Tijuana, miseria e speranza

eccoci a Tijuana, dopo avere sorvolato chilometri di baracche di lamiera stese sulla collina, siamo riusciti a scendere a terra, vetri dell’aereo appannati e dolore alle orecchie, poi il caldo assordante di novembre che sale dall’asfalto, dalla terra battura e dall’emozione di un luogo nuovo, mitico, cantato.

Arrivati a Tijuana

Facce da italiani: la dogana ci controlla i bagagli mentre tutti gli altri, che sono messicani, escono tranquillamente. Tassisti abusivi e non, ci assalgono. Ovunque pubblicità di studi dentistici, Probabilmente il cambio favorevole attira i sorrisi americani. La strada costeggia il confine ma alla mia destra, dove mi aspettavo di vedere l’America c’è solo un alto muro di lamiera che nasconde alla vista San Diego e i suoi lussi.

Il muro

Immagino dall’altra parte un’ombra fresca, mentre qui il riflesso del sole respinto verso sud ha “strinato” anche l’erba del fosso. E poi iniziano a sfilare di fianco all’auto le croci: di legno malamente conficcate a terra, la maggior parte inchiodate al muro, dritte, ciondolanti, storte, screpolate, con un nome inciso oppure mute. La guida ci spiega che sono i mojado che non ce l’hanno fatta, quelli che non sono arrivati ma non ritornano e senza nemmeno una pausa rispettosa continua a parlare, chiedendo se abbiamo allergie. Sembra tutto normale, c’è da organizzare per la cena.

Normali orrori

Dopo tutto “normale” lo è davvero visto che succede ogni notte. La maggior parte di loro non ha nemmeno la croce ma solo un mucchietto di polvere nel deserto spostata dal vento. I coyote di cui parla Manu Chao sono i traghettatori di queste anime disperate, gli “scafisti” dell’inferno fra Messico e America, il deserto come il mediterraneo.

Magone

Non riuscii a fotografare quelle croci, abbassai in grembo la digitale per non profanare la tomba e piansi. Tra le lacrime, nel riverbero feroce del muro, quelle braccia sembravano muoversi e sentivo mormorii, le borse di plastica sparse sul bordo della carretera sventolavano come fantasmi. L’autista si accorse del mio sentire e attraverso lo specchietto retrovisore mi sorrise e mormorò in un bell’italiano orgoglioso: è andati, non sofriscono. Lui è messicano e sottostà agli ordini secchi della guida che è un genovese dalla faccia da galeotto.

Vil razza dannata

La salita che porta fuori Tijuana è un cantiere, brulica di messicani che continuano la costruzione del muro. Si chiudono dentro? Chiudono fuori gli americani? Forse serve semplicemente un supporto per le croci dei prossimi giorni e loro sono manodopera a basso costo ingaggiata dall’America per crocifiggere sé stessi. Ma Dio dov’è? Forse su una di quelle croci?

Tijuana:
il muro ancora in costruzione

Vacanza

andiamo verso il Pacifico, il giorno del viaggio tanto sognato è qui e di certo non posso piangere tutto il tempo, che se ci penso bene non posso farci niente e non è mia la colpa di appartenere alla sciagurata razza umana. Ho la felicità di un’alga spiaggiata ma vado avanti: alla maggior parte del mondo non importa come mi sento nè di questo muro e dei barconi nel mediterraneo. Chiudo la tristezza in fondo alla valigia e l’affogo in questo oceano che scava sotto i piedi e si solleva in onde come se gli battesse il cuore.

Andrei al Mexico

Si avvicina novembre: quanta voglia di riempire una valigia e andare via (il Mexico andrebbe benissimo). Va bene anche uno zaino che non sono poi tante le cose indispensabili, le scarpe di scorta per non restare a piedi nudi nel deserto, le pastiglie per la pressione e un po’ di polverine per la maledizione di Montezuma, maledetto lui e la sua divina cioccolata. Servono i soldi, ma quelli quando si parte son già sul conto dell’agenzia e sembra di viaggiare gratis. Che voglia di sentire lo stomaco che rimane a terra ancora per un attimo dopo il decollo!

ho viaggiato troppo poco

Noi si partiva a novembre, quando la campagna dorme e si può scappare un momento senza trascurare niente e nessuno. Abbiamo fatto pochi viaggi, siamo contadini e abbiamo radici che non si possono portare da nessuna parte senza soffrire, ma il sogno del Mexico lo abbiamo realizzato ben tre volte.

2020

non si può andare da nessuna parte! Ecco: per me il coronavirus è una scusa decorosa anche se so bene che le energie per un viaggio non ci sono più. Faticoso da dire perché è una ammissione senza ritorno, buona da oggi per tutta la vita. La preparazione del viaggio è la ricerca della strada giusta, del luogo che ci evochi qualcosa (qualsiasi cosa) magari un filo di malinconia o un batticuore che non si sa più se viene da un film o da una vita passata, si può farne senza?

Chilango?

Oggi mi viene da pensare allo sbarco a Città del Mexico: eccomi a casa, ma perché mi sento così se non ci sono mai stata? Ma davvero davvero mai??Ma proprio mai? E allora perché sembra tutto un ricordo? Ricordo di avere socchiuso gli occhi perché tutti quei colori sembravano esplodere dentro. Le case basse e le scritte pubblicitarie dipinte direttamente sui muri sembravano cuocere nel calore di inizio novembre. Una luce che non avevo immaginato e bouganville che si gettavano oltre i muri di recinzione per accarezzare i passanti. Tutto squillava: i colori, il calore, i clacson, le voci e quelle ore di sole regalate perché doveva essere già buio dall’altra parte del mondo da dove avevamo volato.

solo due giorni

solo due giorni a Città del Messico, e poi di nuovo in aereo per Tijuana, proprio quella di Manu Chao. Un aereo che sembrava un piccolo autobus scassato che però volava anche, e quelle facce da viaggio in provincia che sedevano con noi.

Novembre non è tempo di turisti, Gloria, la bambina vicino a me stava andando dalla nonna a mostrarle il fratellino nuovo e mi parlava sorridendo paziente per la mia ignoranza. Mi spiegò le sue felicità parlando adagio per premettermi di trovare il senso di una lingua che non era la mia. Quando mi disse in inglese che le masse di polvere sospesa sopra il desero erano la spiaggia del cielo ci mettemmo a ridere, mi regalò un braccialetto fatto da lei e fummo perfettamente consapevoli della bellezza di un incontro a mezz’aria su una carretta volante a cui prima di atterrare si appannarono i vetri. Le orecchie punsero tantissimo durante l’atterraggio. Lei si premette un solo orecchio con la mano, l’altra le serviva per premere quello del fratellino, l’amore è proprio questo.

spiaggia del cielo

Gloria

Gloria adesso avrà 25 anni, mi è capitato di pensare a lei durante un’alluvione a Oaxaca e di pregare perché fosse all’asciutto. Alla dogana fermarono solo noi, gli italiani fra tanti messicani. Ci salutammo da lontano con un sorriso mentre continuava a camminare e mostravo i documenti.

Guacamole: chiudi gli occhi e assapora… sei in Messico

Guacamole: seguiamo la ricetta classica messicana e serviamolo con tortillas, totopos, stria e piadina romagnola, su una tovaglia coloratissima.

Guacamole, un pretesto gustoso per sentirsi in Messico.

guacamole a Coyacan
guacamole a Coyacán

Amo dei giovani, gli embrioni di progetti che custodiscono. I viaggi che faranno, i sogni che realizzeranno, o che culleranno per sempre. Amo dei vecchi i loro ricordi, le luci delle immagini che hanno visto e ancora brillano nei loro occhi.

…e poi ci siamo noi, che da ragazzi non abbiamo  viaggiato, non ancora vecchi abbastanza per smettere di sognare (succederà mai?) e non abbastanza giovani per partire, lasciando a casa i brutti pensieri. Abitanti di un’età di mezzo, che non è più forte, e non è ancora debole.

Novembre è stato, per alcuni anni, il nostro “mese del viaggio”. Il viaggio non poteva essere altro che “al Messico”, per amore delle piante, per i colori o forse per atavica memoria. Per questo, da novembre, inizia la malinconia e la caccia all’atmosfera. Ripesco il tappeto messicano, rigorosamente a righe, di colori improponibili, che funzionano a meraviglia come catarifrangenti, nel grigio di bassa collina padana. Indosso gli orecchini comprati alla barranca del cobre e preparo guacamole. Non si evoca bene nulla, senza passare dalla cucina.

Il cibo per ricordare

La mia ricetta del guacamole è semplicissima, fresca e “luminosa”, come il mercato dove l’ho assaggiata la prima volta a Coyacán.

Coyacán a novembre
Coyacán a novembre

Ci misero sul tavolo un piatto di cartone, infilato in un sacchetto da congelatore. In questo modo, il piatto usa e getta, può essere riutilizzato all’infinito, senza lavarlo, semplicemente sostituendo il sacchetto.  Sul banco, davanti a noi, una fila  di terrine piene di salse colorate. In mezzo al deserto di presenze di metà novembre, una signora anziana scaldava sorridendo tacos e tortillas. Fra le terrine, qualche fiore in un barattolo  di latta, disposto senza arte, con gentilezza semplice.

guacamole e fiori gentili a Coyacán
guacamole e fiori gentili a Coyacán

C’è anche un “altro” Messico da vedere, fatto di zone hotelere e lusso sfrenato, ma non è nelle nostre corde e, passandoci dentro ogni tanto, ci siamo sentiti turisti, nel senso consumistico-dispregiativo del termine, osservati senza sorriso, trattati a distanza, come inquinatori e guardoni senza empatia, a cui spillare soldi con disprezzo.

ricetta:

Guacamole:
2 avocado maturi (passando il cucchiaio la polpa deve staccarsi bene dalla buccia)

uno spicchio di aglio

uno scalogno e una piccola cipolla (è molto interessante vedere che in Messico non si limitano all’uso di una cipolla, miscelano diverse varietà, arricchendo così il bouquet di profumi e sapori)

10 pomodorini datterini o simili, privati della pelle

4 foglie di coriandolo

cumino, pepe,  un peperoncino (se non è destinato a bambini, ma è buono anche senza)

un lime (o mezzo limone ben maturo)

tritare finemente aglio, cipolla, peperoncino, scalogno e coriandolo, aggiungete i pomodorini tritati grossolanamente e il succo di lime.

Pestate… anzi, “spiaccicate” gli avocado, insieme alla buccia grattugiata del lime. Io uso un’ apposita terrina a “maialino” che ho comprato a Puerto Escondido. Ha il fondo zigrinato, proprio per ridurre la polpa dell’avocado in crema, senza tagliuzzarlo, come farebbero il robot da cucina o il coltello.

Miscelate tutto con cura e lasciate riposare in frigorifero per almeno un’ora, meglio un giorno. Tradizione richiede che la midollona dell’avocado venga nascosta nel guacamole, per rallentarne l’ossidazione.

guacamole messicano
guacamole messicano

buen provecho  W   Mexico!!!

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