare il nervosismo fuori dalla porta, giusto per non fare movimenti bruschi rischiando di lasciare qualche brandello di pelle qua e là.
Le piante si rinvasano quando:
c’è un evidente squilibrio di proporzioni vaso pianta,
se la pianta è troppo grande ed esce dal bordo del vaso impedendone l’annaffiatura,
quando è troppo alta o ramificata per rimanere in equilibrio,
quando il terriccio è diventato troppo compatto per permettere all’acqua di entrare e di sgrondare rapidamente,
quando è malata e dobbiamo disinfettarla,
quando è un nuovo acquisto e abbiamo bisogno di controllare lo stato delle radici e di mettere il nostro terriccio, per unificare il ritmo di annaffiature con le piante che abbiamo già.


Per la sopravvivenza hanno bisogno di poche cose, però teniamo presente che il rinvaso e il taleaggio sono due momenti a rischio.
Io rinvaso in inverno per essere certa che la pianta sia a riposo, asciutta da tanto tempo. Pulisco bene le radici dalla vecchia terra, taglio quelle che sono secche o rovinate e rinvaso subito mettendo la terra nuova, perfettamente asciutta.
L’ideale sarebbe lasciar cicatrizzare le ferite fuori terra ma occorre spazio per farlo e in serra non ce l’ho per cui rinvaso subito, la pianta avrà poi tempo di chiudere le ferite anche nel vaso visto che non sarà bagnata per più di un mese. Non ho mai avuto attacchi fungini con questo sistema, cosa che invece può accadere nei rinvasi estivi, quelli che si fanno per emergenza quando la pianta è in piena vegetazione.

Le piante più spinose e più pesanti sono una vera sfida, sono programmate per essere inavvicinabili e il rinvaso richiede una concentrazione davvero zen.
Se siete nervosi…rimandate.
Le spine sono messe a difesa della pianta, al momento che deciderete di prenderla in mano sarete trattati come predatori, quindi uncinati, fiocinati e strappati, come tali.
Io non uso guanti per il rinvaso, non credo che ne esistano di adatti, qualcuno mi ha parlato di guanti da macellaio in maglina d’acciaio ma non voglio rompere le spine per cui uso carta e polistirolo.
Per le piante più leggere faccio una ciambella con la carta di giornale (certi quotidiani sembrano stampati appositamente per questo uso), con questa avvolgo e sollevo la parte spinosa riuscendo poi, tenendola “per il bavero”, a ripulire le radici e a posizionarla nel vaso giusto.

Sfilare le piante dai vasi di plastica è semplicissimo ma sono così brutti che cerchiamo di usarli il meno possibile.
Nel caso di vasi di coccio di solito si sacrifica il vaso. Una martellata bene assestata scarica i nervi e ci risparmia ore di manovre per sfilare radici che possono essere ben attaccate alle pareti del vaso.

La bellezza della pianta viene esaltata dal vaso giusto, dalla forma armoniosa e dalla nuance di colore che faccia risaltare qualche caratteristica, di fiore, di corpo, di spina.
Soggettiva è anche la scelta del terriccio. Non esiste un terriccio che trovi d’accordo tutti i coltivatori professionisti e tutti i collezionisti.
Chiedendo consigli vi accorgerete che tutti noi abbiamo la miscela giusta…secondo noi…e che sono tutte diverse!
I più precisi peseranno col bilancino tutti i vari intrugli provenienti da tutto il mondo e li misceleranno col cucchiaino da caffè. I più disordinati misceleranno un po’ e un po’ di quello che si saranno inventati raccogliendo materiale in natura.
Ogni pianta gradirebbe avere il substrato della zona da cui proviene, non perché lo abbia mai assaggiato (se siamo onesti non compriamo piante prelevate in natura) ma perché la sua famiglia si è specializzata nei secoli in quelle circostanze. Bisogna quindi studiare famiglia, origine, altitudine…. in realtà credo che accettino i nostri paciughi vari senza troppi problemi.
Non me ne vogliano i perfezionisti, sono piante specializzate in difficoltà!
Noi in vivaio prepariamo due tipi di terriccio, per cactacee e per…le altre.
Aggiusto poi correggendolo al momento, a sentimento, a seconda della pianta che ho in mano.
Per le cactacee usiamo una parte di terriccio universale, pari quantità di inerte vulcanico in pezzature diverse e pari quantità di torba bionda.
Per le Cassulacee e le grasse in generale aumentiamo la percentuale di terriccio e torba.
Occorre terriccio universale ottimo, le super offerte non sempre danno risultati soddisfacenti nel tempo.
Abbiamo scelto di non concimare al momento della preparazione del terriccio.
Abbiamo visto che la concimazione contenuta nell’universale è sufficiente, abbondando si rischia di “gonfiare le piante” a discapito della loro robustezza e salute.
Naturalmente per chi non vuole o non può preparare di persona il terriccio si può trovarlo anche già pronto.
Va provato nel tempo perché non tutti rispondono alle caratteristiche di drenaggio e qualità indispensabili alle piante grasse. A volte è macinato come fondi di caffè e quindi praticamente impermeabile, ce ne accorgeremo quando le piante appassiranno per la sete (l’acqua si ferma in superficie). A volte è troppo concimato e gonfia le piante poi si esaurirà in pochi mesi.
Occorre sperimentare le varie marche o trovare un vivaista di fiducia che vi venda la sua mistura segretissima ma non illudetevi, non vi darà mai la ricetta esatta come non ve la darebbe un cuoco!!!
Parlerò di terricci esaminando a fondo i vari materiali in commercio nei prossimi articoli.

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Aloe vera, Aloe arborescens piante del miracolo,

aloe: PADRE ROMANO ZAGO LA DEFINI’  PIANTA DEL MIRACOLO e da allora la sua ricetta ha fatto il giro del mondo.

Amo il mio lavoro, coltivo piante grasse e officinali, tra le migliaia che conosco e riproduco c’è anche l’aloe, anzi molte varietà diverse di aloe. Ritengo importante che ognuno faccia il suo mestiere, al meglio e con onestà. Per questo non parlerò degli effetti dell’aloe che copierei di sana pianta dal libro di padre Zago o dalla tanta letteratura più o meno seria che c’è in giro.
Da coltivatrice vi raccomando di coltivarvi da soli le piante che mangerete oppure di comprare piante biologiche o da persone di fiducia. NON COMPRATE DA FIORISTI se non hanno la certificazione biologica, le normative sui trattamenti consentiti per le piante ornamentali sono diverse da quelle per piante commestibili. Per le ornamentali non ci sono tempi di sospensione per cui si possono vendere quando sono velenose di anticrittogamici e insetticidi e si possono usare prodotti davvero nocivi.
Le ho viste in vendita in un noto discount con il cartellino che sul fronte diceva “pianta medicinale” in italiano e, sul retro, scritto piccolo piccolo in tedesco diceva: pianta non commestibile. Il prezzo totale era inferiore a quanto io pago (all’ingrosso) quella quantità di terriccio per biologico, come l’avranno coltivata?

l’Aloe vera (barbadensis) e la arborescens sono considerate antitumorali, vengono usate in cosmetica o semplicemente, a crudo, si possono mettere sulle ustioni per evitare la formazione della vescica. Il nostro bergamino indiano ci insegnò che un’aloe  piantata sul lato destro della porta d’ingresso impedisce alle disgrazie di entrare.
Possiamo immaginare in climi favorevoli le dimensioni fantastiche delle aloe in piena terra. Da noi occorre tenerle in vaso e ripararle ad almeno 3 o 4 gradi sopra lo zero. Forse è per le dimensioni ridotte delle piante che qualche volta le disgrazie passano.
Alla fine involontariamente mi è anche scappato di elencare qualche uso, nessun problema non ho svelato tutto, ce ne sono tanti altri da chiedere a medico ed erborista.

In serra coltiviamo molte varietà di aloe, la jacunda per esempio, adattissima per chi ha poco spazio, la marginata che ha una bordatura rosa lungo tutta la foglia, la saponaria, un tempo usata per fare sapone. I nuovi ibridi hanno foglie a margine dentellato colorato molto interessante per chi non coltiva solo piante naturali ma ama gli esperimenti umani. Molto interessante la dichotoma, albero maestoso che in questo periodo potete vedere in uno spot pubblicitario, sempre che non vi facciate distrarre da Jonny Depp che si toglie gli ori e li seppellisce fra i due esemplari.

Tutte sono di facile coltivazione. Come di norma per tutte le “grasse” occorre terriccio drenante, niente sottovasi che possano contenere acqua stagnante per lunghi periodi e concimazioni biologiche se si tengono per uso medicinale. I lupini macinati sono la soluzione migliore, sono a lenta cessione e non gonfiano le piante.
Si riproducono da seme come tutte le piante ma il modo più rapido è prelevare i getti laterali.
Noi li tagliamo con un coltello affilato quando hanno almeno un anno (non piccolissimi), li lasciamo asciugare all’ombra e all’aria per almeno una settimana, meglio due, e poi li piantiamo in terra asciutta e aspettiamo ancora 15 giorni prima di bagnare. In questo modo non occorrono fungicidi per evitare le muffe. Se il taglio è ben cicatrizzato la pianta rimane sana. NON OCCORRONO ORMONI RADICANTI, la natura sa fare benissimo il suo mestiere senza artifizi. La pianta contiene i suoi ormoni radicanti e butterà radici perché ha voglia di vivere. Unica difficoltà nella coltivazione potrebbe essere il cambio di stagione. Finito l’inverno, quando le riportiamo all’aperto, bisogna trattarle come persone di pelle chiara, proteggerle dal sole del mezzogiorno che le potrebbe ustionare irreparabilmente. Se non avete posti a mezz’ombra proteggetele coprendole con un tulle. Va benissimo quello che si acquista in metratura oppure quello delle confezioni regalo, in questo modo riciclerete anno dopo anno tessuti che di solito si buttano. Basta coprirle per una decina di giorni, riprenderanno colore e si abitueranno all’estate.
Per i collezionisti l’elenco potrebbe procedere per ore, elenco noioso per chi è arrivato fin qui inseguendo “solo” la pianta del miracolo. Potrete trovarne altre qui:

http://castellarocactus.altervista.org/joomla/

Aloe jucunda
Aloe jucunda

 

Aloe"orange marmalade"
Aloe”orange marmalade”

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