Kalanchoe anti cancro naturale

Kalanchoe, curanderos e sciamani la conoscono da sempre.

Le kalanchoe, altre piante del miracolo, ma quante sono?
I pubblicitari e i mass media usano continuamente le parole scioccante, miracolo, incredibile, per attirare la nostra attenzione, a me sembra che siano usate così a sproposito da aver perso ogni significato per cui voglio definire la kalanchoe “semplicemente” crassulacea anti cancro.
Ovviamente come preciso sempre, non sono un medico e non so quali siano le sostanze che portano alla guarigione. Se cerchi informazioni su questo ci sono fonti autorevoli, studiosi che lavorano per  portare alla luce antichi metodi di cura dimenticati con l’avvento della medicina moderna.
Le kalanchoe provengono dal Madagascar e dall’africa, sono state portate dagli schiavi durante la colonizzazione americana. Si riproducono in modo esponenziale e questo ne fa cure a costo vicino allo zero per tutti. Nei paesi poveri l’uso è rimasto costante. In questo momento di grande crisi economica e di valori sappiamo che le cure sono costose e che i nostri sistemi sanitari vacillano. Come abbiamo sentito riguardo alle cura per l’epatite C, siamo in balia delle case farmaceutiche che sono SPA, non onesti ricercatori al servizio della gente. Le cure non sono più accessibili a tutti, è consolatorio sapere che ci sono vie d’uscita.
Le kalanchoe sono circa 125 specie più le cultivar a scopo decorativo.
Quelle oggetto di studio, tradizionalmente usate da sciamani e curanderos sono tre:
kalanchoe pinnata, daigremontiana e gastonis-bonnieri

Kalanchoe daegremontiana

La caratteristica di queste piante è la riproduzine esponenziale…come quella delle cellule tumorali nel nostro corpo. Il nome pare venga dal cinese Kalan-chow, crescita invadente.
Le piantine nuove si formano direttamente sulle foglie delle piante madri. Quando hanno raggiunto la dimensione giusta per diventare indipendenti, si staccano e, ovunque cadano mettono radici, anche sulla moquette di casa. Si possono riprodurre anche da foglia semplicemente staccandola e lasciandola appoggiata al terreno.

come si usano? chiedendo a medici e erboristi naturalmente!!

Hanno gusto un po’ amaro ma sopportabile. Devono essere mangiate crude, una porzione di foglia al giorno, da sola oppure insieme a un’insalata di verdure cotte che ne stemperi un poco l’amaro, oppure frullata insieme alla frutta.
E’ cicatrizzante per impacco, cura l’ipertensione i reumatismi la schizofrenia, gli attacchi di panico, evita lo shock anafilattico. Ovviamente io riporto queste notizie ma rimango sempre e solo la contadina che coltiva queste piante, senza pretese ulteriori. Ognuno il suo!
Viene chiamata la pianta di Ghoete perché, di tutto il mondo vegetale, era la sua preferita e piacere a un poeta non è cosa da poco.
In serra coltiviamo molte varietà di Kalanchoe, la beharensis che cresce fino a sei metri, tocca il telo e poi, un po’ delusa, si piega verso il basso. ha grandi foglie che in Africa vengono usate come porte-enfant. Un neonato ci sta comodo per quanto sono grandi e ci sta coccolato perché sono ricoperte da una peluria fitta con effetto morbido velluto. Una volta sporcate si gettano, non inquinano e non costano.

la Kalanchoe humilis produce figli ben formati all’ascella delle foglie, si staccano, si interrano e in pochi giorni hanno già radici.

La synsepala invece produce nuove piante alla fine di un lungo stolone

Le cultivar di blossfeldiana sono le più comuni nelle vetrine dei fiorai,  hanno fiori di tutte le sfumature immaginabili, sono molto commerciali ma non per questo vanno sottovalutate. Un tocco di colore mette allegria, e anche questo è terapeutico.
Giusto per non perdere l’abitudine alla critica mi permetto di dire che la bellezza di questi fiori e la durata limitata a causa della coltivazione forzatissima olandese, sono un insulto al buon senso. C’è grande spreco di energia e di conseguenza tanto inquinamento dentro ogni vasetto ma… non è bello guastare la gioia della macchia di colore sul davanzale.

La coltivazione è semplicissima, ricorda che per le piante che vuoi mangiare devi usare terriccio per biologico o terra di campo misto sabbia, concima solo con lupini o letame per biologico.
Tenute a mezz’ombra crescono più in fretta.
Tutte hanno bisogno di temperatura sopra lo zero.
Trovi le kalanchoe che produciamo nel nostro catalogo,

http://www.castellarocactus.com/catalogo-crassulaceae/

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Rinvasare cactus e succulente: perchè, come, quando

Rinvasare è il momento migliore per conoscere davvero la pianta per intero e mettere alla prova le nostre capacità di coltivatori

9 marzo, in ritardo su tutto e in tempo per tutto, dipende dall’angolazione dello sguardo.
Di norma rinvaso le piante che ne hanno necessità in pieno inverno. Quando finisce la smania del natale, dopo aver rimesso in scatola i nastri rossi, gli angioletti e la tela da pacco paiettatta per l’anno prossimo, possibilmente un momento prima che parta la malinconia….si comincia a rinvasare.
In serra, con i miei ritmi da bradipo, ne ho per tutto gennaio. Non importa essere agili e in forma per fare questo lavoro, è indispensabile solo la tranquillità. Trattandosi di cactacee occorre lasciare il nervosismo fuori dalla porta, giusto per non fare movimenti bruschi rischiando di lasciare qualche brandello di pelle qua e là.
Le piante si rinvasano quando:
c’è un evidente squilibrio di proporzioni vaso pianta,
se la pianta è troppo grande ed esce dal bordo del vaso impedendone l’annaffiatura,
quando è troppo alta o ramificata per rimanere in equilibrio,
quando il terriccio è diventato troppo compatto per permettere all’acqua di entrare e di sgrondare rapidamente,
quando è malata e dobbiamo disinfettarla,
quando è un nuovo acquisto e abbiamo bisogno di controllare lo stato delle radici e di mettere il nostro terriccio, per unificare il ritmo di annaffiature con le piante che abbiamo già.


Per la sopravvivenza hanno bisogno di poche cose, però teniamo presente che il rinvaso e il taleaggio sono due momenti a rischio.
Io rinvaso in inverno per essere certa che la pianta sia a riposo, asciutta da tanto tempo. Pulisco bene le radici dalla vecchia terra, taglio quelle che sono secche o rovinate e rinvaso subito mettendo la terra nuova, perfettamente asciutta.
L’ideale sarebbe lasciar cicatrizzare le ferite fuori terra ma occorre spazio per farlo e in serra non ce l’ho per cui rinvaso subito, la pianta avrà poi tempo di chiudere le ferite anche nel vaso visto che non sarà bagnata per più di un mese. Non ho mai avuto attacchi fungini con questo sistema, cosa che invece può accadere nei rinvasi estivi, quelli che si fanno per emergenza quando la pianta è in piena vegetazione.

Le piante più spinose e più pesanti sono una vera sfida, sono programmate per essere inavvicinabili e il rinvaso richiede una concentrazione davvero zen.
Se siete nervosi…rimandate.
Le spine sono messe a difesa della pianta, al momento che deciderete di prenderla in mano sarete trattati come predatori, quindi uncinati, fiocinati e strappati, come tali.
Io non uso guanti per il rinvaso, non credo che ne esistano di adatti, qualcuno mi ha parlato di guanti da macellaio in maglina d’acciaio ma non voglio rompere le spine per cui uso carta e polistirolo.
Per le piante più leggere faccio una ciambella con la carta di giornale (certi quotidiani sembrano stampati appositamente per questo uso), con questa avvolgo e sollevo la parte spinosa riuscendo poi, tenendola “per il bavero”, a ripulire le radici e a posizionarla nel vaso giusto.

Sfilare le piante dai vasi di plastica è semplicissimo ma sono così brutti che cerchiamo di usarli il meno possibile.
Nel caso di vasi di coccio di solito si sacrifica il vaso. Una martellata bene assestata scarica i nervi e ci risparmia ore di manovre per sfilare radici che possono essere ben attaccate alle pareti del vaso.

La bellezza della pianta viene esaltata dal vaso giusto, dalla forma armoniosa e dalla nuance di colore che faccia risaltare qualche caratteristica, di fiore, di corpo, di spina.
Soggettiva è anche la scelta del terriccio. Non esiste un terriccio che trovi d’accordo tutti i coltivatori professionisti e tutti i collezionisti.
Chiedendo consigli vi accorgerete che tutti noi abbiamo la miscela giusta…secondo noi…e che sono tutte diverse!
I più precisi peseranno col bilancino tutti i vari intrugli provenienti da tutto il mondo e li misceleranno col cucchiaino da caffè. I più disordinati misceleranno un po’ e un po’ di quello che si saranno inventati raccogliendo materiale in natura.
Ogni pianta gradirebbe avere il substrato della zona da cui proviene, non perché lo abbia mai assaggiato (se siamo onesti non compriamo piante prelevate in natura) ma perché la sua famiglia si è specializzata nei secoli in quelle circostanze. Bisogna quindi studiare famiglia, origine, altitudine…. in realtà credo che accettino i nostri paciughi vari senza troppi problemi.
Non me ne vogliano i perfezionisti, sono piante specializzate in difficoltà!
Noi in vivaio prepariamo due tipi di terriccio, per cactacee e per…le altre.
Aggiusto poi correggendolo al momento, a sentimento, a seconda della pianta che ho in mano.
Per le cactacee usiamo una parte di terriccio universale, pari quantità di inerte vulcanico in pezzature diverse e pari quantità di torba bionda.
Per le Cassulacee e le grasse in generale aumentiamo la percentuale di terriccio e torba.
Occorre terriccio universale ottimo, le super offerte non sempre danno risultati soddisfacenti nel tempo.
Abbiamo scelto di non concimare al momento della preparazione del terriccio.
Abbiamo visto che la concimazione contenuta nell’universale è sufficiente, abbondando si rischia di “gonfiare le piante” a discapito della loro robustezza e salute.
Naturalmente per chi non vuole o non può preparare di persona il terriccio si può trovarlo anche già pronto.
Va provato nel tempo perché non tutti rispondono alle caratteristiche di drenaggio e qualità indispensabili alle piante grasse. A volte è macinato come fondi di caffè e quindi praticamente impermeabile, ce ne accorgeremo quando le piante appassiranno per la sete (l’acqua si ferma in superficie). A volte è troppo concimato e gonfia le piante poi si esaurirà in pochi mesi.
Occorre sperimentare le varie marche o trovare un vivaista di fiducia che vi venda la sua mistura segretissima ma non illudetevi, non vi darà mai la ricetta esatta come non ve la darebbe un cuoco!!!
Parlerò di terricci esaminando a fondo i vari materiali in commercio nei prossimi articoli.

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Viole, Violette e viola d’amore

le viole macchiano già il prato selvatico, è quasi primavera, annusiamo, raccogliamo e cuciniamo viole!

Ovviamente tutto ciò risveglia il nostro lato poetico, pensiamo alle collanine di fiori  infilate con ago e filo di refe,  ai giochi dell’infanzia… ma anche alle viole candite e alle insalate fresche di foglie e fiori.
Sono fiori poetici, evocatori.
Riesce difficile definirla erbacea perenne dopo che Foscolo l’ha chiamata “fior nunzio d’aprile” ma ci perdonerà la mancanza di romanticismo, visto che stiamo pensando addirittura di condirla insieme all’insalata, con olio e aceto balsamico.
Del resto, fra le sue tante proprietà è anche lassativa per cui: non è solo romanticismo.
Napoleone ne era innamorato, Maria Luigia portò a Parma questa grande passione e qui ne facemmo commercio catturandone l’essenza nel celebre profumo “violetta di Parma”.
Non deve essere stato facile imbottigliare questo delizioso profumo, tanto prezioso quanto fugace, la fragranza ha la proprietà di anestetizzare temporaneamente i ricettori dell’olfatto.
Se provate ad inalarlo per qualche minuto dal mazzolino di viole… tutto sparirà e per molti minuti non sentirete più nulla.

Il nome significa bambola, cortigiana, ragazza.
Erano passati pochi anni dalla morte di Maria Luigia quando Verdi chiamò Violetta la protagonista della Traviata.
Viola e violino, sono strumenti con suono dolce e viola d’amore quello con suono dolcissimo. Sette corde che so essere di budello non riescono ad ammaliarmi ma è bello, non c’è dubbio.

Amo le viole mammole, nelle varie sfumature di viola, un po’ blu, fino al bianco che sorprende nel sottobosco. Mi piacciono un po’ meno le pansè, forse perché loro non hanno nulla di modesto tra i colori squillanti o forse, semplicemente, perché non mi ricordano l’infanzia.

Le violette hanno un discreto stuolo di ammiratori, “discreto” appunto. Quasi nascoste nei giardini, non visibili da lontano, si propagano per stoloni che, passo dopo passo, allargano la macchia di foglie reniformi. Timide anche nella riproduzione da seme. La prima fioritura è quella “pubblica”, sopra il cuscinetto delle foglie, solo estetica. La seconda fioritura invece è nascosta, fiori con stelo corto che, senza aprirsi si trasformano in capsule da seme senza bisogno di insetti. Questa autoimpollinazione si chiama “nozze segrete”.
I semi che troverete nelle capsule germinano bene dopo aver sentito il gelo.
Se ci appassionano questi fiori timidi possiamo coltivarli senza fatica, sia in giardino che in vaso.
Si moltiplicano per stoloni e per seme, diventando piacevolmente invadenti.
Possiamo coltivare viole che fioriscano in vari periodi dell’anno, a seconda della provenienza.
Per cominciare senza scoraggiarci ci sono le resistenti sororia, l’albiflora con mammola bianca interno verde, la azurea con striature blu e la rubra che ci stupirà col suo rosso porpora fra il verde del fogliame.
La subsinuata e la pedatifida hanno mammole molto diverse dalla specie nostrana.
La pinnata e la selkirkii vivono benissimo in terreni rocciosi, in natura, nel nord america da dove sono originarie, vivono fra i 3000 e i 4000 metri.
Ultima ma non ultima possiamo coltivare la coreana che ha fioritura tardiva e foglie tondeggianti molto interessanti.

L’uso culinario più comune è la canditura.
Si passano nel chiaro d’uovo montato a neve e si spolverizzano con lo zucchero, sono buone e anche di grande effetto per le decorazioni.
Qui i miei motivi per non prepararle:
https://millaboschi.com/uova-di-galline-felici-col-cavolo/

Possono diventare sciroppi e tisane, aromatizzare vino, olio e aceto, limonata.
La mia ricetta preferita è l’infuso:
una manciata di fiori in un litro d’acqua bollente
si coperchia, si lascia riposare per 30 minuti, si filtra,
si aggiungono due cucchiai di miele (o melassa).
fa bene per la tosse e il mal di gola.
Se la bevete nelle tazze della vostra mamma fa bene anche al cuore.

Viola mammola
Viola mammola
viole in infuso
viole in infuso

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Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Zenzero Zingiber officinalis : a febbraio prepariamo i tuberi per la nuova produzione

A gennaio, quando le giornate erano cortissime e l’umore grigio come la luce padana, ho pensato a cosa coltivare quest’anno. Tra le cose indispensabili nella mia lista: lo zenzero. Pianta asiatica che si adatta alla coltivazione in vaso senza difficoltà. Naturalmente le serve una temperatura minima molto alta, quindi dovrà passare l’inverno in casa con noi. Averla in cucina sarà comodissimo per raccoglierla e mangiarla quando serve, cioè d’inverno, in modo particolare quando saremo raffreddati.
A febbraio i tuberi sono reperibili con facilità, vanno bene anche quelli del supermercato, biologici possibilmente. Scegliamo quelli con “occhi” di vegetazione più turgidi. Confidiamo sull’educazione di chi ha “palpato” le radici prima di noi.
Mi sorprende sempre vedere quanta forza abbiano le signore nei polpastrelli, quando sono al banco frutta e verdura. Penso che potrebbero svitare i bulloni delle ruote dell’auto senza chiave inglese, se ci mettessero la medesima foga.
Scegliamo quindi tuberi non ammaccati, possibilmente piccoli, è sufficiente una gemma per avere una nuova pianta. Nel caso fossero grossi possiamo tagliarli e farne più piante. E’ la stessa procedura delle patate.

Si divide il tubero in porzioni con una gemma o due , si mettono ad asciugare in luogo ventilato  per qualche giorno. Quando il taglio si è cicatrizzato si può interrare. Io faccio questa operazione calcolando una ventina di giorni di asciugatura, se poi dovranno aspettare qualche giorno in più non è un problema.
Non occorre dire che le gemme devono essere rivolte verso l’alto vero? 🙂 🙂 
Cresce bene in terriccio ricco, in vaso capiente per permettere ai rizomi di crescere senza deformazioni e a noi di scavare nel terreno con un cavino e prendere quanto ci serve senza danneggiare il resto. Ha bisogno di tanta acqua in estate e di un periodo di asciutta invernale. Se proprio non avete spazio in casa per il vaso potrete dissotterrare tutti i tuberi, e conservarli in luogo fresco “salvando” per la primavera solo quello che volete ricoltivare. Regolate l’annaffiatura in base all’esposizione. Se è in pieno sole beve di più, naturalmente.
 

Zenzero: gemma
Zenzero: gemma
Zingiber officinalis
Zingiber officinalis

E’originario di India e Malesia. Per gli antichi indiani aveva uso purificatorio oltre che alimentare. Lo masticavano prima dei rituali per “aggiustare” l’alito, per poi elevare canti alle divinità con la bocca profumata.
I cinesi 3000 anni prima di Cristo la usavano per curare raffreddori, tetano e lebbra.
Secondo la Scuola salernitana “lo zenzero spinge i giovani all’amore”, significa che è afrodisiaco? Io rimango nel dubbio, se così fosse, forse avrebbero scritto “spinge i vecchi all’amore!”
Per le sue proprietà digestive i latini ne fecero un pane per chiudere i ricchi banchetti, che si trasformò poi in dolce.
E’ della tradizione inglese la favola dell’omino di zenzero che prende vita appena uscito dal forno.
Ho trovato questa ricetta che si può trasformare in vegan cambiando miele con melassa e burro con margarina.
biscotti gingerbread
…e non dimentichiamo che nella favola di Hansel e Gretel, era fatto di irresistibile pan di zenzero il tetto della casa tutta da mangiare della strega.

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Aloe vera, Aloe arborescens piante del miracolo,

aloe: PADRE ROMANO ZAGO LA DEFINI’  PIANTA DEL MIRACOLO e da allora la sua ricetta ha fatto il giro del mondo.

Amo il mio lavoro, coltivo piante grasse e officinali, tra le migliaia che conosco e riproduco c’è anche l’aloe, anzi molte varietà diverse di aloe. Ritengo importante che ognuno faccia il suo mestiere, al meglio e con onestà. Per questo non parlerò degli effetti dell’aloe che copierei di sana pianta dal libro di padre Zago o dalla tanta letteratura più o meno seria che c’è in giro.
Da coltivatrice vi raccomando di coltivarvi da soli le piante che mangerete oppure di comprare piante biologiche o da persone di fiducia. NON COMPRATE DA FIORISTI se non hanno la certificazione biologica, le normative sui trattamenti consentiti per le piante ornamentali sono diverse da quelle per piante commestibili. Per le ornamentali non ci sono tempi di sospensione per cui si possono vendere quando sono velenose di anticrittogamici e insetticidi e si possono usare prodotti davvero nocivi.
Le ho viste in vendita in un noto discount con il cartellino che sul fronte diceva “pianta medicinale” in italiano e, sul retro, scritto piccolo piccolo in tedesco diceva: pianta non commestibile. Il prezzo totale era inferiore a quanto io pago (all’ingrosso) quella quantità di terriccio per biologico, come l’avranno coltivata?

l’Aloe vera (barbadensis) e la arborescens sono considerate antitumorali, vengono usate in cosmetica o semplicemente, a crudo, si possono mettere sulle ustioni per evitare la formazione della vescica. Il nostro bergamino indiano ci insegnò che un’aloe  piantata sul lato destro della porta d’ingresso impedisce alle disgrazie di entrare.
Possiamo immaginare in climi favorevoli le dimensioni fantastiche delle aloe in piena terra. Da noi occorre tenerle in vaso e ripararle ad almeno 3 o 4 gradi sopra lo zero. Forse è per le dimensioni ridotte delle piante che qualche volta le disgrazie passano.
Alla fine involontariamente mi è anche scappato di elencare qualche uso, nessun problema non ho svelato tutto, ce ne sono tanti altri da chiedere a medico ed erborista.

In serra coltiviamo molte varietà di aloe, la jacunda per esempio, adattissima per chi ha poco spazio, la marginata che ha una bordatura rosa lungo tutta la foglia, la saponaria, un tempo usata per fare sapone. I nuovi ibridi hanno foglie a margine dentellato colorato molto interessante per chi non coltiva solo piante naturali ma ama gli esperimenti umani. Molto interessante la dichotoma, albero maestoso che in questo periodo potete vedere in uno spot pubblicitario, sempre che non vi facciate distrarre da Jonny Depp che si toglie gli ori e li seppellisce fra i due esemplari.

Tutte sono di facile coltivazione. Come di norma per tutte le “grasse” occorre terriccio drenante, niente sottovasi che possano contenere acqua stagnante per lunghi periodi e concimazioni biologiche se si tengono per uso medicinale. I lupini macinati sono la soluzione migliore, sono a lenta cessione e non gonfiano le piante.
Si riproducono da seme come tutte le piante ma il modo più rapido è prelevare i getti laterali.
Noi li tagliamo con un coltello affilato quando hanno almeno un anno (non piccolissimi), li lasciamo asciugare all’ombra e all’aria per almeno una settimana, meglio due, e poi li piantiamo in terra asciutta e aspettiamo ancora 15 giorni prima di bagnare. In questo modo non occorrono fungicidi per evitare le muffe. Se il taglio è ben cicatrizzato la pianta rimane sana. NON OCCORRONO ORMONI RADICANTI, la natura sa fare benissimo il suo mestiere senza artifizi. La pianta contiene i suoi ormoni radicanti e butterà radici perché ha voglia di vivere. Unica difficoltà nella coltivazione potrebbe essere il cambio di stagione. Finito l’inverno, quando le riportiamo all’aperto, bisogna trattarle come persone di pelle chiara, proteggerle dal sole del mezzogiorno che le potrebbe ustionare irreparabilmente. Se non avete posti a mezz’ombra proteggetele coprendole con un tulle. Va benissimo quello che si acquista in metratura oppure quello delle confezioni regalo, in questo modo riciclerete anno dopo anno tessuti che di solito si buttano. Basta coprirle per una decina di giorni, riprenderanno colore e si abitueranno all’estate.
Per i collezionisti l’elenco potrebbe procedere per ore, elenco noioso per chi è arrivato fin qui inseguendo “solo” la pianta del miracolo. Potrete trovarne altre qui:

http://castellarocactus.altervista.org/joomla/

Aloe jucunda
Aloe jucunda

 

Aloe"orange marmalade"
Aloe”orange marmalade”

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Rosmarino: Rosmarinus officinalis, l’erba della memoria

“c’è il rosmarino, questo è per la memoria” per dirla come l’Ofelia di Shakespeare nel quarto atto dell’Otello.

Panacea per tutti i mali, il comunissimo rosmarino non può mancare nel  cortile o sul nostro balcone.
Visto che già greci e romani lo consideravano portafortuna, arma contro gli spiriti maligni e pianta gradita agli Dei, ne converrete che dobbiamo averne almeno un cespuglio, una rametto, un sacchettino di foglie e fiori secchi.
Non basta? Nel Medioevo simboleggiava pure l’amore eterno e pare  che l’infuso oltre ad aiutare la memoria combatta la depressione.
Possiamo coltivarlo in vaso oppure in piena terra, non ha esigenze particolari se non il clima mediterraneo. Noi emiliani lo piantiamo riparato dalle correnti fredde appoggiato ai muri rivolti a sud.
Che ci si intenda di erboristeria, che ci si destreggi con tisane, decotti e unguenti oppure no, una pianta di rosmarino non può mancare nel nostro bouquet olfattivo e alimentare. Fa primavera la fioritura e anche il brusio delle api che vengono a visitarlo. Il profumo da solo ci ripaga della cura ma non limitiamoci a quello. Profuma le pietanze e le rende digeribili, se ne fa un buon vino e un miele eccezionale.

La regina Isabella d’Ungheria ebbe in sogno da un angelo la ricetta per la panacea di tutti i mali, chiamata appunto “l’acqua della regina d’Ungheria” che conteneva poca acqua e parecchio alcool. Pare che la vecchia regina risolvesse problemi di gotta e di artriti bevendone… qb.

Rosmarinus officinalis
Rosmarinus officinalis

Rosmarino officinale

Ne esistono molte varietà, quelle che noi riteniamo di più semplice coltivazione (per il nostro clima collinare con puntate anche a -16°) sono il classico Rosmarino officinalis, il Rosmarino officinalis “White” a fiore bianco e quello Prostratus a portamento strisciante, splendido da inserire negli anfratti del giardino roccioso o sui balconi con il suo effetto “a cascata”.
La moltiplicazione si fa per seme o per talea di rametto.
In primavera tagliate il ramo a circa 20 cm dalla sommità, nella parte semi legnosa, piantatelo in terra sabbiosa e bagnate spesso. Se avete l’abitudine di conservalo in vasi d’acqua per utilizzarlo fresco in cucina può capitare che metta radici anche lì, in questo caso mi sembra bellissimo dargli la possibilità di diventare una nuova pianta. Basta un vaso sul davanzale e vi ripagherà delle vostre cure.
Ricordate di utilizzare concime per biologico per poter mangiare SANO quello che coltivate. Per il rosmarino vanno benissimo i lupini macinati mescolati al terriccio. Sono naturali e a “lenta cessione”. Significa che non sarete legati a concimazioni quindicinali ma sarà sufficiente una manciatina di lupini ogni sei mesi.

Fra le tante ricette antiche quella della marmellata di fiori è la mia preferita.
100 gr di fiori di rosmarino da pestare nel mortaio
200 gr di acqua da bollire con 30 gr di foglie
colare l’infuso, aggiungere 300 gr. di zucchero e preparare lo sciroppo
lasciare intiepidire e aggiungere la pasta ottenuta coi fiori pestati
invasare e sterilizzare.
Questa marmellata era la preferita di Galileo Galilei, gliela preparava la figlia in convento.

Spalmata su una fettina di pane casereccio, profumerà le giornate di nebbia come se fosse primavera.

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Hoodia gordonii: pianta dimagrante se sei un Boscimano

Mangiando solo Hoodia intanto che si rincorre selvaggina il dimagrimento è assicurato!

Navigando in internet ho scoperto che questa deliziosa pianta non è più conosciuta solo dai collezionisti, i suoi derivati sono in commercio carichi di promesse. “inibitore della fame”,”dimagrante”, “miracolosa”…
Ma abbiamo davvero bisogno di una pianta dimagrante? ci serve? siamo ancora convinti che un succo magico ci permetterà di raggiungere il peso che riteniamo giusto per noi?
Io coltivo piante per cui non sono assolutamente in grado di sapere se è vero o no che la pianta da senso di sazietà o se fa addirittura dimagrire, quello che posso valutare è la conoscenza della pianta che hanno i venditori di questo succo magico.
Una passeggiata nei siti di vendita “sbobbe varie” mi ha dimostrato che raccontano quel che non sanno:
“Hoodia cactus”
“hoodia famiglia hoodia”
“pianta cactus-simile”
se non conoscono la pianta che vendono perché dovrei credere a tutto il resto? Ma soprattutto perché dovrei affidare al potere taumaturgico di una pianta lo squilibrio di calorie della mia alimentazione?
Parlo di GUARIGIONE non per confusione linguistica ma perché conosco i disturbi alimentari molto bene.
Sono certa che i Boscimani dimagriscono mangiandola. La letteratura dice che si nutrono solo di questa pianta per vari giorni, quanto dura la caccia. Ora mi viene da pensare che se io, nativa della pianura padana, in assenza di hoodia, mangiassi solo tarassaco rincorrendo una lepre, il tarassaco sarebbe pianta dimagrante!
Il discorso DISTURBI ALIMENTARI è molto ampio, si sviluppa a livello fisico, spirituale ed emotivo.
Forse proprio perché così complesso e articolato muove un giro di affari impressionante.
Proviamo ad analizzare con occhio critico quanto stia a cuore a molti. Sforziamoci di guardare un attimo la tv con gli occhi aperti. Metà della pubblicità ci farà vedere cose da mangiare super raffinate (quindi “affamanti”) masticate da famiglie magre e felici, l’altra metà cose che sgonfieranno, rassoderanno e faranno dimagrire persone con espressioni tese e scontente. Nei programmi invece vedremo persone magre che “valgono” e persone grasse messe in ridicolo.
Nessuno metterebbe in ridicolo un diabetico, perché  uno grasso è buffo?
Non c’è niente di buffo nel sovrappeso, non c’è niente da ridere nelle abbuffate e niente nelle tecniche messe in atto per  mantenere il peso forma.
Ho dato per scontato che chiunque cerchi “pianta dimagrante” online abbia disturbi alimentari, forse non è così. Ci sono vari modi per capirlo. Il più immediato è rivolgersi alla propria asl e attivarsi come si farebbe per qualsiasi altra MALATTIA.
questa è la pagina della mia città

http://www.ausl.pr.it/azienda/programmi/disturbi-comportamento-alimentare.aspx

Quando mi sono riconosciuta come malata mi è servito ricordare che le ferite dei bambini guariscono con disinfettante e cerotto, ma il processo di cicatrizzazione si innesca prima di tutto con un bacio e un abbraccio.
Noi possiamo cominciare a “disinfettare” la nostra malattia riconoscendola come tale.
Quando siamo ossessionati dal cibo siamo malati, non golosoni privi di volontà.
Mettiamo poi un cerotto alla nostra ferita evitando cibi spazzatura (che innescano fame perpetua) ma, prima di tutto e continuamente, prendiamoci cura di noi in toto, non ingoiando intrugli miracolosi ma costruendo il nostro miracolo.

Hoodia gordonii
Hoodia gordonii

Hoodia gordonii è una splendida Asclepiadacea, non è un cactus, è originaria dell’Africa del sud, il fiore a forma di parabolica ha cinque punte e puzza di carne marcia come tutti quelli della specie. Attira i mosconi da carne come impollinatori. Noi la coltiviamo in serra con minima invernale di + 6° nonostante molti testi raccomandino temperature maggiori. Credo sia importante l’assenza di umidità. E’ molto sensibile alla botrite per cui ha bisogno di terriccio ben drenante.
https://it.wikipedia.org/wiki/Botrytis_cinerea
L’ho vista spesso coltivata in substrati composti al 90° di materiale inerte proprio per evitare marciumi.
Si riproduce da seme o per talea. I semi sono contenuti in un baccello che si apre a maturazione. Sono leggerissimi, in natura vengono dispersi dal vento per cui se desiderate raccoglierli, dovrete essere attentissimi nel seguire la maturazione, oppure occorrerà mettere una “cuffietta” di tulle sul baccello.

per  approfondire il tema disturbi alimentari mi è servito questo splendido libro:
FAME  di Allen Zadoff Corbaccio ed.

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