Uova: dozzine di motivi per non mangiarle

Uova di galline felici, ottima pubblicità che mi farebbe riempire il sacchetto di uova, giusto per l’immagine evocativa che mi procura. Prati verdi in cui razzolano libere, pulcini che si scaldano sotto le piume della mamma o si fanno trasportare in groppa dormendo.
Ora vorrei analizzare bene il contenuto reale di questa frase, tralasciando per un attimo il tipo di allevamento delle galline.
Vorrei approfondire il concetto di felicità evocato nella presentazione.
Ad oggi non è ancora possibile stabilire il sesso dei nascituri al momento della fecondazione dell’uovo. Presumibilmente nasceranno nell’incubatrice quantità simili di maschi e femmine. Per la produzione di uova i maschi sono “scarti di produzione” dell’incubatoio.

pulcino nei cambi verdi

gli schiacceresti la testa col pollice?

quando compriamo un uovo lo stiamo facendo!

Come in ogni altra attività industriale gli scarti di produzione vengono eliminati. I pulcini maschi si riconosco dalle femmine perché hanno, già al momento della nascita, un accenno di cresta. Quel millimetro di crestina li fa finire, vivi, direttamente in un tritacarne oppure in grandi sacchi di plastica dove muoiono schiacciati o per soffocamento. Eticamente possiamo considerare “attività industriale”  l’accudimento di esseri viventi?
Torniamo alle galline felici. Queste sono le sorelle dei poveri scarti di incubatoio. Ci sono leggi che indicano quante galline possono vivere in un metro di gabbia o di pavimento, in Italia hanno meno centimetri di spazio rispetto ad altri paesi (forse perché la nostra è una nazione piccola). Sapete cosa mangiano? Mangimi che contengono anche i loro fratelli, ridotti a sfarinati nel tritacarne, non si butta via niente. Sapete quante uova producono ogni anno? Più di uno al giorno perché i loro ritmi vitali vengono “truccati” grazie alle lampade che simulano il ritmo notte giorno. Queste creature sono così stressate che diventano cannibali, gli allevatori devono “spuntare” loro il becco o munirle di occhiali ciechi che le proteggano l’una dall’altra.  Riusciamo a immaginare di quanti antibiotici abbiano bisogno le galline per sopravvivere a questi trattamenti abbastanza a lungo da produrre reddito?
Anche non volendo parlare di etica, dobbiamo essere consapevoli che quegli antibiotici li troveremo nelle uova, e questo è solo uno delle dozzine di motivi per non mangiarle.

Il dizionario Treccani così definisce la parola felice:
felice agg. [lat. felix -īcis, dalla stessa radice di fecundus, quindi propr. «fertile»]. –
Che si sente pienamente soddisfatto nei proprî desiderî, che ha lo spirito sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato.

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Le asprelle NON SONO il tarassaco

Le asprelle per noi parmigiani sono un rito di febbraio, o almeno di quando si scioglie la neve. Un cibo povero per definizione ma ricchissimo di proprietà. Una passeggiata in un prato vecchio o in un incolto, è sufficiente per un ricco bottino di Cichorium intybus, cioè asprelle. “Aspre”, sapore inconfondibile, molto diverso da quello del tarassaco, Taraxacum officinale, col quale vengono spesso confuse.
La confusione alla raccolta viene dal fatto che le foglie primaverili sono simili perché entrambe roncinate pennate. Appartengono alla stessa famiglia, sono Asteracee, ma mentre le foglie invernali delle asprelle  hanno portamento prostrato il tarassaco è eretto.
Impossibile confonderle durante la fioritura. Fiore azzurro per le prime, fiore giallo per il soffione.

Cichorium intybus, asprelle, grugn

images.cicoria

il_tarassaco  Taraxacum officinale, dent ad leòn, pitaciò

Tradizionalmente la cicoria si condisce con pancetta di maiale soffritta e aceto. Noi sostituiamo al povero maiale un ragù di seitan e non ci facciamo mancare l’aceto che ne esalta l’amaro.
In tempi di povertà la radice della cicoria veniva utilizzata per fare una bevanda molto simile al caffè.
Queste deliziose erbe buone si possono coltivare anche in vaso, cosa abbastanza rara vista l’abbondanza nelle nostre campagne.
I semi sono reperibili nei cataloghi più prestigiosi oppure direttamente nei campi.

Vi consiglio caldamente di non usare l’imperativo “va par spréli” per invitare qualcuno ad andarvi a raccoglierle la cicoria perché la frase contiene un significato popolare poco gradevole 🙂 🙂

Opuntia Ficus indica: tutta commestibile

Opuntia ficus indica, il nome nasce da un malinteso, dalla convinzione di Colombo di trovarsi nelle indie quando approdò alle Antille.

Da allora ha viaggiato molto, è arrivata praticamente ovunque grazie ai marinai che ne riempivano le stive per combattere lo scorbuto. Le foglie recise si conservano vive per mesi, buttano radici fioriscono e fruttificano anche fuori terra. Una vitale riserva di verdura fresca per chi andava per mare molto a lungo. Probabilmente ha colonizzato il mondo grazie alle pale avanzate “buttate” sulla riva alla fine della navigazione. Pianta generosa quanto ostile. Ci sono varietà con spinature veramente inavvicinabili e quelle con spinette che possono sembrare innocue hanno in realtà glochidi dolorosissimi. I glochidi sono spine sottili che finiscono come un amo da pesca, si infilano nella carne e la lacerano prima di uscirne.
Da noi si mangia soltanto il frutto, in Mexico si cucinano anche i nopales ossia le pale (foglie) giovani dell’annata.

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Le possiamo gustare al ristorante messicano in salamoia o in umido.

Oppure prepariamole a casa con questa ricetta semplice:

In Emilia Romagna la maggior parte delle Opuntie soccombe al gelo, ne abbiamo avute alcune che sono vissute all’aperto per qualche anno diventando esemplari imponenti ma poi, nelle annate che chiamiamo eccezionali, sono gelate. Non credo che sia corretto definire “eccezionali” eventi che si ripetono con cadenza al massimo decennale ma, negli otto o nove anni tra un freddo e l’altro, ci sentiamo mediterranei e piantiamo in pieno campo opuntia olivi e oleandri dimenticando i danni che fa la nebbia sommata al freddo.
Coltiviamo all’aperto Opuntia scheeri, Opuntia compressa, Opuntia aciculata.
Siamo certi che resistono fino a -16° anche bagnatissime e coperte di neve perché le abbiamo sperimentate sul posto per più di 20 anni con minime da record.
Le Opuntie contano più di 300 specie, hanno le forme più svariate nelle sottospecie Cylindropuntia, Austrocylindropuntia e Corinopuntia. Le sottospecie hanno corpi diversissimi, da piatti a cilindrici, da minuscoli a quasi alberi ma hanno fiori identici.

Si possono moltiplicare per seme e per talea di foglia o articolo. Noi moltiplichiamo per talea perché è un metodo rapidissimo, conveniente quando si ha poco spazio. Peccato dover rinunciare al piacere del semenzaio che così tanto appaga l’istinto materno.
Importante per la buona riuscita delle talee è lasciarle asciugare benissimo prima di interrarle. Si tagliano dalla pianta madre nel nodo di congiunzione, si appoggiano in piedi per il verso in cui saranno piantate e si lasciano asciugare anche per settimane, il tempo d’attesa varia a seconda del grado di succulenza della pianta e dalla stagione, indicativamente si aspetta fino a quando il taglio sarà diventato un callo asciutto.
E’ necessario metterle in piedi perché gli ormoni radicanti, naturalmente presenti nella pianta, si concentrano dove sentono l’appoggio e potreste trovarvi con le radici sbucate in testa o di lato alla foglia. Preferibilmente si riproducono durante la bella stagione, dalla primavera fino a settembre, ma sono robustissime per cui, nel caso di articoli rotti in inverno, teneteli all’asciutto fuori terra, e in primavera saranno pronti a radicare.

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Vegano: non mangio nulla che abbia avuto una madre

Ho capito che dichiararsi vegano è esporsi, nostro malgrado, a critiche, giudizi e consigli. Se lo si dici al ristorante, il viso del cameriere cambia espressione, volgendo al “è arrivato il rompipalle, ti pareva che anche oggi non ce ne fosse uno?”se lo si confida a un’amica l’espressione vira al preoccupato e saremo sottoposti alla tiritera del rischio anemia, del “siamo animali onnivori e non possiamo vivere senza quel minimo di grammi di carne, meglio rossa, almeno bianca, almeno, per favore, in nome della nostra amicizia, una volta al mese”. Io l’ho dichiarato alla caposala prima del ricovero ospedaliero. Mi ha fruttato fagioli e ceci alternati mezzogiorno e cena ma anche un brodo di pollo, pennette al tonno e scorfano al forno. Non ho nemmeno protestato, mi sono chiesta se la dietista chiamata in causa per il mio menù, conoscesse soia, tofu, seitan ma in fondo mi sento irritante se non mi adeguo. In aereo un menù vegano non esiste,anche quello vegetariano è impegnativo perché il pezzo di pollo viene nascosto sotto la pasta, secondo loro “se non è in superfice non se ne accorge”.  Se poi ci azzardiamo, noi diversi, a dichiarare che se avessimo figli piccoli non li nutriremmo di animali e derivati animali come abbiamo fatto anni fa, davvero veniamo giudicati di brutto. Il veganismo dei bambini viene chiamato  imposizione, l’essere carnivori no. Il bimbo che non può, per scelta dei genitori, mangiare dolci fatti di panna, zucchero, farine raffinate e uova è “poverino”, alla faccia degli studi che riconoscono questi ingredienti nocivi alla salute.  Fino a prova contraria qualsiasi decisione riguardi un bimbo è un’imposizione dei genitori, dei maestri, della società. Un’imposizione che chiamiamo educazione, che facciamo a fin di bene, con amore, pensando sia la cosa giusta, ma a volte il tempo ha clamorosamente smentito o almeno cambiato il concetto di “cosa giusta”.

Da  emiliana non posso nemmeno pensare che la mia famiglia possa sopravvivere alle feste natalizie e pasquali senza anolini, per cui, ecco la mia versione vegan che vi consiglio di provare 🙂 🙂

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Anolini vegan, non nuocere

Preparate un ragù con cipolla carota e sedano tritati fini e soffritti per qualche minuto  in olio extravergine di oliva,
aggiungete doppio concentrato di pomodoro, seitan macinato, acqua. Io adotto la cottura lunga del ragù classico, almeno un paio d’ore. A fine cottura deve rimanere abbastanza liquido per “scottare” il pane.
Grattugiate pane casereccio (è importante perché col pane bianco si ha l’effetto vinavil) miscelatelo a spezie per ragù, pepe, sale, noce moscata e scottate il tutto con il liquido del ragù di seitan (solo il liquido senza pezzettini). Con la forchetta girate bene in modo da insaporire tutto il pane.
Aggiungete il ragù e mescolate il tutto. Una volta freddo deve avere la consistenza giusta per essere “pizzicato” con le dita e modellato a palline per essere appoggiato sulla pasta.
Preparare la sfoglia con acqua e farina, stendetela sottile, appoggiateci le palline alla giusta distanza per poterle poi tagliare col vostro stampo. Coprite con un altro foglio di pasta e tagliate gli anolini. La dimensione degli anolini la deciderà lo stampo che avete scelto. Il classico di Parma è 2,5 cm.
Non usando uova per la sfoglia si presenta il problema dell’apertura in pentola degli anolini. Per evitare questa brutta figura con gli ospiti, conviene spennellare la sfoglia intorno al ripieno con acqua prima di appoggiare la sfoglia superiore.
Sono ottimi cotti in brodo di verdura oppure in acqua e poi conditi con panna di soia e zafferano, oppure con panna di soia e noci macinate fini, con un ragù rosso di funghi oppure semplicemente con un filo di olio.

IMG-20151221-WA0000 BUON APPETITO!

se avete amici che mangiano solo carne non svelate nulla della ricetta, aggiungete  un cucchiaio di parmigiano grattugiato al condimento del loro piatto e…non si accorgeranno di nulla.

 

 

 

 

 

Le gazze decidono: ristrutturare ex-novo o trasferirsi?

A gennaio, quando fa così freddo che la primavera non si riesce ancora ad immaginarla, le gazze ladre scelgono dove far nascere i piccoli. I platani davanti casa sono altissimi per cui, da anni, sono i prescelti.  Cominciano controllando i danni del nido vecchio, quando le giornate sono ancora corte e buie. “Provano” il vecchio nido che sembra una fascina impigliata tra i rami più alti. Ci si accoccolano dentro, aggiustano intrecciando il bordo e il fondo, poi volano sull’albero di fianco, sembrano pensarci, valutare, parlarne. Per me che faccio birdwatching a chilometro zero osservandole dalla finestra, sembrano consultarsi sul fatto che possa reggere ancora al vento, se debba essere costruito ex-novo o se sia meglio trasferirsi sull’altro albero che ha l’ultima impalcatura di rami qualche centimetro più in quota.  Quest’anno hanno scelto di trasferirsi,  una ha portato i legni, l’altra li ha intrecciati. Hanno utilizzato anche  i rami del vecchio nido, dista pochi metri ma far passare tralci così lunghi in mezzo ai ramoscelli fitti delle chioma  sembra un impresa faticosissima. Sono certa che mi hanno vista col naso appoggiato al vetro, ma hanno visto anche che non ho ali e non si sono curate di me. Hanno spezzato col becco rametti sottili direttamente dagli alberi e portato pezzi ben più lunghi della loro apertura alare dai campi. Qualche volta far passare le “travi” di casa ha significato saltare di ramo in ramo cercando un varco e qualche volta la trave è caduta e si è dovuta recuperare ai piedi dell’albero, ricominciando da capo, con infinita pazienza. Per un paio di settimane hanno lavorato dalle prime  alle ultime luci del giorno.

La gazza non si interessa agli oggetti luccicanti

Poi…non s’è visto più nulla. Posso immaginare le uova dentro il nido e la mamma che le tiene al caldo e al riparo dalla pioggia. Durante la deposizione e la cova l’albero farà la sua parte mettendo le foglie. Quando i piccoli nasceranno il nido deve essere nascosto completamente. Se non fosse così sarebbero esposti ai predatori, corvi, falchetti, poiane. Le gazze ladre (Pica pica), predatrici di uova e pulcini sono esse stesse prede, in un circolo che ha ben poca dolcezza.

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Euphorbia obesa: maschio o femmina?

Ho scelto Euphorbia obesa  fra centinaia di possibili “prima pianta di cui parlare”. Non a caso, naturalmente. Si tratta della grassoccia che mi ha fatto innamorare del genere succulente. Se ne stava sola in un grande vascone di gerani, forse fin lì c’era arrivata a piedi solo per incontrarmi 🙂  Era l’inizio degli anni 80, una vita fa.

Euphorbia obesa
Euphorbia obesa femmina

Di solito non palpeggio le piante ma feci un’eccezione. Le linee in rilievo ricordano il disegno Tartan dei tessuti scozzesi, solleticano i polpastrelli e danno la sensazione di accarezzare un animale, immagino così la pelle delle iguana (anche se non ne ho mai toccata una). Di solito hanno da  otto a dieci coste, hanno disegni sempre diversi una dall’altra, sono semisfere perfette nella forma giovanile e poi si deformano in età avanzata, aumentando di gran lunga il loro fascino. La più vecchia che ho è alta una ventina di centimetri. Si tratta di un  maschio che sparge polline dall’alto del suo ruolo di decano.      Le piante sono tutte diverse ma tutte simili e in assenza di fiori è impossibile distinguerle, ma sono divise in maschi e femmine.       Curioso vero?  Questo significa che se volete avere la gioia di avere semi per tentare la riproduzione, dovrete acquistare almeno due piante in fiore o cartellinate per sesso. In piena fioritura la differenza è notevole. La pianta della foto sopra è una femmina, i fiori  (più correttamente chiamati ciazi)   dopo la fecondazione, produrranno frutti a tre logge che a maturazione “esploderanno” lanciando lontani i semi. In questo modo le piante si “spostano”, mandano i figli a colonizzare il terreno, anche lontano due metri dalla pianta madre. Non male per esseri che non strisciano e non camminano!

Piante di semplice coltivazione e di ormai facile reperimento. Necessita di una minima invernale di almeno 5 gradi  sopra lo zero.  Occorre maneggiarla con cautela perché contiene un lattice irritante a contatto con le mucose e gli occhi. Questo lattice è una caratteristica di molte euphorbiacee. Dalle più note, le Hevea si estraggono  il caucciù e la gomma.

potete trovare in vendita euphorbia obesa in diverse dimensioni sul nostro catalogo: http://www.castellarocactus.com/catalogo-euphorbiaceae/

 

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sta bene ovunque: il prezzemolo

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Prezzemolo ossia Petroselinum sativum : bonièrbi in dialetto parmigiano.
Il nome spiega bene quanto fosse tenuta in considerazione quest’erbacea nella nostra cucina.  Voglio parlarne  prima di tutte le altre,  come pianta indispensabile. Credo occorra coltivare un po’ di tutto (anche solo in un piccolo vaso sul davanzale) per arricchire di sapori i nostri piatti, ritengo le “erbe nuove”, le cosiddette  esotiche,  portatrici di sorprese gustose, non voglio però dimenticare le trazioni più radicate, quelle che ci fanno tornare indietro, agli incontri conviviali in famiglia,  grazie al palato.

Indimenticabile la salsina fredda della domenica:
prezzemolo tritato a mezzaluna
uova sode passate tra i rebbi della forchetta                                              
un pizzico di sale e un filino d’olio d’oliva.                                                
Da gustare col lesso o anche  semplicemente su una fetta di pane.

Nella tradizione popolare era considerata pianta abortiva.

La coltivazione è davvero semplice, pianta biennale resistente al gelo, generosa nel raccolto anche in inverno,  se leggermente riparata.
In questa zona il termometro è arrivato eccezionalmente anche a -16 e il Petroselinum che aveva  perduto la parte aerea  ha regolarmente ricacciato in primavera.  Se volete un raccolto super (e chi non lo vuole?) sarà utile concimare  il terreno prima della semina con lupini. Sono biologici, a lenta cessione, rispettosi della nostra salute.
Miscelateli bene al terriccio, seminate, coprite i semi con un leggero strato di terra SENZA lupini. I passerotti ne sono ghiotti e se ne vedessero in superficie vi rivolterebbero tutto il vaso per cercarli.

Se volete anticipare la semina già in questi giorni, per “mettere avanti” i lavori primaverili è possibile farlo. In vaso procedete come sopra, una volta finita la semina pigiate la terra con le dita per assestarla, coprite la bocca del vaso con un vetro o con un pezzo di plastica rigida trasparente. Funzionerà come una serra. Mantenete umido il terriccio bagnando da sotto, cioè mettendo acqua nel sottovaso. Quando la terra è umida gettate l’acqua in eccesso e tornate a bagnare solo al bisogno. L’acqua stagnante è dannosa. Quando vedrete spuntare le prime foglie ricordate di togliere il vetro nelle ore calde e rimetterlo quando fa troppo freddo.  Il prezzemolo coltivato con passione avrà un sapore molto diverso dai mazzetti comprati recisi.