Viole, Violette e viola d’amore

le viole macchiano già il prato selvatico, è quasi primavera, annusiamo, raccogliamo e cuciniamo viole!

Ovviamente tutto ciò risveglia il nostro lato poetico, pensiamo alle collanine di fiori  infilate con ago e filo di refe,  ai giochi dell’infanzia… ma anche alle viole candite e alle insalate fresche di foglie e fiori.
Sono fiori poetici, evocatori.
Riesce difficile definirla erbacea perenne dopo che Foscolo l’ha chiamata “fior nunzio d’aprile” ma ci perdonerà la mancanza di romanticismo, visto che stiamo pensando addirittura di condirla insieme all’insalata, con olio e aceto balsamico.
Del resto, fra le sue tante proprietà è anche lassativa per cui: non è solo romanticismo.
Napoleone ne era innamorato, Maria Luigia portò a Parma questa grande passione e qui ne facemmo commercio catturandone l’essenza nel celebre profumo “violetta di Parma”.
Non deve essere stato facile imbottigliare questo delizioso profumo, tanto prezioso quanto fugace, la fragranza ha la proprietà di anestetizzare temporaneamente i ricettori dell’olfatto.
Se provate ad inalarlo per qualche minuto dal mazzolino di viole… tutto sparirà e per molti minuti non sentirete più nulla.

Il nome significa bambola, cortigiana, ragazza.
Erano passati pochi anni dalla morte di Maria Luigia quando Verdi chiamò Violetta la protagonista della Traviata.
Viola e violino, sono strumenti con suono dolce e viola d’amore quello con suono dolcissimo. Sette corde che so essere di budello non riescono ad ammaliarmi ma è bello, non c’è dubbio.

Amo le viole mammole, nelle varie sfumature di viola, un po’ blu, fino al bianco che sorprende nel sottobosco. Mi piacciono un po’ meno le pansè, forse perché loro non hanno nulla di modesto tra i colori squillanti o forse, semplicemente, perché non mi ricordano l’infanzia.

Le violette hanno un discreto stuolo di ammiratori, “discreto” appunto. Quasi nascoste nei giardini, non visibili da lontano, si propagano per stoloni che, passo dopo passo, allargano la macchia di foglie reniformi. Timide anche nella riproduzione da seme. La prima fioritura è quella “pubblica”, sopra il cuscinetto delle foglie, solo estetica. La seconda fioritura invece è nascosta, fiori con stelo corto che, senza aprirsi si trasformano in capsule da seme senza bisogno di insetti. Questa autoimpollinazione si chiama “nozze segrete”.
I semi che troverete nelle capsule germinano bene dopo aver sentito il gelo.
Se ci appassionano questi fiori timidi possiamo coltivarli senza fatica, sia in giardino che in vaso.
Si moltiplicano per stoloni e per seme, diventando piacevolmente invadenti.
Possiamo coltivare viole che fioriscano in vari periodi dell’anno, a seconda della provenienza.
Per cominciare senza scoraggiarci ci sono le resistenti sororia, l’albiflora con mammola bianca interno verde, la azurea con striature blu e la rubra che ci stupirà col suo rosso porpora fra il verde del fogliame.
La subsinuata e la pedatifida hanno mammole molto diverse dalla specie nostrana.
La pinnata e la selkirkii vivono benissimo in terreni rocciosi, in natura, nel nord america da dove sono originarie, vivono fra i 3000 e i 4000 metri.
Ultima ma non ultima possiamo coltivare la coreana che ha fioritura tardiva e foglie tondeggianti molto interessanti.

L’uso culinario più comune è la canditura.
Si passano nel chiaro d’uovo montato a neve e si spolverizzano con lo zucchero, sono buone e anche di grande effetto per le decorazioni.
Qui i miei motivi per non prepararle:
https://millaboschi.com/uova-di-galline-felici-col-cavolo/

Possono diventare sciroppi e tisane, aromatizzare vino, olio e aceto, limonata.
La mia ricetta preferita è l’infuso:
una manciata di fiori in un litro d’acqua bollente
si coperchia, si lascia riposare per 30 minuti, si filtra,
si aggiungono due cucchiai di miele (o melassa).
fa bene per la tosse e il mal di gola.
Se la bevete nelle tazze della vostra mamma fa bene anche al cuore.

Viola mammola
Viola mammola
viole in infuso
viole in infuso

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Zenzero Zingiber officinalis coltivato a casa: km 0

Zenzero Zingiber officinalis : a febbraio prepariamo i tuberi per la nuova produzione

A gennaio, quando le giornate erano cortissime e l’umore grigio come la luce padana, ho pensato a cosa coltivare quest’anno. Tra le cose indispensabili nella mia lista: lo zenzero. Pianta asiatica che si adatta alla coltivazione in vaso senza difficoltà. Naturalmente le serve una temperatura minima molto alta, quindi dovrà passare l’inverno in casa con noi. Averla in cucina sarà comodissimo per raccoglierla e mangiarla quando serve, cioè d’inverno, in modo particolare quando saremo raffreddati.
A febbraio i tuberi sono reperibili con facilità, vanno bene anche quelli del supermercato, biologici possibilmente. Scegliamo quelli con “occhi” di vegetazione più turgidi. Confidiamo sull’educazione di chi ha “palpato” le radici prima di noi.
Mi sorprende sempre vedere quanta forza abbiano le signore nei polpastrelli, quando sono al banco frutta e verdura. Penso che potrebbero svitare i bulloni delle ruote dell’auto senza chiave inglese, se ci mettessero la medesima foga.
Scegliamo quindi tuberi non ammaccati, possibilmente piccoli, è sufficiente una gemma per avere una nuova pianta. Nel caso fossero grossi possiamo tagliarli e farne più piante. E’ la stessa procedura delle patate.

Si divide il tubero in porzioni con una gemma o due , si mettono ad asciugare in luogo ventilato  per qualche giorno. Quando il taglio si è cicatrizzato si può interrare. Io faccio questa operazione calcolando una ventina di giorni di asciugatura, se poi dovranno aspettare qualche giorno in più non è un problema.
Non occorre dire che le gemme devono essere rivolte verso l’alto vero? 🙂 🙂 
Cresce bene in terriccio ricco, in vaso capiente per permettere ai rizomi di crescere senza deformazioni e a noi di scavare nel terreno con un cavino e prendere quanto ci serve senza danneggiare il resto. Ha bisogno di tanta acqua in estate e di un periodo di asciutta invernale. Se proprio non avete spazio in casa per il vaso potrete dissotterrare tutti i tuberi, e conservarli in luogo fresco “salvando” per la primavera solo quello che volete ricoltivare. Regolate l’annaffiatura in base all’esposizione. Se è in pieno sole beve di più, naturalmente.
 

Zenzero: gemma
Zenzero: gemma
Zingiber officinalis
Zingiber officinalis

E’originario di India e Malesia. Per gli antichi indiani aveva uso purificatorio oltre che alimentare. Lo masticavano prima dei rituali per “aggiustare” l’alito, per poi elevare canti alle divinità con la bocca profumata.
I cinesi 3000 anni prima di Cristo la usavano per curare raffreddori, tetano e lebbra.
Secondo la Scuola salernitana “lo zenzero spinge i giovani all’amore”, significa che è afrodisiaco? Io rimango nel dubbio, se così fosse, forse avrebbero scritto “spinge i vecchi all’amore!”
Per le sue proprietà digestive i latini ne fecero un pane per chiudere i ricchi banchetti, che si trasformò poi in dolce.
E’ della tradizione inglese la favola dell’omino di zenzero che prende vita appena uscito dal forno.
Ho trovato questa ricetta che si può trasformare in vegan cambiando miele con melassa e burro con margarina.
biscotti gingerbread
…e non dimentichiamo che nella favola di Hansel e Gretel, era fatto di irresistibile pan di zenzero il tetto della casa tutta da mangiare della strega.

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Aloe vera, Aloe arborescens piante del miracolo,

aloe: PADRE ROMANO ZAGO LA DEFINI’  PIANTA DEL MIRACOLO e da allora la sua ricetta ha fatto il giro del mondo.

Amo il mio lavoro, coltivo piante grasse e officinali, tra le migliaia che conosco e riproduco c’è anche l’aloe, anzi molte varietà diverse di aloe. Ritengo importante che ognuno faccia il suo mestiere, al meglio e con onestà. Per questo non parlerò degli effetti dell’aloe che copierei di sana pianta dal libro di padre Zago o dalla tanta letteratura più o meno seria che c’è in giro.
Da coltivatrice vi raccomando di coltivarvi da soli le piante che mangerete oppure di comprare piante biologiche o da persone di fiducia. NON COMPRATE DA FIORISTI se non hanno la certificazione biologica, le normative sui trattamenti consentiti per le piante ornamentali sono diverse da quelle per piante commestibili. Per le ornamentali non ci sono tempi di sospensione per cui si possono vendere quando sono velenose di anticrittogamici e insetticidi e si possono usare prodotti davvero nocivi.
Le ho viste in vendita in un noto discount con il cartellino che sul fronte diceva “pianta medicinale” in italiano e, sul retro, scritto piccolo piccolo in tedesco diceva: pianta non commestibile. Il prezzo totale era inferiore a quanto io pago (all’ingrosso) quella quantità di terriccio per biologico, come l’avranno coltivata?

l’Aloe vera (barbadensis) e la arborescens sono considerate antitumorali, vengono usate in cosmetica o semplicemente, a crudo, si possono mettere sulle ustioni per evitare la formazione della vescica. Il nostro bergamino indiano ci insegnò che un’aloe  piantata sul lato destro della porta d’ingresso impedisce alle disgrazie di entrare.
Possiamo immaginare in climi favorevoli le dimensioni fantastiche delle aloe in piena terra. Da noi occorre tenerle in vaso e ripararle ad almeno 3 o 4 gradi sopra lo zero. Forse è per le dimensioni ridotte delle piante che qualche volta le disgrazie passano.
Alla fine involontariamente mi è anche scappato di elencare qualche uso, nessun problema non ho svelato tutto, ce ne sono tanti altri da chiedere a medico ed erborista.

In serra coltiviamo molte varietà di aloe, la jacunda per esempio, adattissima per chi ha poco spazio, la marginata che ha una bordatura rosa lungo tutta la foglia, la saponaria, un tempo usata per fare sapone. I nuovi ibridi hanno foglie a margine dentellato colorato molto interessante per chi non coltiva solo piante naturali ma ama gli esperimenti umani. Molto interessante la dichotoma, albero maestoso che in questo periodo potete vedere in uno spot pubblicitario, sempre che non vi facciate distrarre da Jonny Depp che si toglie gli ori e li seppellisce fra i due esemplari.

Tutte sono di facile coltivazione. Come di norma per tutte le “grasse” occorre terriccio drenante, niente sottovasi che possano contenere acqua stagnante per lunghi periodi e concimazioni biologiche se si tengono per uso medicinale. I lupini macinati sono la soluzione migliore, sono a lenta cessione e non gonfiano le piante.
Si riproducono da seme come tutte le piante ma il modo più rapido è prelevare i getti laterali.
Noi li tagliamo con un coltello affilato quando hanno almeno un anno (non piccolissimi), li lasciamo asciugare all’ombra e all’aria per almeno una settimana, meglio due, e poi li piantiamo in terra asciutta e aspettiamo ancora 15 giorni prima di bagnare. In questo modo non occorrono fungicidi per evitare le muffe. Se il taglio è ben cicatrizzato la pianta rimane sana. NON OCCORRONO ORMONI RADICANTI, la natura sa fare benissimo il suo mestiere senza artifizi. La pianta contiene i suoi ormoni radicanti e butterà radici perché ha voglia di vivere. Unica difficoltà nella coltivazione potrebbe essere il cambio di stagione. Finito l’inverno, quando le riportiamo all’aperto, bisogna trattarle come persone di pelle chiara, proteggerle dal sole del mezzogiorno che le potrebbe ustionare irreparabilmente. Se non avete posti a mezz’ombra proteggetele coprendole con un tulle. Va benissimo quello che si acquista in metratura oppure quello delle confezioni regalo, in questo modo riciclerete anno dopo anno tessuti che di solito si buttano. Basta coprirle per una decina di giorni, riprenderanno colore e si abitueranno all’estate.
Per i collezionisti l’elenco potrebbe procedere per ore, elenco noioso per chi è arrivato fin qui inseguendo “solo” la pianta del miracolo. Potrete trovarne altre qui:

http://castellarocactus.altervista.org/joomla/

Aloe jucunda
Aloe jucunda

 

Aloe"orange marmalade"
Aloe”orange marmalade”

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Rosmarino: Rosmarinus officinalis, l’erba della memoria

“c’è il rosmarino, questo è per la memoria” per dirla come l’Ofelia di Shakespeare nel quarto atto dell’Otello.

Panacea per tutti i mali, il comunissimo rosmarino non può mancare nel  cortile o sul nostro balcone.
Visto che già greci e romani lo consideravano portafortuna, arma contro gli spiriti maligni e pianta gradita agli Dei, ne converrete che dobbiamo averne almeno un cespuglio, una rametto, un sacchettino di foglie e fiori secchi.
Non basta? Nel Medioevo simboleggiava pure l’amore eterno e pare  che l’infuso oltre ad aiutare la memoria combatta la depressione.
Possiamo coltivarlo in vaso oppure in piena terra, non ha esigenze particolari se non il clima mediterraneo. Noi emiliani lo piantiamo riparato dalle correnti fredde appoggiato ai muri rivolti a sud.
Che ci si intenda di erboristeria, che ci si destreggi con tisane, decotti e unguenti oppure no, una pianta di rosmarino non può mancare nel nostro bouquet olfattivo e alimentare. Fa primavera la fioritura e anche il brusio delle api che vengono a visitarlo. Il profumo da solo ci ripaga della cura ma non limitiamoci a quello. Profuma le pietanze e le rende digeribili, se ne fa un buon vino e un miele eccezionale.

La regina Isabella d’Ungheria ebbe in sogno da un angelo la ricetta per la panacea di tutti i mali, chiamata appunto “l’acqua della regina d’Ungheria” che conteneva poca acqua e parecchio alcool. Pare che la vecchia regina risolvesse problemi di gotta e di artriti bevendone… qb.

Rosmarinus officinalis
Rosmarinus officinalis

Rosmarino officinale

Ne esistono molte varietà, quelle che noi riteniamo di più semplice coltivazione (per il nostro clima collinare con puntate anche a -16°) sono il classico Rosmarino officinalis, il Rosmarino officinalis “White” a fiore bianco e quello Prostratus a portamento strisciante, splendido da inserire negli anfratti del giardino roccioso o sui balconi con il suo effetto “a cascata”.
La moltiplicazione si fa per seme o per talea di rametto.
In primavera tagliate il ramo a circa 20 cm dalla sommità, nella parte semi legnosa, piantatelo in terra sabbiosa e bagnate spesso. Se avete l’abitudine di conservalo in vasi d’acqua per utilizzarlo fresco in cucina può capitare che metta radici anche lì, in questo caso mi sembra bellissimo dargli la possibilità di diventare una nuova pianta. Basta un vaso sul davanzale e vi ripagherà delle vostre cure.
Ricordate di utilizzare concime per biologico per poter mangiare SANO quello che coltivate. Per il rosmarino vanno benissimo i lupini macinati mescolati al terriccio. Sono naturali e a “lenta cessione”. Significa che non sarete legati a concimazioni quindicinali ma sarà sufficiente una manciatina di lupini ogni sei mesi.

Fra le tante ricette antiche quella della marmellata di fiori è la mia preferita.
100 gr di fiori di rosmarino da pestare nel mortaio
200 gr di acqua da bollire con 30 gr di foglie
colare l’infuso, aggiungere 300 gr. di zucchero e preparare lo sciroppo
lasciare intiepidire e aggiungere la pasta ottenuta coi fiori pestati
invasare e sterilizzare.
Questa marmellata era la preferita di Galileo Galilei, gliela preparava la figlia in convento.

Spalmata su una fettina di pane casereccio, profumerà le giornate di nebbia come se fosse primavera.

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Hoodia gordonii: pianta dimagrante se sei un Boscimano

Mangiando solo Hoodia intanto che si rincorre selvaggina il dimagrimento è assicurato!

Navigando in internet ho scoperto che questa deliziosa pianta non è più conosciuta solo dai collezionisti, i suoi derivati sono in commercio carichi di promesse. “inibitore della fame”,”dimagrante”, “miracolosa”…
Ma abbiamo davvero bisogno di una pianta dimagrante? ci serve? siamo ancora convinti che un succo magico ci permetterà di raggiungere il peso che riteniamo giusto per noi?
Io coltivo piante per cui non sono assolutamente in grado di sapere se è vero o no che la pianta da senso di sazietà o se fa addirittura dimagrire, quello che posso valutare è la conoscenza della pianta che hanno i venditori di questo succo magico.
Una passeggiata nei siti di vendita “sbobbe varie” mi ha dimostrato che raccontano quel che non sanno:
“Hoodia cactus”
“hoodia famiglia hoodia”
“pianta cactus-simile”
se non conoscono la pianta che vendono perché dovrei credere a tutto il resto? Ma soprattutto perché dovrei affidare al potere taumaturgico di una pianta lo squilibrio di calorie della mia alimentazione?
Parlo di GUARIGIONE non per confusione linguistica ma perché conosco i disturbi alimentari molto bene.
Sono certa che i Boscimani dimagriscono mangiandola. La letteratura dice che si nutrono solo di questa pianta per vari giorni, quanto dura la caccia. Ora mi viene da pensare che se io, nativa della pianura padana, in assenza di hoodia, mangiassi solo tarassaco rincorrendo una lepre, il tarassaco sarebbe pianta dimagrante!
Il discorso DISTURBI ALIMENTARI è molto ampio, si sviluppa a livello fisico, spirituale ed emotivo.
Forse proprio perché così complesso e articolato muove un giro di affari impressionante.
Proviamo ad analizzare con occhio critico quanto stia a cuore a molti. Sforziamoci di guardare un attimo la tv con gli occhi aperti. Metà della pubblicità ci farà vedere cose da mangiare super raffinate (quindi “affamanti”) masticate da famiglie magre e felici, l’altra metà cose che sgonfieranno, rassoderanno e faranno dimagrire persone con espressioni tese e scontente. Nei programmi invece vedremo persone magre che “valgono” e persone grasse messe in ridicolo.
Nessuno metterebbe in ridicolo un diabetico, perché  uno grasso è buffo?
Non c’è niente di buffo nel sovrappeso, non c’è niente da ridere nelle abbuffate e niente nelle tecniche messe in atto per  mantenere il peso forma.
Ho dato per scontato che chiunque cerchi “pianta dimagrante” online abbia disturbi alimentari, forse non è così. Ci sono vari modi per capirlo. Il più immediato è rivolgersi alla propria asl e attivarsi come si farebbe per qualsiasi altra MALATTIA.
questa è la pagina della mia città

http://www.ausl.pr.it/azienda/programmi/disturbi-comportamento-alimentare.aspx

Quando mi sono riconosciuta come malata mi è servito ricordare che le ferite dei bambini guariscono con disinfettante e cerotto, ma il processo di cicatrizzazione si innesca prima di tutto con un bacio e un abbraccio.
Noi possiamo cominciare a “disinfettare” la nostra malattia riconoscendola come tale.
Quando siamo ossessionati dal cibo siamo malati, non golosoni privi di volontà.
Mettiamo poi un cerotto alla nostra ferita evitando cibi spazzatura (che innescano fame perpetua) ma, prima di tutto e continuamente, prendiamoci cura di noi in toto, non ingoiando intrugli miracolosi ma costruendo il nostro miracolo.

Hoodia gordonii
Hoodia gordonii

Hoodia gordonii è una splendida Asclepiadacea, non è un cactus, è originaria dell’Africa del sud, il fiore a forma di parabolica ha cinque punte e puzza di carne marcia come tutti quelli della specie. Attira i mosconi da carne come impollinatori. Noi la coltiviamo in serra con minima invernale di + 6° nonostante molti testi raccomandino temperature maggiori. Credo sia importante l’assenza di umidità. E’ molto sensibile alla botrite per cui ha bisogno di terriccio ben drenante.
https://it.wikipedia.org/wiki/Botrytis_cinerea
L’ho vista spesso coltivata in substrati composti al 90° di materiale inerte proprio per evitare marciumi.
Si riproduce da seme o per talea. I semi sono contenuti in un baccello che si apre a maturazione. Sono leggerissimi, in natura vengono dispersi dal vento per cui se desiderate raccoglierli, dovrete essere attentissimi nel seguire la maturazione, oppure occorrerà mettere una “cuffietta” di tulle sul baccello.

per  approfondire il tema disturbi alimentari mi è servito questo splendido libro:
FAME  di Allen Zadoff Corbaccio ed.

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Uova: dozzine di motivi per non mangiarle

Uova di galline felici, ottima pubblicità che mi farebbe riempire il sacchetto di uova, giusto per l’immagine evocativa che mi procura. Prati verdi in cui razzolano libere, pulcini che si scaldano sotto le piume della mamma o si fanno trasportare in groppa dormendo.
Ora vorrei analizzare bene il contenuto reale di questa frase, tralasciando per un attimo il tipo di allevamento delle galline.
Vorrei approfondire il concetto di felicità evocato nella presentazione.
Ad oggi non è ancora possibile stabilire il sesso dei nascituri al momento della fecondazione dell’uovo. Presumibilmente nasceranno nell’incubatrice quantità simili di maschi e femmine. Per la produzione di uova i maschi sono “scarti di produzione” dell’incubatoio.

pulcino nei cambi verdi

gli schiacceresti la testa col pollice?

quando compriamo un uovo lo stiamo facendo!

Come in ogni altra attività industriale gli scarti di produzione vengono eliminati. I pulcini maschi si riconosco dalle femmine perché hanno, già al momento della nascita, un accenno di cresta. Quel millimetro di crestina li fa finire, vivi, direttamente in un tritacarne oppure in grandi sacchi di plastica dove muoiono schiacciati o per soffocamento. Eticamente possiamo considerare “attività industriale”  l’accudimento di esseri viventi?
Torniamo alle galline felici. Queste sono le sorelle dei poveri scarti di incubatoio. Ci sono leggi che indicano quante galline possono vivere in un metro di gabbia o di pavimento, in Italia hanno meno centimetri di spazio rispetto ad altri paesi (forse perché la nostra è una nazione piccola). Sapete cosa mangiano? Mangimi che contengono anche i loro fratelli, ridotti a sfarinati nel tritacarne, non si butta via niente. Sapete quante uova producono ogni anno? Più di uno al giorno perché i loro ritmi vitali vengono “truccati” grazie alle lampade che simulano il ritmo notte giorno. Queste creature sono così stressate che diventano cannibali, gli allevatori devono “spuntare” loro il becco o munirle di occhiali ciechi che le proteggano l’una dall’altra.  Riusciamo a immaginare di quanti antibiotici abbiano bisogno le galline per sopravvivere a questi trattamenti abbastanza a lungo da produrre reddito?
Anche non volendo parlare di etica, dobbiamo essere consapevoli che quegli antibiotici li troveremo nelle uova, e questo è solo uno delle dozzine di motivi per non mangiarle.

Il dizionario Treccani così definisce la parola felice:
felice agg. [lat. felix -īcis, dalla stessa radice di fecundus, quindi propr. «fertile»]. –
Che si sente pienamente soddisfatto nei proprî desiderî, che ha lo spirito sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato.

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Le asprelle NON SONO il tarassaco

Le asprelle per noi parmigiani sono un rito di febbraio, o almeno di quando si scioglie la neve. Un cibo povero per definizione ma ricchissimo di proprietà. Una passeggiata in un prato vecchio o in un incolto, è sufficiente per un ricco bottino di Cichorium intybus, cioè asprelle. “Aspre”, sapore inconfondibile, molto diverso da quello del tarassaco, Taraxacum officinale, col quale vengono spesso confuse.
La confusione alla raccolta viene dal fatto che le foglie primaverili sono simili perché entrambe roncinate pennate. Appartengono alla stessa famiglia, sono Asteracee, ma mentre le foglie invernali delle asprelle  hanno portamento prostrato il tarassaco è eretto.
Impossibile confonderle durante la fioritura. Fiore azzurro per le prime, fiore giallo per il soffione.

Cichorium intybus, asprelle, grugn

images.cicoria

il_tarassaco  Taraxacum officinale, dent ad leòn, pitaciò

Tradizionalmente la cicoria si condisce con pancetta di maiale soffritta e aceto. Noi sostituiamo al povero maiale un ragù di seitan e non ci facciamo mancare l’aceto che ne esalta l’amaro.
In tempi di povertà la radice della cicoria veniva utilizzata per fare una bevanda molto simile al caffè.
Queste deliziose erbe buone si possono coltivare anche in vaso, cosa abbastanza rara vista l’abbondanza nelle nostre campagne.
I semi sono reperibili nei cataloghi più prestigiosi oppure direttamente nei campi.

Vi consiglio caldamente di non usare l’imperativo “va par spréli” per invitare qualcuno ad andarvi a raccoglierle la cicoria perché la frase contiene un significato popolare poco gradevole 🙂 🙂