Andrei al Mexico

Si avvicina novembre: quanta voglia di riempire una valigia e andare via (il Mexico andrebbe benissimo). Va bene anche uno zaino che non sono poi tante le cose indispensabili, le scarpe di scorta per non restare a piedi nudi nel deserto, le pastiglie per la pressione e un po’ di polverine per la maledizione di Montezuma, maledetto lui e la sua divina cioccolata. Servono i soldi, ma quelli quando si parte son già sul conto dell’agenzia e sembra di viaggiare gratis. Che voglia di sentire lo stomaco che rimane a terra ancora per un attimo dopo il decollo!

ho viaggiato troppo poco

Noi si partiva a novembre, quando la campagna dorme e si può scappare un momento senza trascurare niente e nessuno. Abbiamo fatto pochi viaggi, siamo contadini e abbiamo radici che non si possono portare da nessuna parte senza soffrire, ma il sogno del Mexico lo abbiamo realizzato ben tre volte.

2020

non si può andare da nessuna parte! Ecco: per me il coronavirus è una scusa decorosa anche se so bene che le energie per un viaggio non ci sono più. Faticoso da dire perché è una ammissione senza ritorno, buona da oggi per tutta la vita. La preparazione del viaggio è la ricerca della strada giusta, del luogo che ci evochi qualcosa (qualsiasi cosa) magari un filo di malinconia o un batticuore che non si sa più se viene da un film o da una vita passata, si può farne senza?

Chilango?

Oggi mi viene da pensare allo sbarco a Città del Mexico: eccomi a casa, ma perché mi sento così se non ci sono mai stata? Ma davvero davvero mai??Ma proprio mai? E allora perché sembra tutto un ricordo? Ricordo di avere socchiuso gli occhi perché tutti quei colori sembravano esplodere dentro. Le case basse e le scritte pubblicitarie dipinte direttamente sui muri sembravano cuocere nel calore di inizio novembre. Una luce che non avevo immaginato e bouganville che si gettavano oltre i muri di recinzione per accarezzare i passanti. Tutto squillava: i colori, il calore, i clacson, le voci e quelle ore di sole regalate perché doveva essere già buio dall’altra parte del mondo da dove avevamo volato.

solo due giorni

solo due giorni a Città del Messico, e poi di nuovo in aereo per Tijuana, proprio quella di Manu Chao. Un aereo che sembrava un piccolo autobus scassato che però volava anche, e quelle facce da viaggio in provincia che sedevano con noi.

Novembre non è tempo di turisti, Gloria, la bambina vicino a me stava andando dalla nonna a mostrarle il fratellino nuovo e mi parlava sorridendo paziente per la mia ignoranza. Mi spiegò le sue felicità parlando adagio per premettermi di trovare il senso di una lingua che non era la mia. Quando mi disse in inglese che le masse di polvere sospesa sopra il desero erano la spiaggia del cielo ci mettemmo a ridere, mi regalò un braccialetto fatto da lei e fummo perfettamente consapevoli della bellezza di un incontro a mezz’aria su una carretta volante a cui prima di atterrare si appannarono i vetri. Le orecchie punsero tantissimo durante l’atterraggio. Lei si premette un solo orecchio con la mano, l’altra le serviva per premere quello del fratellino, l’amore è proprio questo.

spiaggia del cielo

Gloria

Gloria adesso avrà 25 anni, mi è capitato di pensare a lei durante un’alluvione a Oaxaca e di pregare perché fosse all’asciutto. Alla dogana fermarono solo noi, gli italiani fra tanti messicani. Ci salutammo da lontano con un sorriso mentre continuava a camminare e mostravo i documenti.