Parliamo di (piante) grasse: vi presento il mio libro

PARLIAMO DI piante GRASSE! Chissà se c’era bisogno di un altro manuale e per di più SENTIMENTALE!

manuale sentimentale

Io dico che ce n’era bisogno ma sono un po’ di parte. A me i libri non bastano mai, come le piante del resto. Certo, il mio è molto speciale (pare strano detto dall’autrice vero?). Mi piace scrivere e mi piace coltivare e parlare di piante grasse, ho unito le due passioni e ho scritto le risposte alle domande che quotidianamente mi vengono rivolte in serra. Ho poi aggiunto per ogni pianta quello che non voglio dimenticare ossia l’emozione nel “trovarla” e difficoltà e gioie della coltivazione.

consigli “generali”

partendo dalle domande ricorrenti ho cercato di fare entrare la logica nella ricerca della risposta perchè ogni appassionato possa raggiungere un minimo di autonomia nella cura delle piante grasse, le cose semplici a volte ci sfuggono.

e poi 65 piante grasse illustrate

tanti racconti sul come, dove e perché ho comprato proprio quell’esemplare e 65 piante raccontate in schede illustrate dalla bella mano di mia figlia. Ho poi aggiunto qualche foto messicana che mi ha fatta sognare solo rispolverandola. Le piante sono una grande emozione, qualche volta fatica e delusione ma vale la pena anche di raccontare i successi mancati e le speranze disilluse. A qualcuno potrebbero servire per non arrendersi.

EMOZIONE!

Sono stata assente dal blog e anche dalla serra per molto tempo, è un momento molto difficile per la mia famiglia ma ho portato avanti questo lavoro ugualmente, spesso con le lacrime agli occhi. Questo è un momento magico per la mia scrittura e il bello bisogna sempre tenerselo stretto perché consola. Scegliere la copertina tra migliaia di foto incastrate tra pc e cellulare, indovinare la fatica dell’editore nel fare l’editing ed essere grata (come avrete capito leggendo il blog io non so mettere le virgole), vedere l’impaginazione e infine annusare la stampa fresca… è stato bellissimo!

la copertina del libro parliamo di piante grasse mostra un bocciolo di stapelia gigantea

mettersi in gioco

confesso: non sono più una ragazzina, forse per questo è così difficile mettersi in gioco, uscire dal nascondiglio sicuro dietro il monitor e presentare al pubblico quello che ho scritto. Sono un po’ spaventata ma lo farò perché questo libro mi piace e ne sono orgogliosa. Lo potete trovare in vendita nel sito della casa editrice: https://www.delfinoenrileeditori.com/prodotto/parliamo-di-piante-grasse/ QUESTA è LA VIA MIGLIORE PER SOSTENERE L’EDITORIA INDIPENDENTE, oppure ordinandolo in libreria o online. Probabilmente su amazon potrete ordinarlo ma non riuscirete ad averlo per via di una divergenza di ideali. La politica di amazon non è compatibile con quella che la casa editrice porta avanti.

BUONA LETTURA E BUONA COLTIVAZIONE

Piante grasse e piante di cortesia

Piante grasse ovunque in questo cortile, ma è stata una primavera anomala per coltivare xerophyte, nordica direi. Il 5 maggio cadeva neve insieme all’acqua che sferzava la bassa collina, mai successo! Emozionante come il “nevicava a Roma”, se non ci fosse stata la preoccupazione per le cactacee già portate all’aperto a rovinare l’atmosfera giocosa. -Sono farfalle o piumini di pioppo?- -No, no, cavoli, è proprio neve!-

Sono passati solo due anni dalla gelata di aprile ma nevicare a maggio non era mai successo

https://millaboschi.com/danni-del-gelo-tardivo/

Lavoro extra

In primavera si mettono le piante grasse all’aperto, si proteggono con un’antigrandine e, fino a metà ottobre se ne stanno lì, ad abbronzarsi fiorendo. NON QUEST’ANNO!!! Teli messi, teli tolti, birra per affogare le lumache (il cielo ci perdoni ma lasciargli mangiare tutto tutto, proprio tutto non è possibile). Sottovasi delle aromatiche da svuotare, da togliere, da rimettere e semenzai di cactus che rischiano l’esplosione. Questa è stata la nostra primavera, poco bucolica, se non fosse stato per quel melo cotogno in fiore che, sul fondale fisso di un cielo da temporale, regalava ogni giorno un respiro così largo e profondo da farci andare in overdose di ossigeno.

Colpi di sole

Ogni tanto esce anche il sole, ed è quello onesto, di maggio, cioè quello che secca il maggengo in due giorni e apre le crepe nella terra argillosa spaccando le radici capillari. Questo è in grado di bruciare la pelle alle piante, come ai biondi che vanno in spiaggia per la prima volta. Abbiamo messo qualche rete, ma esteticamente sono inguardabili, sembrano piante catturate! Entrano in scena a questo punto le piante di cortesia, quando c’è voglia di bello e solidale.

un po’ d’ombra portatile per i vassoi di piante che devo ancora abituarsi al sole diretto

Le nostre piante solidali

Sono quelle che d’inverno stanno nell’angolo più buio perché: dai tanto non sono preziose! Sono quelle di cui non so il nome, non l’ho cercato (ahimé) perché il tempo è poco e, le generose, il loro lavoro lo fanno da anni in anonimato. Vivono in vasi abbastanza leggeri per poterli trasportare e abbastanza pesanti perchè il vento non li capotti rompendo le piante che stanno proteggendo. Ci si ricorda allora anche dell’ulivo, che aspetta da anni di essere rinvasato ma fa ugualmente le olive perché forse ci compatisce.

Un piccolo ulivo (in vaso) protegge un tremendo eruca e un enorme ferocactus dalle scottature solari. Ci sono momenti in cui anche i più forti sono fragili

Grazie per l’aiuto

PROTEGGONO proiettando un’ombra imperfetta, dondolante quanto basta perchè le piante grasse sotto la loro chioma si abituino al sole, si possono spostare al bisogno e allontanare quando non serviranno più. Sono per lo più semi che mi sono stati regalati da amici che hanno viaggiato. Me li hanno affidati per poter ricordare Cuba, il SudAfrica, la Giamaica, ogni volta che avranno voglia di ritornarci. Li hanno portati piegati in un fazzolettino di carta stropicciato dalla valigia: -Prendili tu che li sai curare…- si certo, come se fosse sufficiente dire che – erano dietro il residence sulla playa, in un posto caldo dove il mojito era ottimo- per sapere cosa amano. A dispetto di tanta (mia) ignoranza, forse nutrite da tanta (loro) fiducia sono arrivate all’altezza giusta dei due metri, per proiettare l’ombra di cortesia: itinerante, senza esigenze.

Pioverà per quattro anni, undici mesi e due giorni come a Macondo?

Sembra non finire mai e intanto le persone che aspettano le piante ordinate un anno fa si spazientiranno? Di sicuro penseranno che il loro ordine è andato perso, che ci siamo scordati. Certo che no, è che tutto è legato alle ore di luce e le radicazioni stentano se il cielo è sempre coperto. Poi fa anche freddo e questo non aiuta. Ci rileggiamo “cent’anni di solitudine” intanto che piove? Ci sarà poi tempo per fare tutto, perché prima o poi finiranno tutte queste lacrime.

https://www.castellarocactus.com/

Hoya kerrii: la pianta degli innamorati (ohibò)

Hoya kerrii, la poveretta! Ebbene si, anche quest’anno ho visto in giro la foglia a cuore infilata nel vasino rosso… Quindi ti avviso, sarebbe utile per te ingerire un antiacido, prima di leggere questo articolo.

Hoya kerrii ha la sfortuna di avere le foglie a cuore. E’ notorio che “cuore e amore”, facendo rima, escono insieme a San Valentino. Pianta vigorosissima e robusta, con fioritura molto profumata, praticamente indistruttibile, se non fosse per la defoliazione nelle settimane precedenti la festa degli innamorati.

Passando davanti a un supermercato a Parma, ho rivisto in vendita alla modica cifra di € 5.90, la foglia a forma di cuore di Hoya kerrii. Che sia mezzo utile per rimediare bacini e bacetti per una serata intera? Caspita! Bravissimi davvero i vivaisti che ancora riescono a far commercio con questa cavolata galattica… ma poi le spese le faccio io!!!

Mi spiego meglio (ovvero: le gravi lacune del supermercato)

-scusi ma perchè non cresce? dove sbaglio? che succede?-

Ecco le domande a cui le cassiere non risponderanno mai. Non importa che conoscano o no la risposta, non possono rispondervi perchè non fa parte della loro mansione. E allora indovina un po’ a chi saranno rivolte queste domande, per tutti i mesi in cui le misere foglie resteranno immobili, a prendere polvere sullo scaffale?? ECCOMI!

A volte mi chiamano subito dopo l’acquisto: -sa me l’ha regalata il mio ragazzo non vorrei perderla!-

Vorrei tanto rispondere -sei sicura di voler continuare la relazione dopo questo regalo?– e invece rispondo -capisco!- e aspetto rassegnata il resto delle domande.

Rispondo una volta per tutte

Perchè la foglia di hoya kerrii non diventa una pianta? perchè se non viene interrata con un pezzetto di fusto, non può radicare. Se per caso radica (succede in rarissimi casi) è perchè il “defoliatore” era distratto e non l’ha pulita bene. Può rimanere verde e viva anche per sei mesi, poi tu ti darai la colpa della sua morte, perchè “ce l’avevi da tanto”.

Bene, in tempi non sospetti, visto che san Valentino è appena passato e non devo venderti nulla, posso dire che per ogni foglia di hoya kerrii interrata fino a metà, l’umanità intera deve smaltire:

  • un vasetto di plastica di coltivazione
  • la fibra di cocco in cui è immersa
  • l’anticrittogamico usato per imbalsamarla più a lungo
  • l’orrido vasetto a forma di cuore
  • il materiale per la confezione (come se non bastasse!)

quando si dice che “l’amor è un sasso nella scarpa…”

…ho volontariamente omesso di citare le foglie con la scritta: I love you, fatta a pennarello e sui cuoricini rossi di vellutino incollati, è troppo, fingerò di non averle viste.


Pachyphytum oviferum: la pianta dei confetti

Nella nostra collezione, scientifica ma anche romantica, non può mancare il Pachyphytum oviferum: fra le piante più comuni e deliziose.

In serra si sente già un inizio di primavera! Che bellezza 30° e qualche piccolo sospiro di vegetazione!
Con il sole brillante e le giornata che si allungano, il sangue comincia ad andare in linfa. Tempo di rinvasi per cui spazi che si restringono, perchè la famiglia si allarga mettendosi comoda.

Eliminare? (certo che no)

Calcolando di mettere comode le piante che erano in vasi stretti, bisognerà inventarsi altre mensole, o almeno cassette rovesciate da usare come nuovi tavoli. La cosa giusta da fare, per me, sarebbe “eliminare” le piante più comuni. Ecco un verbo urticante: eliminare. Ho difficoltà anche a pronunciarlo!

Ovvio che tenere piante che vendono anche al supermercato, non è una scelta valida per me che sono in campagna. E’ molto più semplice infilare qualche piantina nel carrello, tenuta in piedi dai sacchetti della pasta o dalla carta igienica, che arrivare fin qui da me…e costano pure meno. Io però le figlie delle “piante comuni” che ho comprato magari quaranta anni fa, voglio tenerle ugualmente!

Il termine “comune” è quasi dispregiativo per chi colleziona. Noi cerchiamo le “robe” strane, quelle che si vedono raramente perchè abbiamo una curiosità raffinata e affinata grazie alla ricerca e alla frequentazione di libri o siti specializzati.

Pachyphytum oviferum giovane

Pachyphytum oviferum

Pachyphytum oviferum è una pianta comune, di solito lo si trova in vendita nei vasetti di 5 centimetri, foglie e colore da confetto, bello compatto che sembra un alberello. Ma sappiamo come diventa? Sappiamo quali sono le sue potenzialità, oppure lo “usiamo” come gioiellino da arredo, senza nemmeno rinvasarlo, perchè crediamo sia una piantina sempre piccola?

da adulta è ricadente con steli rigidi e disordinati

Porcate varie

Difficilmente lo si vede da adulto, quando da il meglio. Nel pieno delle sue forze, è una pianta spettinata e sgarrupata, rigida e fantastica, che però non è più gestibile come il piriulino nel vaso del 5. Per questo motivo in molti vivai viene irrorato con ormoni nanizzanti. E’ una porcata, però serve per tenerlo nella condizione ideale per la vendita. Se cresce è difficile da confezionare, questa non è cosa da poco per le aziende che spediscono milioni di piante e devono calcolare le spese…al millimetro. Parlo di questa pratica perchè tu sappia cosa è successo se la tua pianta, ben curata e tanto amata, resta immobile come un minerale. Con tanta pazienza riprenderà a vegetare, io ne ho quattro da diversi anni, nessuna ha mai fiorito, ma non sono certa che il motivo sia il nanizzante. Sono vive…ma non troppo.

Come coltivarla

Facilissima da coltivare. Preferisce la mezz’ombra ma si adatta a ogni condizione. Se puoi tenerla solo al sole e vivi al nord, quindi devi ripararla per l’inverno, abbi cura di abituarla gradualmente al sole di primavera. Si scotta facilmente. Se invece hai la fortuna di vivere dove la temperatura non scende sotto zero, puoi tenerla all’aperto, sospendendo quasi completamente le annaffiature invernali. Vive bene in terriccio drenante, se lo usi povero avrà steli più robusti, se invece vuoi una crescita molto rapida tollera anche le concimazioni.

qui la mia ricettina gourmet per il terriccio: https://millaboschi.com/terriccio-per-piante-grasse/

Come riprodurla

se ti piace vincere facile o se hai subito qualche delusione e hai bisogno di riprendere fiducia nelle tue abilità di coltivatore, Pachyphytum oviferum è la pianta che fa per te. Da ogni foglia che si stacca, anche per colpa del gatto o del vento, nasce una pianta nuova, un meraviglia. La foglia di questa foto è rimasta abbandonata nel baule dell’auto dopo una consegna (per circa un mese!) ed ecco qui…posso raccontare di essere una brava coltivatrice, guarda che vegetazione!!!

una foglia ottimista che ha prodotto una pianta con 8 foglioline, senza ricevere nutrimento

Fioritura

fiori strepitosi, c’era bisogno di dirlo? Sono a grappoli e la caratteristica è una goccia di nettare appiccicosissimo in ogni fiore, che poi sparisce durante il giorno succhiato dagli insetti!

Drimia haworthioides:suggerimenti per Claudia

Drimia haworthioides è una delle piante che ho spedito a Claudia, in Sardegna.Perchè lo racconto? Perchè a volte i “clienti” sono quelli che ci aiutano a superare i momenti di sconforto, poi diventano amici e …più siamo meglio è!

In questo periodo sto scrivendo poco sul blog. Scrivo tanto, ogni giorno, ma cose diverse, che mi tengono lontana dalle persone che mi seguono nella mia passione. Qualche volta ho anche momenti di sconforto, perchè di facile non c’è niente. Impegnativo, per le mie forze, stare dietro a tutte queste piante, impegnativo raccontarle a una tastiera che, se nessuno commenta per un po’, diventa un oggetto muto.

VOCE AMICA

Ero in uno di quei momenti no, in cui mi viene da mollare tutto, quando Claudia mi ha telefonato. Una voce simpatica con un bell’accento sardo. Che bella cosa il contatto diretto! Dietro questo schermo c’è qualcuno che legge, qualcuno che si emoziona leggendo le belle cose che le piante fanno ogni giorno, e sono persone che hanno una voce e storie da raccontare e confrontare. Ho parlato con lei del nuovo progetto, come se ci conoscessimo da sempre. Le ho confidato che l’anno prossimo sarà pubblicato in un libro il mio “manuale sentimentale per la cura delle piante grasse”. Probabilmente gliel’ho detto a bassa voce, perchè paura ne ho tanta, per un’avventura così grande. Mi ha risposto: -benissimo, lo prenoto- così, semplicemente, ha trasformato la mia paura in un pupazzetto morbido!!!

Ha fatto il suo acquisto online e all’arrivo delle piante mi ha chiamata. Claudia era felice come una bambina e mi ha telefonato per dirmelo…facendomi felice a mia volta…come una bambina!

Bene, dopo tutto questo, devo a Claudia dei ringraziamenti e la condivisione della mia esperienza con la Drimia

Drimia haworthioides
Drimia haworthioides

CONDIVIDO L’ESPERIENZA

Drima haworthioides è una asparagacea proveniente dal Sudafrica, in passato è stata classificata come liliacea e come gigliacea ma a noi piace sempre allo stesso modo! Ho comprato la mia pianta in Francia dieci anni fa, da un bravo coltivatore appassionato. Tutte le piante che vendo, sono figlie di quell’unica pianta che non avevo mai visto e che in vendita non ho più rivisto.

Drimia haworthioides: asparagacea sudafricana. E’ una caudiciforme, molto piccola che riproducendosi riempie il vaso di bulbetti divisi in due da cui spunta la vegetazione annuale e il fiore. Da ogni bulbo adulto spunta uno stelo fiorale. I fiori sono verde pallido, piccolissimi con petali ricurvi che hanno leggerissime sfumature rosse. Fiorisce a fine primavera. Non ha mai prodotto frutti. La propago per divisione dei bulbi a fine estate.

La coltivo in terriccio ben drenato, all’ombra. Forse si potrebbe fare un tentativo di coltivazione al sole ma l’aspetto “da sottobosco” mi ha istintivamente impedito di provarci.

abbiamo Drimia hawortioides in vendita in serra e online, sul nostro catalogo: http://www.castellarocactus.com/catalogo-asparagaceae/

buona coltivazione!!!

Anolini in brodo di cappone: ricetta o racconto?

Anolini in brodo di cappone è una ricetta-racconto che mi ha permesso di rivivere momenti lontani.  Scrivere è anche viaggiare nel tempo, in questo caso sentivo l’odore di farina, budella e stracotto.

Ci sono anche dei silenzi dentro questo racconto. Sono quelli di mia madre che  mi confessò la sua sofferenza nel “fare i capponi” solo quando fu certa che non sarebbe toccato anche a me farli. Perchè sommare tristezze?

Abbiate pazienza con questa sognatrice incallita, l’articolo di oggi esula dall’argomento piante. Con “Anolini in brodo di cappone” ho ricevuto una menzione al premio Crovi, ne sono molto fiera ovviamente, se mi sentirete raccontare che scrivo “solo per me” sappiate che sto mentendo. Scrivo per  condividere,  quindi vi allego il mio racconto.

NON è IMPAGINATO COME VORREI MA NON SONO RIUSCITA A FARE DI MEGLIO CON LE IMPOSTAZIONI DI WORDPRESS.

 

ANOLINI IN BRODO DI CAPPONE

Gli anolini sono l’anima del Natale e della Pasqua. La Natività e la Resurrezione sarebbero sospese senza di loro? A Parma e Reggio sicuramente sì.

Chiunque potrebbe cucinare anolini, in ogni parte del mondo e per qualsiasi festa, ma se quel qualcuno non fosse reggiano o parmigiano, non saprebbe riprodurne la consistenza.

Non esiste ricetta senza almeno un ingrediente segreto, un tocco del territorio, un sapore o a volte semplicemente un profumo, che non può essere in nessun altro luogo.

Quello degli anolini è… anzi, i segreti sono due ora che ci penso…ci starebbe bene un rullo di tamburi, uno squillo di tromba, magari una pausa ad effetto, di quelle teatrali che durano interminabili secondi…non fosse che io, questi segreti, non ho nessuna intenzione di portarli con me dove andrò senza mattarello né grembiule, là troverò la tèvla parcèda, spero.

Il primo segreto è un sentimento, o meglio, un’arietta. Ma di questo parleremo dopo, quando tutto sarà impastato, modellato e cotto, cioè quando il mestolo, sfiorando leggermente la fondina senza toccarla, verserà cibo e vapore davanti a noi.Il segreto numero due, ma non in ordine d’importanza, sono i magoni. Sì, i magoni. Quella gommosità che respinge per un attimo i molari opponendo una graziosa resistenza, non risoluta no, graziosa soltanto, è data dai magoni di gallina o altro volatile da cortile. I magoni, di chiunque siano, sono un ingrediente insostituibile, forse pensato a tavolino dall’inventore di questa fantastica ricetta (ammesso che esista), o forse aggiunti da qualche rezdora illuminata dalla malinconia della festa.

Noi rezdore, per tradizione, prepariamo pasta e ripieno e li assembliamo, mentre gli altri pensano, in ordine di età: cosa porterà babbo natale? Cosa metterò il giorno di Pasqua? Riuscirò a fare una bella mangiata sensa scioppèr anche quest’anno? Noi mamme-mogli-nonne, silenziose in mezzo a questo vortice di pensieri altrui, pizzicheremo palline di ripieno, le metteremo sulla sfoglia e le sigilleremo una a una, pensando a quando guardavamo le mani della mamma fare la stessa cosa, a quell’anno in cui avevamo una pancia così a cocomero che arrivavamo appena al tavolotto, a quando i figli erano piccoli e ci aiutavano con la faccia infarinata.

Dopo la quinta decina di anolini, staremo già pensando a come ci sentimmo orfane il primo Natale senza la nostra mamma, anche se eravamo adulte e facevamo finta di niente. Penseremo ai figli che forse torneranno o forse no, viaggiatori di rotte molto lontane. Le nostre mani si muoveranno senza bisogno di attenzioni e daranno forma al cibo per la nostra famiglia, almeno per un giorno, consapevoli che di più non possiamo più fare.

Quindi: gli anolini si cominciano a cucinare macellando galline perché i magoni sono un ingrediente insostituibile. I magoni nostri, le malinconie delle feste, che non si raccontano e non permettiamo traspaiano nemmeno dallo sguardo, ci raccontano quanto sia organo dell’emozione, oltre che sacca in cui finiscono i cereali che le galline mangiano. Forse proprio per questo gli anolini “sono” le feste comandate.

Gli animali da cortile della mia vita sono stati tanti: anatre mute, galline, galline francesine, tacchini, germani, oche. La fame lega tutta questa masnada mista di volatili alla persona che porta loro granaglie, avanzi, erba e quant’altro la reclusione impedisca loro di procurarsi autonomamente. La gallina riconosce la nostra voce, ci corre incontro quando abbiamo la paletta del grano fra le mani, ci segue nelle nostre passeggiate e difende i suoi figli, come noi. I pulcini giocano in mezzo alle piume della mamma, si nascondono sotto l’ala, salgono sulla schiena, rimangono coperti, scoperti, mezzi sotto e mezzi fuori dalle piume. Giorno per giorno imparano ad allontanarsi dalla chioccia, ogni giorno qualche centimetro in più, come i nostri figli. Capiscono il significato dei richiami già appena nati. Se in cielo appare la poiana, il gallo lancia l’allarme, la chioccia allarga le ali e a sua volta grida. Si capisce senza alzare gli occhi “l’allarme poiana”.

Si parlano molte lingue in campagna, non solo quelle umane.

I piccoli corrono a nascondersi sotto la mamma e rimangono zitti e immobili. Anche le galline più timorose, una volta mamme, inseguono cani, gatti e umani che entrino nel territorio che hanno deciso di proteggere. A colpi di becco e di zampe, fino all’ultimo respiro e a costo della vita, difendono i loro figli mirando agli occhi: cativi cmé na ciozza.

Oggi le galline non covano più. Mezzo secolo fa invece, dopo aver deposto un buon numero di uova, cercavano di covarle. Si strappavano un bel mucchio di piumino dal sottopancia, per poterle coprire quando dovevano lasciarle per andare a nutrirsi, e presidiavano il nido. Quelle che non erano scelte per essere madri e assicurare i polli per l’anno successivo, venivano dissuase dal loro intento, tramite la privazione del bere e, se non la smettevano di provarci, seguiva anche l’immersione in una bacinella. La gallina veniva lasciata in piedi in quattro dita d’acqua: se provava ad accucciarsi si ritrovava in ammollo! Lo scopo della dissuasione dalla cova era di far loro deporre uova, ancora e poi ancora, prese com’erano dall’irrinunciabile desiderio di perpetuare la specie.

Non covano più. Forse perché ormai da tante generazioni nascono in incubatrice, forse perché questo panorama fa davvero un tale schifo da desiderare di finirla lì – pace e amen – e, le galline, hanno deciso di lasciare i capannoni dell’allevamento intensivo vuoti. Se deporre uova non dipende dalla loro volontà, possono almeno rifiutarsi di farne figli in questo mondo. Preferiscono sparire per sempre.

Le galline si uccidono tradizionalmente spezzando loro il collo, le oche invece hanno una colonna vertebrale così robusta che non si riesce a romperla con le mani, tant’è che si trasportano sollevandole proprio per il collo. Io le uccidevo decapitandole. Stessa sorte per i tacchini. Sono troppo pesanti perché una donna possa strangolarli, bisogna tenerli stretti sotto il braccio per impedire loro di sbattere le ali ferendoci e, intanto, tenerli per le zampe.

Occorre incantarli con la stessa voce con cui si chiamano quando si porta loro il cibo, li si appoggia col collo sul ciocco e si mena il fendente, senza esitare, e soprattutto senza chiudere gli occhi. Si uccidono mentre li si rassicura con la voce. Bisogna lasciare il cuore, la pena e l’empatia, appoggiati da qualche parte, lontani, perché non vedano e non sentano il colpo secco, schizzi di sangue dappertutto, la testa per terra, rapinata dai gatti, mentre negli occhi c’è ancora la luce accesa. Poi si appendono perché si dissanguino bene.

Sbattono le ali e tremano, senza la testa, prima di capire che è finita.

Si levano le penne accettando che si mischino ai capelli, che si attacchino ai vestiti, che ci rendano simili nell’aspetto a chi le ha perdute. I pidocchi pollini, che abitano sulla pelle, vengono sfrattati col fuoco, strinando il piumino. Il sangue ci finisce sotto le unghie, qualche brandello di pelle rimane tenacemente attaccata alle piume, l’odore delle viscere contorce lo stomaco. Il fiato caldo che esce dalla pancia squarciata sembra un’anima che se ne va.

I piccioni, invece, vanno presi direttamente dal nido, anticipandone il primo volo. Hanno becchi enormi rispetto alla testa, bordati di giallo. Li spalancano a chiunque si avvicini, fiduciosi dell’imbeccata. Scatenavano l’urlo del mio istinto materno, come i vitellini che piangevano quando venivano sgozzati e i maiali che, uncinati sotto l’ascella e trafitti con una lunga lama nel cuore, soffocavano nel loro sangue, gridando.

Quando si uccidevano i maiali nella mia vecchia casa, era molto doloroso ma semplice. Il norcino arrivava prestissimo, quando noi piccole eravamo ancora a letto. Ci svegliavano le grida d’aiuto del maiale, ma eravamo bambine, sapevamo che le nostre lacrime e le nostre richieste di pietà non servivano a nulla. Potevamo solo nascondere la testa sotto il cuscino e aspettare che tutto finisse. Per dimenticare le grida ci sarebbero poi state le fette di salame da mangiare col pane, per festeggiare l’arrivo dei nonni e degli zii lontani.

Ancora non lo sapevo ma sono morta un poco insieme a ciascuno di loro.

Si spennano a fatica i piccoli piccioni; quella linea gialla fa venire voglia di posarci dentro del cibo, ma sono squisiti nella bomba di riso, se si crede che il riso non basti per nutrirci. Per questo ho ucciso. In eguali condizioni di pensiero lo rifarei. Penso che la distanza fra assassini e non, sia un filo sottile, lo spessore di una convinzione. La tua carne mi serve; tu devi smettere di farmi paura; il mio Dio è migliore del tuo. Lotte tra animali: nel caso contadina-tacchino è lotta impari. Il pennuto è geneticamente modificato per arrivare a pesare venticinque chili invece di otto e, quindi, si ritrova con una struttura ossea incapace di consentirgli di sfuggire al macellaio correndo o volando.

Le modificazioni genetiche sono studiate per avere “materiale utile” all’uso umano. Il tacchino di venticinque chili ha la stessa ossatura di quello di otto, per cui le ossa si spaccano per il peso, e ha il cuore che si spappola ed esplode per la fatica di irrorare un simile mostruoso corpo. Non cacciamo più i tacchini; li storpiamo già prima dell’uovo, per nostro uso e consumo.

Anche quelli allevati in campagna sono deformati. La loro breve vita trascorre nel verde, mangiano insetti, granaglie, erba e è una piccola consolazione, ma non potrebbero comunque vivere a lungo. Ammesso che nessuno voglia mangiarli, hanno l’aspettativa di vita che ha un obeso che sia tre o quattro volte il proprio peso forma. Nell’allevamento a terra (dove per “terra” s’intende un pavimento, non le gabbie e non un prato) i tacchini come i polli, vengono stipati in grandi capannoni senza finestre e riscaldati con le lampade sin da quando hanno pochi giorni di vita. Sono stanzoni calcolati per contenerli “esattamente” quando saranno grandi.

“Esattamente” significa che non devono potersi muovere.

Non devono consumare calorie camminando, non devono provare a volare, litigare per il territorio o corteggiarsi. La serie dei “non devono” è infinita e la vivono tutta sulle loro feci, che non vengono mai rimosse dal pavimento, per risparmiare soldi di manodopera ed attrezzature e anche per non sottoporli a stress. Basta un forte spavento per ucciderli, per quanto il loro cuore è sproporzionato rispetto alla quantità di carne che deve irrorare pompando sangue. Giorno per giorno il pavimento si alza. Feci, penne e animali morti rimangono sotto i loro piedi, per tutta la loro breve vita. Il tanfo fa lacrimare gli occhi agli operatori che, dopo sei mesi di allevamento, cattureranno i tacchini per inviarli al macello e puliranno con la ruspa il capannone, preparandolo così per le prossime vittime in arrivo in batteria.

Le meravigliose creature dei boschi, che fanno la ruota, cambiano colore dei bargigli e gloglottano quando sono in amore, vivono e muoiono senza vedere il cielo, affondando nelle loro feci, nutriti di farina di pesce e sfarinati di carne di altri animali che, se potessero, non mangerebbero di sicuro.

 

I miei animali da cortile erano “felici” perché vivevano all’aperto. Con questo termine ipocrita io li ho allevati, e oggi si vendono uova, e animali allevati in semilibertà. “Semilibertà” è una parola che non ha ragione di esistere in un contesto come questo. Alla parola “felice” il vocabolario dice: “che si sente pienamente soddisfatto dei propri desideri, che ha lo spirito sereno, non turbato da dolori e preoccupazioni e gode di questo suo stato”. Ad oggi non esiste un modo per pilotare il sesso dei nascituri. Dalle uova nascono presumibilmente tanti maschi quante femmine. Lecito chiedersi dove sono i fratelli delle “galline felici”. Probabilmente sono proprio lì, davanti a loro, nelle mangiatoie. Vengono uccisi appena usciti dall’uovo per soffocamento con gas o per schiacciamento, buttandoli vivi in grandi sacchi di plastica, uno sull’altro come patate, e poi macinati, vivi o morti che siano, per ridurli a proteine commestibili.

Pochi minuti di vita dopo la schiusa, la cernita maschio femmina in base ai millimetri della crestina… ed è già tutto finito. Non stride nettamente con la parola “felice”? Uguale stridore sento pensando alla castrazione dei galletti.

La mia mamma “faceva” i capponi per cucinare il brodo grasso delle feste, per noi e per venderne qualcuno.

Noi bambini di campagna non eravamo veramente bambini: siamo stati, piuttosto, adulti di piccola taglia. Mio l’orgoglioso compito di tenere questi galletti per le zampe, mentre la mamma, seduta su una sedia bassa, li teneva fra le ginocchia, a testa in giù e strappava loro le piume tra le gambe, poi, con le forbicione da sarta, faceva un taglio da cui potessero passare due dita. La vedevo frugare un po’ e poi le dita se ne uscivano fumanti, tenendo due piccole “cose” rosa a forma di fagiolo. Le metteva in un piattino e, tutte insieme, erano la cena. Il galletto a cui venivano strappate le piume, gridava forte e cercava di fuggire; pochi minuti dopo il povero essere, tagliato a forbice, ansimava e ancora riusciva a gridare; alla fine il torturato, che veniva ricucito col filo di refe, rantolava soltanto e aveva gli occhi bianchi, senza pupilla. Alla fine di tutto, l’ultimo affronto: con le forbici la mamma tagliava la cresta e i bargigli, li riponeva nel piatto e copriva sottopancia e testa di cenere, per disinfettare. Quando lasciavo le zampe, il cappone si rimetteva in piedi, barcollava, scuoteva la testa, a volte moriva. Raramente.

Le brave rezdore avevano una percentuale d’insuccessi bassissima. Io non mi chiedevo se fosse giusto, se c’era un senso in quel rito, quanto soffrissero quelle creature; prendevo atto che si faceva così e mi preparavo a fare altrettanto, non sapevo di poter decidere; solo mi dava fastidio quell’odore di budella calde e non cenavo.

Dopo tutto questo, si grattugia il pane, casereccio naturalmente, si scotta con lo stracotto, si aggiungono le uova, il parmigiano reggiano, le spezie e la voglia di rivedersi. Si mescola con le mani, stringendo le manciate di ingredienti che devono passare fra le dita come gli anni, scottandole anche un po’. Si stende la pasta e le si dà la forma che si confà al nostro paese. Tortellini ombelico di venere, cappelletti, oppure anolini a forma di lunghi budelli ripieni, tagliati a tocchetti.

Qualunque sia la forma andrà cucinata in atmosfera non modificata, che è quell’arietta che stagiona i prosciutti e accarezza le scalere del parmigiano reggiano. E’ importante perché l’aria che rimarrà imprigionata tra i due fogli di pasta, ne insaporirà il ripieno durante la cottura nel brodo di cappone.

Io sono nata nel letto dell’Enza, per questo cucino tortellini, capelletti e anolini in uguale quantità. Lì eravamo cittadini di qua e di là, proprio vicini all’acqua, dove l’arietta era tutta mischiata e il ruggito della piena di notte ci faceva pensare che, prima o poi, una mattina ci saremmo svegliati dall’altra parte del fiume.

 

Kalanchoe daigremontiana: anche da mangiare

kalanchoe daigremontiana è una splendida pianta malgascia, da mangiare oppure no, vale comunque a pena di coltivarla.

è una delle tante piante “del miracolo”, per essere corretti dovremmo riconoscere che tutte le piante sono miracolose visto che producono l’ossigeno che respiriamo. Pianta considerata  antitumorale.

Viene dal Madagascar, fu portata in america dagli sciamani rapiti come schiavi. La sua bellezza è fuori discussione, che la si mangi o no vale certamente la pena di coltivarla. Le foglie hanno eleganti pennellate scurissime sulla pagina inferiore e una corona di figli lungo i bordi. Quando sono pronti per diventare autosufficienti basterà muovere il vaso o anche urtarlo involontariamente per simulare un gran vento e vederli cadere. Radicano ovunque!

figli di daigremontiana sul bordo della foglia

 

Io credo preferisca stare all’ombra e beva molto per essere una “grassa”. Le do terriccio da cactacee anche se è una crassulacea. Un buon terriccio ben drenante piace a tutte! La concimo miscelando alla terra una piccola dose di lupini. L’unica difficoltà è difenderla dalla cocciniglia e dalle lumache. Per chiocciole e lumache è sufficiente coltivarla appesa, per la cocciniglia…è cosa molto impegnativa.

Un macerato o un infuso di aglio filtrato e nebulizzato è un buon deterrente, l’acqua piovana aiuta, il sapone di marsiglia può servire insieme alla pulizia a pennello delle zone “a rischio”, quindi apici e internodi. Una vera faticaccia!!!

Da notare il ventaglio che unisce la foglia al picciolo, una di quelle raffinatezze che ci fanno innamorare perdutamente della pianta.

il ventaglio che unisce la foglia al picciolo con poesia

Spero non sia monocarpica

non posso ancora descrivere il fiore perchè non l’ho mai visto dal vero. Ho letto che è color crema. Spero che non sia monocarpica come la kalanchoe gastonis-bonnierei e beharensis, che dopo avermi entusiasmato con i loro fantastici grappoli sono deperite e morte.

Confusione

la grande famiglia delle kalanchoe è ancora poco conosciuta, regna una gran confusione nella nomenclatura e non sempre le fonti sono certe e chiare. Le foto su internet non sono sempre esplicative perchè alcune kalanchoe si somigliano molto e le dimensioni non sono comparate. Si trovano in vendita diversi ibridi che sono molto simili a daigremontiana, differendo nella dimensione della foglia o dal ventaglio della base fogliare. Io ho ricevuto un grande aiuto nella classificazione da un cliente veramente esperto. A volte i collezionisti sono specializzatissimi in quello che amano e … grazie!!!

vendiamo Kalanchoe daigremontiana in serra e online in diverse dimensioni.

http://www.castellarocactus.com/catalogo-crassulaceae/

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